Saggio breve scolastico, un bell'otto e mezzo. Buona lettura

La figura dell'uomo viaggiatore é riscontrabile nel repertorio mitologico, artistico e letterario di pressoché qualsiasi cultura della millenari storia umana. Nell'epica mesopotamica, l'eroe Gilgamesh compie un viaggio alla ricerca della pianta dell'immortalità oltre le montagne di Assur; l'Odisseo omerico affronta innumerevoli peripezie con nel cuore lo struggente desiderio della sua Itaca; il popolo di Israele cerca la via del ritorno dalla schiavitù verso la Terra Promessa, nell'Antico Testamento. Il viaggio é metafora dell'esistenza: "Lo spostamento nello spazio é il primo segno... il viaggio nello spazio simboleggia il passaggio del tempo, lo spostamento fisico, a sua volta, il cambiamento interiore; tutto é viaggio" (T. Todorov, Le morali della Storia, Torino 1995), e l'uomo é un viaggiatore. Il cammino dell'uomo ha assunto nelle varie culture connotazioni differenti, anche se rimangono due caratteristiche a tutte comuni: la méta agognata dall'uomo ha spesso le fattezze dell'ignoto, ma allo stesso tempo essa si identifica con ciò che si é soliti definire con il termine "casa". L'uomo é alla costante ricerca di sé, é proiettato verso un luogo ritenuto essenziale per la definizione della sua natura: appunto una casa. E' sempre un desiderio coincidente con la nostalgia a spingere l'uomo verso il viaggio. L'etimologia stessa della parola "nostalgia" lo conferma: nostos (= ritorno) e algos (= dolore). Ogni uomo viaggia per ritornare a Itaca.
L'esperienza del proiettarsi verso l'altro, verso la realtà, appartiene ad ogni uomo fin dalla nascita. Il viaggio stesso in senso reale, rappresenta una tappa matura di questo tipo d'esperienza. L'ignoto affascina e il desiderio di conoscenza incalza. Come nota Pietro Citati ( Le guide delle meraviglie, La Repubblica 28.12.04), la fantasia dedl bambino esplora la geografia reale dandole i connotati del viaggio fantastico. In quelle che effettivamente sarà il viaggio reale non si potrà fare a meno di notare però, nonostante le ovvie differenze, che in fondo sarà giocoforza tornare allo sguardo del bambino. Tutti i cosiddetti "viaggi fantastici", a partire dall'Odissea, nascono dall'esperienza reale: Omero ben conosceva la materia della sua poesia, e di certo avrà visto uomini prendere il largo nel mare infinito. Ecco perché il viaggio é veramente metafora dell'esistenza: é un qualcosa che emerge da un'esperienza reale.
Ma la caratteristica centrale di ogni viaggio così inteso é quella di essere sempre e comunque un ritorno. Paradossalmente, come prima si notava, l'uomo intraprende un cammino per trovare il vero sé, il suo "io" più autentico. La pianta dell'immortalità di Gilgamesh; l'Itaca pietrosa di Odisseo; il Regno dei Cieli per l'homo viator, il pellegrino cristiano. La strada però é difficoltosa: "Sempre più incerto, nelle vertiginose trasformazioni del vivere, appare il ritorno - materiale e sentimentale - a se stessi; l'Ulisse odierno non assomiglia a quello omerico o joyciano, che alla fine ritorna a casa, bensì piuttosto a quello dantesco che si perde nell'illimitato" (C. Magris, Tra i cinesi che sognano Ulisse, Corriere della Sera, 12.12.03). L'uomo del Novecento si trova ben rappresentato nell'Uliss di Joyce, inqiueto e disgregato viaggiatore moderno. Il suo ritorno a casa non coincide certo con l'Itaca omerica. Se l'uomo del secolo scorso ha riconosciuto di essere tale, nondimeno ha desiderato essere ben altro. Basta considerare l'enorme successo di una storia come Il Signore degli Anelli, un'isola di gioia nel cuore del secolo nichilista, che non a caso narra del viaggio di una compagnia di amici per liberare la Terra e se stessi dal Male. Un viaggio verso casa. Queste le ultime parole della saga, pronunciate dal piccolo hobbit Sam davanti all'uscio di casa: "Sono tornato".
Tutti gli uomini vivono della nostalgia di questa casa, del viaggio di ritorno verso di essa. L'Ulisse dantesco, é vero, "si perde nell'illimitato", ma occorre ricordare che Dante stesso si pone come un nuovo Ulisse, un Ulisse cristiano. Anch'egli sarà infine accolto nella sua vera casa.
La più bella metafora dell'esistenza, la più vera, rappresenta una sfida per ogni uomo, compreso quello odierno. Come ha scritto il premio Nobel José Saramago, "nessun viaggio é definitivo" (Viaggio in Portogallo, Torino 1999), ma nessun viaggiatore si sentirebbe di rinunciare alla definitività di quel luogo verso cui si sente irrimediabilmente attratto.
Raggiuntolo, la nostalgia cederà il passo ad una grande festa.

La figura dell'uomo viaggiatore é riscontrabile nel repertorio mitologico, artistico e letterario di pressoché qualsiasi cultura della millenari storia umana. Nell'epica mesopotamica, l'eroe Gilgamesh compie un viaggio alla ricerca della pianta dell'immortalità oltre le montagne di Assur; l'Odisseo omerico affronta innumerevoli peripezie con nel cuore lo struggente desiderio della sua Itaca; il popolo di Israele cerca la via del ritorno dalla schiavitù verso la Terra Promessa, nell'Antico Testamento. Il viaggio é metafora dell'esistenza: "Lo spostamento nello spazio é il primo segno... il viaggio nello spazio simboleggia il passaggio del tempo, lo spostamento fisico, a sua volta, il cambiamento interiore; tutto é viaggio" (T. Todorov, Le morali della Storia, Torino 1995), e l'uomo é un viaggiatore. Il cammino dell'uomo ha assunto nelle varie culture connotazioni differenti, anche se rimangono due caratteristiche a tutte comuni: la méta agognata dall'uomo ha spesso le fattezze dell'ignoto, ma allo stesso tempo essa si identifica con ciò che si é soliti definire con il termine "casa". L'uomo é alla costante ricerca di sé, é proiettato verso un luogo ritenuto essenziale per la definizione della sua natura: appunto una casa. E' sempre un desiderio coincidente con la nostalgia a spingere l'uomo verso il viaggio. L'etimologia stessa della parola "nostalgia" lo conferma: nostos (= ritorno) e algos (= dolore). Ogni uomo viaggia per ritornare a Itaca.
L'esperienza del proiettarsi verso l'altro, verso la realtà, appartiene ad ogni uomo fin dalla nascita. Il viaggio stesso in senso reale, rappresenta una tappa matura di questo tipo d'esperienza. L'ignoto affascina e il desiderio di conoscenza incalza. Come nota Pietro Citati ( Le guide delle meraviglie, La Repubblica 28.12.04), la fantasia dedl bambino esplora la geografia reale dandole i connotati del viaggio fantastico. In quelle che effettivamente sarà il viaggio reale non si potrà fare a meno di notare però, nonostante le ovvie differenze, che in fondo sarà giocoforza tornare allo sguardo del bambino. Tutti i cosiddetti "viaggi fantastici", a partire dall'Odissea, nascono dall'esperienza reale: Omero ben conosceva la materia della sua poesia, e di certo avrà visto uomini prendere il largo nel mare infinito. Ecco perché il viaggio é veramente metafora dell'esistenza: é un qualcosa che emerge da un'esperienza reale.
Ma la caratteristica centrale di ogni viaggio così inteso é quella di essere sempre e comunque un ritorno. Paradossalmente, come prima si notava, l'uomo intraprende un cammino per trovare il vero sé, il suo "io" più autentico. La pianta dell'immortalità di Gilgamesh; l'Itaca pietrosa di Odisseo; il Regno dei Cieli per l'homo viator, il pellegrino cristiano. La strada però é difficoltosa: "Sempre più incerto, nelle vertiginose trasformazioni del vivere, appare il ritorno - materiale e sentimentale - a se stessi; l'Ulisse odierno non assomiglia a quello omerico o joyciano, che alla fine ritorna a casa, bensì piuttosto a quello dantesco che si perde nell'illimitato" (C. Magris, Tra i cinesi che sognano Ulisse, Corriere della Sera, 12.12.03). L'uomo del Novecento si trova ben rappresentato nell'Uliss di Joyce, inqiueto e disgregato viaggiatore moderno. Il suo ritorno a casa non coincide certo con l'Itaca omerica. Se l'uomo del secolo scorso ha riconosciuto di essere tale, nondimeno ha desiderato essere ben altro. Basta considerare l'enorme successo di una storia come Il Signore degli Anelli, un'isola di gioia nel cuore del secolo nichilista, che non a caso narra del viaggio di una compagnia di amici per liberare la Terra e se stessi dal Male. Un viaggio verso casa. Queste le ultime parole della saga, pronunciate dal piccolo hobbit Sam davanti all'uscio di casa: "Sono tornato".
Tutti gli uomini vivono della nostalgia di questa casa, del viaggio di ritorno verso di essa. L'Ulisse dantesco, é vero, "si perde nell'illimitato", ma occorre ricordare che Dante stesso si pone come un nuovo Ulisse, un Ulisse cristiano. Anch'egli sarà infine accolto nella sua vera casa.
La più bella metafora dell'esistenza, la più vera, rappresenta una sfida per ogni uomo, compreso quello odierno. Come ha scritto il premio Nobel José Saramago, "nessun viaggio é definitivo" (Viaggio in Portogallo, Torino 1999), ma nessun viaggiatore si sentirebbe di rinunciare alla definitività di quel luogo verso cui si sente irrimediabilmente attratto.
Raggiuntolo, la nostalgia cederà il passo ad una grande festa.
1 commento:
Ce l'ho fatta... Bello, ma vorrei sapere poi quali sono stati i commenti dei prof...
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