You can tell the world about this
And you can tell the world about that,
Tell'em what Jesus has done,
Tell'em that the Comforter has come,
And brought joy, great joy to my soul!Puoi raccontare al mondo questo E puoi raccontare al mondo quello, Dì loro cosa ha fatto Gesù, Dì loro che il Consolatore è arrivato,
E ha portato gioia, una grande gioia alla mia anima!Cristo Signore viene nel mondo per amore dell'uomo!
Che questo avvenimento ci ridesti in tutto il nostro desiderio e ci scuota dal torpore quotidiano, perché che il Mistero si chini fino ad una stalla per amore d te e di me non potevamo inventarcelo, poteva solo accadere
Auguri di un Santo Natale
Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena
giovedì 25 dicembre 2008
Tell'em about my joy!
martedì 23 dicembre 2008
Il Natale, la Speranza e la Bellezza inaspettata
Caro Direttore,
sono stato colpito dalle letture che la Liturgia ambrosiana proponeva il lunedì della terza settimana di Avvento. Come devono essere rimasti sconcertati i membri dell’antico popolo di Israele davanti alle parole del profeta Geremia: «Divorerà le tue messi e il tuo pane; divorerà i tuoi figli e le tue figlie; divorerà i greggi e gli armenti; distruggerà le città fortificate nelle quali riponevi la fiducia» (Ger 5,17). Annunciava loro che un’altra nazione stava per sconfiggere il regno su cui avevano riposto fiducia. «Allora, se diranno: “Perché il Signore nostro Dio ci fa tutte queste cose?”, tu risponderai: “Come voi avete abbandonato il Signore e avete servito divinità straniere nel vostro paese, così servirete gli stranieri in un paese non vostro”» (Ger 5,19).
È come se questo fosse detto per noi; oggi vediamo segnali che preoccupano tutti, come se quello che ha sostenuto la nostra storia non potesse resistere all’urto dei tempi: un giorno sono l’economia, la finanza e il lavoro, un altro la politica e la giustizia, un altro ancora la famiglia, l’inizio della vita e la sua fine naturale. E così, come l’antico Israele di fronte a una situazione preoccupante, anche noi ci domandiamo: «Perché accade tutto questo?». Perché anche noi siamo stati talmente presuntuosi da pensare di cavarcela dopo avere tagliato la radice che sosteneva l’edificio della nostra civiltà. Negli ultimi secoli, infatti, la nostra cultura ha pensato di poter costruire il futuro da sé, abbandonando Dio. Ora vediamo dove ci sta portando questa pretesa.
Davanti a tutto questo che ci siamo procurati, il Signore che cosa fa? Ce lo indica il profeta Zaccaria, parlando al suo popolo Israele: «Ecco, io manderò», attenzione al nome, «il mio servo Germoglio» (Zc 3,8). È come se davanti alla crisi di un mondo, il nostro - i profeti userebbero per descriverla un’immagine a loro molto cara, quella del tronco secco -, spuntasse un segno di speranza. Tutta l’enormità del tronco secco non può evitare che in mezzo al popolo, umile e fragile, spunti un germoglio, nel quale è riposta la speranza del futuro.
Ma c’è un inconveniente: anche noi, quando vediamo apparire questo germoglio - come coloro che erano davanti a quel bambino a Nazareth -, possiamo dire scandalizzati: «È mai possibile che una cosa così effimera possa essere la risposta alla nostra attesa di liberazione?». Da una realtà così piccola come la fede in Gesù può venire la salvezza? Ci pare impossibile che tutta la nostra speranza possa poggiare sulla appartenenza a questo fragile segno, ed è motivo di scandalo la promessa che solo a partire da esso si possa ricostruire tutto. Eppure uomini come san Benedetto e san Francesco hanno fatto proprio così: cominciarono a vivere appartenendo a quel germoglio che si era inoltrato nel tempo e nello spazio, la Chiesa. E sono diventati protagonisti di popolo e di storia.
Benedetto non affrontò da arrabbiato la fine dell’impero, non protestò perché il mondo non era cristiano, né si lamentò perché tutto crollava, accusando l’immoralità dei suoi contemporanei. Piuttosto testimoniò alla gente del suo tempo una compiutezza del vivere, una soddisfazione e una pienezza che divenne attraente per tanti. E fu l’albore di un mondo nuovo, piccolo quanto si vuole - quasi un niente paragonato al tutto, un tutto che pur franava da ogni parte -, ma reale. Quel nuovo inizio fu talmente concreto che l’opera di Benedetto e di Francesco è durata nei secoli e ha trasformato l’Europa, umanizzandola.
«Egli si è mostrato. Egli personalmente», ha detto Benedetto XVI parlando del Dio-con-noi. E don Giussani: «Quell’uomo di duemila anni fa si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di un’umanità diversa», in un segno reale che desta il presentimento di quella vita che tutti attendiamo per non soccombere al nostro male e ai segnali del nulla che avanza. È la speranza che ci annuncia il Natale, per cui gridiamo: «Vieni, Signore Gesù!».
Grazie.
Julian Carròn
(Da Repubblica del 23/12/08... Repubblica!!! Nulla è impossibile a Dio...!)
ACCOMPAGNARE UNA MADRE FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
L’inaspettata Bellezza dentro il dolore
Caro Direttore, il 17 dicembre morta mia madre per infarto intestinale, una complicazione subentrata alla malattia di cui soffriva, il morbo di Alzheimer, che le era stato diagnosticato nel 1998, all’etdi 69 anni.
Questo per me ha voluto dire prendermi cura di lei come ci si prende cura di un bambino piccolo, sapendo però che invece di educarlo a crescere lo si accompagna alla morte.
Ho potuto stare con lei con questa coscienza, ogni giorno e ogni notte, grazie alla compagnia di alcuni amici, che una volta don Giussani aveva definito così: compagnia guidata al Destino. Il 17 dicembre, primo giorno della novena del Natale e san Lazzaro di Betania, il Destino di mia madre si è compiuto, e ora lei è davanti a Colui che l’ha chiamata alla vita. E che ha chiamato anche me.
Decidere di stare con lei fino alla fine è stata una scommessa vincente, perchè non sento affatto di aver sprecato la mia vita o di essermi liberata di un peso, mi sento invece come si sentirebbe un’artista che ha finito di scolpire la sua opera e la guarda in silenzio.
Ho passato con lei questi ultimi giorni tenendola sempre per mano (anche perchè era lei che non me la lasciava mai) e tutte le volte che la lotta per la sopravvivenza le dava un po’ di tregua e io entravo nell’orizzonte del suo sguardo, lei mi sorrideva; mi guardava e sorrideva, dato che da tempo, avendo perso la capacità di esprimersi a parole, il suo modo di relazionarsi con le persone era il sorriso.
In quei momenti mi sono domandata: ma c’è qualcosa che è più forte del dolore? del dolore che ti lacera, che ti ammazza, che ti farebbe maledire di essere venuto al mondo?
Guardando il volto di mia madre che mi sorrideva in quella circostanza così estrema, posso dire di sì: c’è qualcosa che è più forte, che vince il dolore. Altrimenti non si spiegherebbe come fa, una persona che soffre così tanto, a essere felice; perchè mia madre era felice per il solo fatto che io fossi lì con lei. Con lei fino all’ultimo respiro.
Ecco, il bello della vita è questo: vivere tutto fino in fondo, l’amore e il dolore, senza perdersi neanche un istante di quella Bellezza, strana e misteriosa, che invade la nostra vita e che ci fa piangere e ridere insieme, in una prospettiva che, di schianto, spalanca le porte dell’Eterno adesso, facendoci intuire che la scommessa sulla vita la si vince ora, o mai.
Antonella Cavagnoli
(Da Avvenire del 23/12/08)
Si può vivere così, davvero. "Era impossibile" eppure è successo.
giovedì 18 dicembre 2008
Il Leone

C.S. Lewis
lunedì 15 dicembre 2008
Lo strano caso del Dottor Morte

Bimbo scampato ad un aborto chirurgico; medico conosciuto in tutto il paese come «recordman» di interruzioni di gravidanza (anche 35 operazioni al giorno, 9 ore quotidiane di «mortifera» sala operatoria); quindi cristiano ortodosso e attivista pro life convertito da San Tommaso d’Aquino. Se non fosse vera, la vicenda di Stojan Adasevic parrebbe uscita dalla fervida mente di uno sceneggiatore ipercattolico abituato a copioni strappalacrime. E invece la storia di questo medico serbo di Belgrado è tutt’altro che cinematografica. «Non voglio discutere i miei convincimenti teologici o quello che ho sognato, ma solo parlare dei fatti puramente materiali, come i metodi tecnici usati nelle interruzioni di gravidanza» ha scritto Adasevic su Saint Lazarus, pubblicazione della Chiesa ortodossa serba. Adasevic è cresciuto alla scuola marxista per cui l’aborto era solo «l’asportazione di una massa indistinta di tessuti», come recitavano i libri di medicina nella Jugoslavia comunista sui quali si formò l’ex dottor Morte. Dopo 26 anni da grande fautore di aborti – ne ha conteggiati tra i 48 e i 62 mila – Adasevic ha detto basta. E si è tramutato in un alfiere della difesa della vita fin dal suo concepimento.
La sua storia professionale visse uno snodo importante nel giorno in cui, giovane universitario, sentì alcuni ginecologi parlare di un’interruzione di gravidanza riuscita male, operazione che aveva riguardato una donna, dentista in una clinica vicino all’ateneo: in lei Stojan riconobbe la propria madre e nell’aborto «malriuscito» nientemeno che se stesso. «Lei è morta, ma chissà cosa sarà stato di quel bambino?» si chiesero i medici tra un caffè e una sigaretta. «Sono io quel bambino!» gridò Adasevic. Nonostante, o forse proprio per via di quell’episodio, il giovane dottore decise di dedicarsi quasi esclusivamente all’interruzione di gravidanza, nella convinzione – maturata grazie all’educazione di stretta osservanza comunista – che si trattasse «solo di una procedura medica, non diversa dal rimuovere un’appendice. La sola differenza era il tipo di organo asportato: un pezzo di intestino nel primo caso, un tessuto embrionale nel secondo».
I primi dubbi sorsero in Adasevic con l’avvento delle tecniche di diagnosi ad ultrasuoni, approdate nell’allora Jugoslavia negli anni Ottanta: per la prima volta gli fu visibile quello che non aveva mai visto, il feto adagiato nel grembo della madre, che succhiava il dito e si muoveva. La svolta vera, tuttavia, arrivò una notte di 26 anni fa, quando Stojan sognò un campo «pieno di bambini e di giovani che giocavano e ridevano; avevano dai 4 ai 24 anni, scappavano da me con tanta paura» ha raccontato il medico al quotidiano spagnolo La Razon. Fino a quando – sempre nel sogno – Adasevic riuscì ad afferrare un bimbetto, che però gridò: «Aiuto! Un assassino! Salvatemi da questo assassino!». Fu allora che, sempre durante il sonno, comparve al medico di Belgrado «un uomo vestito di nero e di bianco», che si presentò come Tommaso d’Aquino. Ad Adasevic, cresciuto sui libri del regime ateo di Tito, il nome del Dottore Angelico non disse nulla: «Perché non chiedi a questi bambini chi sono?» gli chiese il santo, senza dargli il tempo di rispondere. «Sono quelli che tu hai ucciso quando facevi gli aborti. Vedi questo ragazzo di 22 anni? L’hai ammazzato quando aveva 3 mesi nel grembo di sua madre».
Dopo questi sogni Adasevic continuò per qualche tempo a portare avanti la sua attività abortiva. Fino ad un giorno cruciale, quando durante un intervento di questo tipo estrasse dall’utero di una donna i pezzi di un feto: «La mano si muoveva ancora, il cuore pulsava». La donna in questione iniziò ad avere perdite di sangue di notevoli proporzioni e la sua vita era in pericolo: fu allora che, per la prima volta dopo decenni – Adasevic era stato battezzato da bambino, ma era cresciuto come un ateo doc – si ritrovò a pregare: «Signore, salva questa donna, non me!». Quello divenne il suo ultimo aborto.
Dagli anni Novanta Adasevic inizia a viaggiare in tutto il paese, tenendo conferenze e scrivendo articoli pro life. Per due volte riesce addirittura a far trasmettere sulle televisioni nazionali il celebre video del ginecologo americano Bernard Nathanson, Il grido silenzioso, che a metà degli anni Ottanta denunciava l’atrocità delle vite umane stroncate nel grembo materno. Addirittura l’attivismo dell’ex medico abortista portò il parlamento della Jugoslavia post-Tito ad approvare un decreto a favore dei diritti del concepito: solo il veto dell’allora presidente Slobodan Milosevic bloccò questa decisione a tutti gli effetti pionieristica.
Vicino alle donne
In Serbia, afferma Adasevic, le statistiche dell’aborto fanno paura: «Non abbiamo nessuna cifra ufficiale, ma dai calcoli e le osservazioni che ho potuto fare in base alla mia esperienza, posso affermare che a metà anni Novanta ci sono stati 6 aborti per ogni nato nel paese. Negli anni Duemila la situazione è addirittura peggiorata: i reparti di maternità sono vuoti, le cliniche per aborti strapiene. Praticamente non esiste nessuna famiglia serba che non sia stata toccata da almeno un’interruzione di gravidanza. Questa è una guerra vera, dichiarata da chi è nato contro chi non è ancora nato. In questa guerra io ho passato la linea del fronte più volte: prima come bimbo non ancora nato condannato a morte, quindi come abortista, e ora come attivista pro-life». La scelta di schierarsi dalla parte della vita è costata vari sacrifici ad Adasevic: quando comunicò al suo ospedale di Belgrado che non avrebbe più fatto operazioni di questo tipo, i funzionari lo guardarono straniti: in Serbia nessun ginecologo si era mai rifiutato di compiere un aborto. Dopo la scelta, lo stipendio gli venne decurtato della metà, la figlia venne licenziata dal lavoro, il figlio non fu ammesso all’università.
Per il medico «convertito» alla vita è Madre Teresa di Calcutta ad aver ragione quando diceva: «Se una madre può uccidere il proprio figlio, cosa ci impedirà di ucciderci gli uni gli altri?». «La diffusione dell’aborto in Serbia è determinata anche dalla mancanza di educazione religiosa», annota. E Adasevic, da vero pro-life e sostenitore delle donne punta il dito contro gli uomini, responsabili anch’essi delle vite stroncate prima di nascere: «Troppo spesso hanno stili di vita da playboy. Seducono il maggior numero di donne possibile e dopo, proprio quando la paternità sarebbe la cosa più necessaria per loro e i loro figli, le abbandonano a se stesse».
sabato 13 dicembre 2008
Delle rose freschissime
La mattina dopo, domenica, Juan Diego, dopo la Messa e la catechesi, torna dal vescovo e, inginocchiatosi, gli ripete con le lacrime agli occhi la richiesta della Regina del Cielo. Il vescovo, dopo avergli fatto parecchie domande sul luogo e sulle circostanze dell'apparizione, gli chiede un segno; poi, non appena è uscito, gli manda dietro dei servitori a spiarlo, ma essi lo perdono di vista non appena si avvicina al Tepeyac. Mentre costoro tornano dal vescovo tacciando Juan Diego di mentitore e di visionario, l'indio incontra di nuovo la Vergine che gli promette di dargli il segno l'indomani mattina. Ma la mattina seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato. Egli cerca in tutti i modi di soccorrere lo zio, chiama un medico, ma non vi è niente da fare: in tutta la giornata del lunedì il malato si aggrava sempre di più, e alla sera prega il nipote di recarsi a Tlatelolco la mattina seguente a cercare un sacerdote che lo confessi, essendo ormai sicuro di morire presto. Così, il martedì mattina, Juan Diego esce di casa mentre è ancora buio e si dirige di corsa verso Tlatelolco; giunto in vista del Tepeyac decide di cambiare strada e di aggirare il colle sul lato orientale, per evitare l'incontro con la Signora, ritenendo più importante la salvezza eterna dello zio moribondo. Ma la Signora è lì, davanti a lui, e gli chiede il perché di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l'incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. Ma la Signora lo rassicura, gli dice che lo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliere e portarle i fiori che troverà lassù. Juan Diego sale e si meraviglia di trovare la cima del colle coperta di bellissimi "fiori di Castiglia": infatti è il 12 dicembre, il solstizio d'inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e oltre alla stagione neppure il luogo, una desolata pietraia, è adatto alla crescita di fiori simili. Juan Diego li coglie, li ripone nella tilma, e li porta alla Vergine, la quale li prende e poi li rimette nel mantello dell'indio, dicendogli di portarli al vescovo come prova della verità delle apparizioni.
Juan Diego si reca a Città di Messico, badando bene di non far cadere i fiori raccolti nel mantello, e chiede nuovamente di essere ricevuto dal vescovo, ma i servitori non gli danno retta e lo fanno aspettare a lungo; poi si mettono a sbirciare nella sua tilma e, vedendo i fiori, tentano per ben tre volte di prenderglieli, ma inutilmente, perché i fiori diventano come aderenti al tessuto. Stupiti di ciò, i servitori si decidono finalmente a introdurre Juan Diego dal vescovo, davanti al quale l'indio riferisce quanto ha visto e apre il mantello per offrirgli i fiori. Non appena questi cadono a terra, "subito sul mantello si disegnò e si manifestò alla vista di tutti l'amata Immagine della perfetta Vergine Santa Maria, Madre di Dio, nella forma e figura in cui la vediamo oggi,
"così come è conservata nella sua amata casa, nel tempio eretto ai piedi del Tepeyac e che invochiamo con il titolo di Guadalupe".
Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti; poi, rialzatosi, prega la Madonna chiedendole perdono dell'incredulità da lui mostrata nei confronti di Juan Diego, e infine, sfilata la tilma dal collo dell'indio, la colloca all'interno della sua cappella. La mattina dopo Juan Diego, dopo essere rimasto tutta la giornata ospite del vescovo, accompagna il presule al Tepeyac per indicare il luogo in cui la Vergine ha chiesto di costruirle un tempio; poi, mentre già iniziano i preparativi per la costruzione, chiede il permesso di recarsi a casa per vedere suo zio, che aveva lasciato ammalato il giorno prima. Parte accompagnato da alcuni membri del seguito del vescovo, e, giunto a casa, trova Juan Bernardino completamente guarito, che si meraviglia di vedere il nipote in compagnia di tanta gente. Quando Juan Diego gli racconta dell'apparizione della Madonna, che gli aveva ordinato di completare la missione presso il vescovo e gli aveva annunciato la guarigione dello zio, quest'ultimo riferisce che nello stesso momento la Signora del Cielo era apparsa anche a lui, lo aveva guarito e gli aveva detto di voler essere invocata con il titolo di "Perfetta Vergine Santa Maria di Guadalupe".
Questo è il mantello di Juan Diego, il mantello di un povero contadino il cui tessuto avrebbe dovuto disfarsi in venti - trent'anni. Ma che dura da cinquecento. L'immagine di Nostra Signora è inspiegabilmente impressa nel tessuto, una figura assolutamente non dipinta né tantomeno stampata, di un colore, dice la scienza, non di questo mondo. Sul mantello della Vergine, invece, sono riprodotte le costellazioni che appaiono in cielo a dicembre e che sono visibili dal Messico. E nei suoi occhi sono riflessi e visibili al microscopio Juan Diego inginocchiato ed altre figure: un mistero scoperto di recente che spalanca ulteriormente le porte al Mistero.
Solo Dio può amare tanto l'uomo da rivestire la Madre Sua e nostra di stelle, in tutta la luce del sole. Solo il Dio di una stalla può essere il Dio dell'universo. Un universo di rose freschissime.
mercoledì 10 dicembre 2008
Con Beatrice fino alla Luce, ovvero trattatello scolastico intorno agli effetti della "gentilissima"
L'orizzonte tracciato da Dante nelle sue opere, e che percorre come un fremito tutta la sua vita, è quello che potrebbe essere definito come orizzonte del "Tutto", inteso come orizzonte, sguardo, che non tralascia nulla. Ne è supremo cardine e prova l'esperienza d'amore vissuta e riferita da Dante in cui nulla è lasciato al caso (dalla disposizione dei versi, il ripetersi dei verbi di vedere, fino all'"amor che move il sole e l'altre stelle") e tutto "diventa avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini). Questa esperienza è messa subito in luce da Dante come motore di un nuovo essere, anima di un nuovo modo di rapportarsi con la realtà, chiarificata e messa in luce da un giudizio netto: "Incipit vita nova". Quella che può essere chiamata come la "determinazione" dantesca nell'andare alla radice dell'esperienza d'amore e non solo, costituisce di per sé un caso unico nel panorama culturale dell'epoca, in particolare nella cerchia di poeti del Dolce Stil Novo. Ne è conferma la valutazione degli effetti dell'innamoramento nei loro sonetti dove, pur raggiungendo notevoli traguardi lirici, il tema della donna-angelo rimane un'idea, quasi un'ambizione, e non incide fino in fondo sulla vita reale se non nel tragico svuotamento dell'io tipico del poetare cavalcantiano. Per non parlare poi della successiva irrefrenabile malinconia del Petrarca. Per Dante non è così. E' come se il poeta fiorentino seguisse il "più in là" inscritto nelle cose che sarà così ben presentito e messo in poesia da Eugenio Montale. Il vertice della ragione dantesca, per non dire umana, è quello del riconoscimento della realtà come segno.
Come un uomo entra veramente in rapporto con le cose, il reale, le persone, quando si muove con la piena coscienza della loro funzione, del loro scopo, (si sa usare una penna perché si è consci del suo fine; si va in ospedale perché si sa che il suo scopo è diverso da quello di un centro commerciale e così via) in questo modo Dante non può non piangere d'amore per Beatrice senza desiderare di abbracciare Cristo, il suo destino, perché il destino di ogni uomo è la positività eterna di Dio. L'orizzonte del "tutto" dantesco è il "centuplo quaggiù" evangelico. Il salto, quindi, la radicale diversità di Dante è quella del riconoscimento (cui segue e non precede un'identificazione) di Beatrice come Alter Christus. Ciò che impedisce al poeta di Firenze di parlare per astrazioni è a questo punto la "tenda" di Dio "in mezzo a noi", la carnalità di Cristo, il Logos razionale greco fatto esperienza umana. Quella che per (quasi) tutti è una sorta di schizofrenia, per Dante è l'apertura della ragione. Per schizofrenia, infatti, s'intende il vivere la vita per settori completamente separati come famiglia, lavoro, amore, vita religiosa senza una tonalità comune di fondo, allora, per rimanere in ambito stilnovista, l'amore alla donna sarà sempre "altro" da Dio, semplicemente "sembianza". La vita affogherà quindi, estendendo il discorso, in una molteplicità di settori, in un susseguirsi di "altro", in una appunto, schizofrenia mascherata, in senso di molteplicità dell'io pirandelliano. Invece Dante abbraccia tutto. Dante è come il componitore di una sinfonia che, pur nella diversità dei momenti che la costituiscono, ha sempre chiaro il motivo di fondo.In Dante si vede la realtà dell'affermazione di Jacopone da Todi "Cristo me trae tutto tant'é bello". Difatti, come prima si accennava, la centralità dell'amore per Beatrice è data dall'apertura che essa provoca alla libertà e alla ragione dell'uomo, poiché lei è tramite per Cristo. Altrimenti non avremmo avuto la Divina Commedia, e non solo. E questa esperienza, che è quindi di conoscenza (come dice Dante stesso), di rapporto con la realtà, di amore e scoperta dell'"in là" inscritto nelle cose, è prima di tutto un'apertura della ragione. E' infatti errato attribuire in toto a Virgilio il ruolo di rappresentanza della Ragione che viene quindi messa da parte, superata, nel percorso attraverso il Paradiso.
Se Virgilio è la ragione, Beatrice è la ragione esaltata. Perché nell'esperienza massima della realtà, il rapporto con Dio, con il senso delle cose, non bastano delle nozioni, del sapere, non basta la conoscenza letteraria, anche di cose belle e giuste. Necessita invece l'"esperienza di una grande amore", perché se è vero quello che dice C. S. Lewis, ovvero "gli uomini non si possono studiare, si può solo arrivare a conoscerli", tanto più uno non conosce Dio con trattati e dibattiti, bensì lo trova nell'esperienza concreta. E come se Dio non volesse l'uomo a sé, presso di Lui, attraverso innanzitutto ciò che studia e argomenta, ma prima di tutto attraverso ciò che egli ha amato. Insomma, il Paradiso, con Virgilio, sarebbe stato un po' noioso. Beatrice invece, tutto ciò che di più ha amato in terra, è anche la strada e la compagnia verso l'Eterna Luce.Parlare dell'esperienza di Dante, è un po' come parafrasare il paragone portato da Kierkegaard nei confronti del Cristianesimo. Il filosofo parla infatti dei dilemmi di un grande re innamorato di una giovane contadinella del popolo alla quale egli non trova modo di dichiararsi: se infatti le si presentasse in tutta la sua magnificenza ella ne sarebbe abbagliata e si troverebbe ad amarlo quasi come costretta. Allora il re l'accosta vestito da popolano, per amore alla libertà di lei.
Ecco, Dante è come quella giovane contadinella che spia da anni il bellissimo re, da lontano, rimuginando tristemente sull'impossibilità di amarlo. E' tale, infatti, la distanza, da rendere possibili soltanto fantasticherie malinconiche. Poi, un giorno, la contadina incontra un altro contadino dal volto stupendo e dai modi che la catturano. Soltanto il suo saluto le pare il vertice di tutto quello che lei mai desideri. Il contadino, così "eccezionale" nel panorama solito della contadinella, le dirà infine: "Io sono il tuo re". Colui che lei ha desiderato da sempre.
Per Dante è così. La scommessa di Dante è la scommessa cristiana, divenuta certezza, di poter amare, nella donna, l'"amore che move il sole e l'altre stelle". Così in tutte le cose.
"Cristo me trae tutto tant'è bello" è, infine, il riconoscimento di un Re nelle circostanze solite. Un Re che ti vuole nel Suo Regno.

lunedì 8 dicembre 2008
Bianco dicembre
giovedì 4 dicembre 2008
Mozart e la cioccolata in riparazione di certi spiritualismi...
martedì 2 dicembre 2008
Ottomilanovecentosettanta tonnellate per il mio Re
Ero a Torino, stavolta, causa un diciottesimo da festeggiare la sera stessa, ed il pomeriggio, guidato da un mio grande amico, sono andato con i ragazzi del Liceo Classico Alfieri in un centro commerciale della città. Sono state quattro ore di grazia, all'ingresso di questo grande supermercato. Innanzitutto facce nuove ed antiche conoscenze, poi, come dicevo, l'evidenza pura e semplice della carità in atto. Prima portavo fuori con altri le scatole piene di prodotti per l'infanzia, olio, pelati, tonno in scatola ecc. per caricarle su di un camion. Poi le scatole da fare, vicino all'uscita. Piega, scoccia, taglia, riscoccia e vai. Sempre in compagnia. "C'è bisogno di uno di voi!", e io confesso che inizialmente avevo timore della troppa responsabilità, ma ho detto "Eccomi!". E da lì fino alle sette e un quarto, quattro ore di grazia, ho fatto questo: scatola in arrivo, dire il contenuto e pesarla, scocciarla a croce, tagliare, segnare con pennarello rosso numero, prodotto e peso, poi passarla. Dalla venti all'ottantuno. Quella che più è stato evidente è sicuramente l'emergere della coscienza di avere un posto ed un compito, scelto non da te, che è essenziale per chi fa prima e chi fa dopo, e che devi vivere questo compito con tutto te stesso. Mentre scocciavo i pacchi pensavo a dove sarebbero andati a finire, e fa un certo effetto, un effetto che ti fa ringraziare di essere vivo, operare nel particolare, scocciare e pesare appunto, con un occhio puntato al tutto, alla pila enorme di pacchi all'uscita di un supermercato di Torino. In questo senso la Colletta, e la caritativa in generale, è un'educazione per la vita. E' stata, anzi è, la coscienza di aver davvero fatto qualcosa, senza avere pretese sulla pace nel mondo o sulla lotta globale all'ingiustizia, che rivela il suo valore nel momento stesso in cui operi. Pesando quei pacchi io servivo il mio Re; stando seduto per terra, nella polvere ("Occhio che se apri la porta scatta l'allarme!") io servivo il mio Re; avendo cura di scocciare in maniera adeguata, io servivo il mio Re.
Per terra, un po' stanco, con pennarello e taglierino, a pesare pacchi di cartone all'uscita di un supermercato di Torino, io servo il mio Re. E questo non me lo toglie nessuno.
8.970 tonnellate raccolte in Italia, in 7500 supermercati, più di 100.000 volontari.
Anche a Biella è andata bene, mi dicono, e sono contento.
"2.5 tonn. Grazie a tutti! Marcello"
venerdì 28 novembre 2008
La Colletta Alimentare

COLLETTA/ Socci: una carità che sa educare e creare sviluppo, anche economico
venerdì 28 novembre 2008
Giunta ormai alla dodicesima edizione, la Giornata Nazionale della Colletta alimentare è diventata ormai un appuntamento fisso per molti italiani. Non solo per le migliaia di volontari che ogni anno permettono la realizzazione di questo grande gesto di carità, ma anche per tutti coloro che, facendo la spesa come tutti gli altri giorni, decidono per una volta di comprare qualcosa in più, facendo così la spesa anche per chi non se la può permettere.
Un gesto semplicissimo, dunque, che in questa sua immediatezza è capace però, come nota Antonio Socci, di «comunicare il cuore» di chi ha dato origine alla grande realtà del Banco alimentare.
Socci, la Colletta alimentare è una cosa un po’ diversa rispetto alla normale beneficenza: è un gesto concreto che coinvolge personalmente chi lo fa. Possiamo dire che, in questo rendere tutti partecipi e protagonisti, è anche un gesto con un valore educativo?
C’è in effetti un valore educativo per la persona singola, nonché un valore culturale per la società, per tutta la comunità umana in cui viviamo. Per la singola persona si tratta di un fatto, un’opera che mette in sintonia con il cuore di chi l’ha pensata. Parlo innanzitutto per me: anch’io andrò sabato a fare la colletta, e a sistemare i pacchi insieme ad altre persone, e quando faccio questo penso sempre a come è nato il Banco alimentare, cercando di immedesimarmi con il cuore di don Giussani. Penso al suo sguardo, e mi immagino la sua espressione, il suo sentimento, il modo con cui sapeva empaticamente sentire il bisogno degli altri. Questo è il cuore della grande carità cristiana: una cosa molto grande, molto bella, un fatto che spalanca. E credo che sia una cosa tutta da vivere; direi anzi che, vissuta con questo cuore, la Colletta è in grado di far vivere la vita intera in un altro modo.
Lei accennava al fatto che in questo gesto c’è un valore per la società intera. Un rilievo importante, in un momento in cui la gente vive con paura gli effetti dell’attuale crisi economica.
Per spiegare questo mi rifaccio a un libro estremamente interessante, che ho letto di recente, intitolato “Benedetta economia - San Benedetto e san Francesco nella storia economica europea”: un libro straordinario che permette di capire l’importanza del cristianesimo nello sviluppo dell’Europa, non solo attraverso il monachesimo – cosa già nota – ma anche attraverso il movimento francescano. Una prospettiva che contiene molti insegnamenti anche per l’oggi. In particolare, fra le attualissime conclusioni cui gli autori arrivano, c’è l’indicazione dei due elementi che hanno dato maggiore dinamismo allo sviluppo dell’economia europea: il primo fattore è la gratuità, per cui attraverso il movimento francescano è nato il mercato moderno, nella sua accezione migliore; il secondo è il carisma, vale a dire il fatto che ciò che è nato da grandi personalità come Benedetto o Francesco ha creato un dinamismo e un’intelligenza della realtà comprensiva di tutti i bisogni. Questa è una lettura veramente interessante, molto utile adesso, soprattutto in prossimità di grandi gesti di carità come la Colletta alimentare e poi le Tende di Natale, organizzate da Avsi.
In che senso tale giudizio aiuta a capire il valore di questi gesti di carità?
È un giudizio culturale che ci permette di capire che il cuore cristiano in ogni epoca si esprime con questo sguardo di carità che anche noi viviamo in questi gesti, in cui è evidente sia la gratuità, sia il carisma che li ha generati; ma al tempo stesso manifesta un’intelligenza delle cose e un’intelligenza della realtà che è stato storicamente assai fecondo.
Questo sembra richiamare a quanto dice Benedetto XVI nella “Deus caritas est”: «non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell'amore». La carità è più della giustizia?
La giustizia mette in campo il ruolo dello Stato, che ha una funzione equitativa; mentre la carità dice qualcosa in più, perché parla alla persona. È dunque un elemento più umano e più ragionevole. La società non è una massa amorfa che viene plasmata dallo Stato: quando è così è una società non libera. La società è libera se fatta da uomini liberi, che si muovono con responsabilità e con intelligenza. In questo senso la carità è una dimensione della persona e non può essere una dimensione dello Stato, il quale si occupa della giustizia. La carità è un cuore, e quello che conta è che in una società ci siano persone, volti, carismi che fanno vedere questo cuore in atto, e per cui contagiano.
E come dice il Papa è una cosa di cui ci sarà sempre bisogno.
Sì, altrimenti c’è il grosso rischio che segnalava Eliot: esiste una società buona se gli uomini non sono buoni? È questo il punto: non può essere lo Stato a fare la società buona. Ciò che fa buoni gli uomini non è certo una legge o un sistema, nemmeno il più perfetto.
Lei diceva che questo è un bene che contagia. Lo si vede ogni anno dalla gente che viene coinvolta e che si commuove di fronte al gesto di gratuità della Colletta; si sono commossi anche vari politici alla presentazione fatta quest’anno alla Camera…
Questo non mi sorprende, anche perché troppo spesso in modo manicheo pensiamo ai politici come se fossero i “cattivi”, mentre in realtà sono persone normali. Comunque, la spiegazione di un tale “contagio” di stupore e commozione sta nel fatto che evidentemente una cosa così corrisponde profondamente al cuore di ognuno. L’iniziativa in sé genera corrispondenza, ma è soprattutto il cuore che c’è dentro all’iniziativa che dà questa corrispondenza e quindi questa commozione. Se tutti fossimo educati a un cuore del genere, parafrasando una ben nota frase di don Giussani, staremmo tutti meglio. La Colletta è un gesto umano e ragionevole perché è un gesto da cui traspare quel cuore, quell’intelligenza, quella carità. Questo commuove, e contagia.
giovedì 27 novembre 2008
martedì 25 novembre 2008
Il Partito Comunista, un'ateismo indifferente e l'Eucaristia
A volte il Mistero irrompe nella Storia con tutta la Sua forza, la Sua evidenza tale da cambiare in cinque minuti la vita di un uomo. E' il caso di André Frossard, noto giornalista e scrittore apologeta francese, morto nel 1999, figlio del fondatore del Partito Comunista Francese ed educato al socialismo reale nel più rigido ateismo. Talmente anticlericale da esserlo soltanto in campagna elettorale. Il "problema-Dio" quanto di più lontano dalla sua vita quotidiana. Un indifferentismo "normale", senza scossoni. Eppure André Frossard fu letteralmente travolto dalla Luce dell'Eucaristia, entrando in una cappella per trovare un amico. "Dio esiste. Io l'ho incontrato" è il titolo del suo primo libro, che mi prometto di leggere. E' sicuramente una testimonianza impressionante, come descrive qui di seguito. Tanto inspiegabile quanto evidente, letteralmente un segno.
"Mi feci trovare da chi non Mi cercava, dissi "Eccomi" a chi non invocava il Mio nome".
domenica 23 novembre 2008
giovedì 20 novembre 2008
Recensione: The Passion of The Christ - La Passione di Cristo




Un film da brividi, quei brividi sottili e dolci che accompagnano sempre la calda certezza di una storia vera, che accade. Ora. Certo è che questo film eccezionale registra nella sua produzione l'accadere di una fatto straordinario: l'interprete di Barabba, il malfattore liberato da Pilato in cambio del Cristo, si è convertito per lo sguardo che gli è stato rivolto dal Cristo-Caviezel nella ripresa delle scene. L'attore stesso, dunque, Pedro Sarubbi, ha scoperto la bellezza di Cristo sul set di Gibson, per uno sguardo fugace che lo ha catturato, là, sulle scale del Pretorio. Come duemila anni fa.

mercoledì 19 novembre 2008
Sweet sweet magic boxes!

How could I stay in your country without you? Sweet sweet blue boxes, magic mailboxes for special mails. I found you everywhere, and you were the magic doors for everywhere my friends were. Sweet sweet magic boxes, how were vivid the days I always saw you while I was going at the cafeteria or everywhere, in that magic country, in that magic city. How I was trembling while I was feeding you with my poor mails! Sweet sweet magic blue boxes, do you remeber? You never betrayed me, I know. Thank you sweet sweet mail boxes, I'll always remember your blue shape, your magic blue shape that took my mails trough the Ocean.
Sweet sweet magic boxes, I love you!
martedì 18 novembre 2008
"Pronto, sono Giampaolo Pansa..."
le scrivo brevemente per raccontarle una fatto accaduto una mattina, ovvero una conferenza organizzata dall'ANPI, sigla che lei conosce bene, sul tema della non-violenza in occasione della giornata indetta dall'Onu. Mi chiamo Giacomo Berchi, ho sedici anni e sono figlio del giornalista Marco Berchi di Biella che lei conosce, e mi avrebbe conosciuto di persona se non fosse che, dopo il suo incontro al Meeting di Rimini, sono dovuto scappare per un appuntamento. A proposito, complimenti per l'intervento.
Nonostante io ricordi quel giorno, due ottobre, più per la memoria dei Santi Angeli Custodi, evidentemente la mia prof. di religione l'ha più presente come data della nascita di Gandhi. Difatti siamo andati a questa conferenza nei saloni della Provincia della nostra città sul tema della non-violenza, conferenzieri i signori dell'ANPI locale e non e il presidente (Pd) della provincia di Biella. Guardi, non le sto a raccontare tutta la pappardella utopico-pacifista che ci è stata riversata addosso, retorica a non finire, valori antifascisti che continuano anche oggi in tutti i campi della vita, dallo spreco di energie alle impronte ai minori rom (a detta del presidente della Provincia, "le nuove stelle di David"), il cambiare il mondo con i nostri piccoli gesti sulla via della non-violenza: insomma un calderone. Un calderone dove finisce dentro Gesù Cristo con Che Guevara, San Francesco con Calamandrei, Falcone e Borsellino con Gandhi e Luther King... l'ho definita una "Religione sociale", i diritti umani eretti a simbolo e definizione dell'uomo, la Costituzione come misura ultima dell'umano, l'antifascismo come ragione di vita, una "Religione" che salva tutto dalle piante ai poveri bambini rom indifesi di fronte a Maroni. Una "Religione" che pretende di salvare tutto, ma credo abbia lasciato per strada la ragione.
Nel momento di assemblea (o soliloquio?) sono intervenuto per primo, e le riassumo brevemente qui di seguito il mio contributo. Ho iniziato esprimendo il mio rispetto per i partigiani presenti e per le loro storie personali durante la guerra, ma ho subito specificato che non mi trovavo d'accordo con tutto il contenuto della conferenza che ho definito come ho fatto qua sopra, una "Religione Sociale" abbastanza confusa. Ho dovuto scegliere i punti, o meglio, il punto da toccare, dato che "sarebbero tante le questioni in ballo che mi ci vorrebbe un'altra conferenza, e non mi sembra il caso". Allora ho premuto su ciò che da loro era definito come il principio del dialogo con tutti, lo stare insieme e l'accogliere il "diverso" come base per il progresso della società (non le dico la retorica!), il dialogo, quindi, la discussione con tutti per un futuro migliore. E ho detto: come mai questo atteggiamento si trasforma in chiusura e attacco quando si parla di Giampaolo Pansa e delle sue storie? Le confesso che dire il suo nome in quella cattedrale del sociale, proprio nel mezzo della funzione religiosa è stato liberatorio. Comunque sia il dado è tratto. Ho chiesto a qualcuno di loro di spiegarmi come mai accadeva questo, lasciando esplicitamente la parola ai conferenzieri.
Silenzio. Silenzio, caro Pansa, non una parola.
"Ci sono altri interventi?", ecco come hanno risolto la questione, togliendo il microfono dalla platea ("Non sentiamo molto!") e mandando gli altri sul podio a parlare. E mi dicevo "Sta a vedere che liquidano così la questione...". Si parla d'altro. Di mafia, non- violenza, insomma la funzione va avanti.
Ad un certo punto un partigiano anziano si alza e prende il microfono:"Io vorrei rispondere a quel gruppo di ragazzi che diceva che noi partigiani eravamo violenti". Parlerà di me? Boh, non so, sentiamo. Inizia a dipingere a tinte fosche la situazione della guerra, cosa erano costretti a fare, a cosa rinunciare ecc... molto sul personale. Insomma: dovevamo prendere le armi. Poi dice "E riguardo a Pansa, beh, diciamolo... ha detto anche un po' di bugie. E' un romanziere che ha costruito il suo curriculum su dei fatti inventati". Si, parlava di me! Allora quando ha finito mi alzo, e senza microfono dico: "Scusate, potrei puntualizzare una cosa, che non mi pare sia stata capita?", ma, guarda caso, era giunto un altro sacerdote sul podio a parlare di Gandhi e di come la non-violenza sia un'azione in atto ecc... "Grazie, scusate allora" dico ironico risedendomi.
Ci rinuncio. Alla fine di tutto la mia prof, un'altra funzionaria di questa Religione Sociale dai contorni indefiniti, mi porta l'anziano partigiano che mi ha "risposto" per "chiarire le idee". E io gli ripeto il problema: come mai manca il dialogo con Pansa? Lei dice che è un romanziere ma perché quando vi invita a smentire una delle storie che porta alla luce voi gli date del fascista e lo attaccate, lo fate tacere? Lui mi guarda e dice "Perché, lo sai, quando eravamo in paese dovevamo scappare eh... andare in montagna.... nelle colline.... era dura" "Si, signore io non metto in discussione la sua storia personale, perché abbiate dovute imbracciare i fucili... il problema, la mia domanda è su Pansa!" e lui "... c'erano le taglie, su noi bambini.... eh, era dura..." "Signore, la capisco, io però...".
Caro Pansa, proprio così: ho dovuto ripetergli cinque volte la mia domanda, non voleva capire! Già, è la situazione di questi dinosauri della storia.
L'imbarazzo, al dire il suo nome, era palpabile. Poi il vecchio partigiano imbarazzato dice, infine "Poi, certa gente... è più interessata alla politica che alla Resistenza" riferendosi a lei. Gli stringo la mano "Grazie, allora, arrivederci, tanto ho capito che non volete risolvere la questione... buona giornata!".
Lei continui così, continui a dar voce alle storie che i gendarmi della memoria continuano a nascondere, continui a fare quello che fa. Mi premeva farle sapere cosa mi era accaduto il giorno dei Santi Angeli.... eh, della non-violenza. Insomma, questa nuova religione sociale ha bisogno del coraggio di quelli come lei per essere smontata. Parafrasando Leopardi "All'apparir del vero, tu misera cadesti".
Spero di rivederla al Meeting di Rimini. Grazie per la pazienza e buon lavoro al "Riformista".
Giacomo Berchi
Questo accadeva ormai quasi due mesi fa. Oggi invece è stata una giornata normale (se normale può essere detto ogni giorno passato cercando di riconoscere la Sua Presenza, del Mistero che fa tutte le cose, insomma un giorno vissuto da cristiano), scuola, pranzo con amici, dormitella e studio. Massofisioterapista, per i soliti problemi, poi un bel paio di scarpe nuove e una spesa veloce con maman. Doccia. Meglio, doccia calda, perché la caldaia da domenica non funzionava più, quindi si ha più voglia di specificare quel "calda". Squilla il cellulare, in camera mia, esco in accappatoio e vedo numero sconosciuto. Sarà un mio compagno.
"Pronto, è Giacomo Berchi?", o come dice lui, Sghacomo? "Si, chi parla?" "Sono Giampaolo Pansa, papà mia ha detto che oggi non hai l'allenamento di ostacoli" "Oh, si si, esatto...".
Bella sorpresa, no? Rispondi al telefono e dall'altra parte c'è un grandissimo giornalista e storico italiano. Telefonata tranquilla e gratificante, per quanto tranquilla possa essere una telefonata a sorpresa con un grande giornalista mentre tu sei tutto bagnato nel tuo accappatoio verde acceso, piedi nudi. Ah, scusate, per chi non lo sapesse, Giampaolo Pansa è un grande giornalista di sinistra, anche se definirlo così sarebbe scorretto. Tutta la sinistra lo odia, perché ha osato intaccare con fatti concreti, moltissimi fatti concreti, il mito della Resistenza buona e pulita, mito fondante della sinistra italiana. Fatti che tutti attaccano e nessuno prova nemmeno a smentire. Lui parla di Guerra Civile, e ha fatto emergere le nefandezze della guerriglia condotta dai partigiani comunisti, che miravano a fare dell'Italia un satellite dell'Unione Sovietica, così che oggi noi saremmo come l'Ungheria, uccidendo per questo donne, partigiani che non condividevano il progetto totalitario, e anche molti preti. Ci sono molti suoi libri interessanti.
Tornando alla telefonata, mi ha fatto i complimenti per la lettera e ha detto che si è molto divertito, l'ha fatta vedere pure alla moglie. "I consigli che posso dare a uno come te sono questi: studiare, studiare, studiare e leggere, leggere, leggere". Poi mi ha detto che bisogna essere fieri delle proprie idee e posizioni e che bisogna anche stare attenti a dove le si esterna, "perché il mondo non è fatto di Giacomo Berchi, Marco Berchi e Giampaolo Pansa". Ha definito "cinema grottesco" questo film mitico sulla Resistenza che prosegue ancora oggi, e mi ha detto che mi invierà il suo prossimo libro, in uscita a marzo.
Telefonata molto calorosa e colloquiale, per quanto insolita. E divertente.
lunedì 17 novembre 2008
Ah, signori! Come colmarlo quest'abisso della vita?

Tumulto di risate, grida, tintinii di argenti e cristalli
Allora! La mia confessione vi sorprende; sento ridere tra di voi. Sappiate dunque che non ha mai commesso un atto veramente ignobile chi non ha pianto sulla sua vittima. Certo, nella mia giovinezza, ho cercato anch'io, proprio come voi, la miserevole gioia, l'inquieta straniera che vi dona la sua vita e non vi dice il suo nome. Ma in me nacque presto il desiderio di inseguire ciò che voi non conoscerete mai: l'amore immenso, tenebroso e dolce. Più di una volta credetti di averlo afferrato: e non era che un fantasma di fiamma. L'abbracciavo, gli giuravo eterna tenerezza, esso mi bruciava le labbra e mi copriva il capo con la mia stessa cenere, e, quando riaprivo gli occhi, c'era il giorno orrendo della solitudine, il lungo, così lungo giorno della solitudine, con un povero cuore tra le mani, un povero, povero, dolce cuore leggero come il passerotto d'inverno. (...) Una bellezza nuova, (...), una nuova vita, un infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho bisogno, signori: semplicemente questo, e nulla di più. Ah! Come colmarlo, quest'abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. (...)
E' un desiderio di abbracciare le infinite possibilità! Ah, signori! Che facciamo mai qui? Cosa guadagnamo?

domenica 16 novembre 2008
Semplicemente davanti a un fatto
E questo è un fatto. Limpido, chiaro. Scientifico, inoltre. Ripeto per l'ennesima volta che il corpo di Eluana non è attaccato a nessuna macchina, respira, ha saputo resistere ad un'emmoragia interna, è in salute. Quindi non si tratta di sostituirsi al "proprio Dio per tenere in vita una cosa che sarebbe morta". "Se uno non pensa non è vita", ma la scienza dice che la vita c'è, in quel corpo. Se basta non pensare per non essere vivi, allora cosa significa pensare? Quando dormi pensi? Eppure vivi. Ragione, fatti, evidenza. Quel corpo vive. E per la stessa ragione con cui si rispetta un corpo di un morto, una "cosa morta", si deve rispettare e amare anche questa forma di vita umana. Semplicemente perché disumana é la fine che si profila , per cui vedi sopra. La realtà però ci propone anche testimonianze d'amore inimmaginabili, dell'altro mondo. Un'amore da dare tutto di sé. Avevo già proposto questa testimonianza ed ora mi sempre giusto, per aiutarci a giudicare il caso Eluana, poterla di nuovo avere presente. Uno ragionevole non dice "Ok, lui ce la fa, io no" ma è semplicemente tutto provocato da una vita così e si chiede come è possibile.
Per chi dice che Eluana è una "cosa morta".







