mercoledì 10 dicembre 2008

Con Beatrice fino alla Luce, ovvero trattatello scolastico intorno agli effetti della "gentilissima"

Umile trattatello. Difatti, ricopiandolo qui, ho avuto tutta l'impressione della sua povertà, della sua pochezza. Epperò ne vado fiero. Partendo da un traccia scolastica che recita dell'amore per la gentilissima "non fine a sé stesso", tramite per "il sogno mistico religioso", si può arrivare lontano. Tanto lontano da prendere in mezzo il tuo povero cuore di contadino e la magnificenza di un Re.
Ad mariorem Dei gloriam.


L'orizzonte tracciato da Dante nelle sue opere, e che percorre come un fremito tutta la sua vita, è quello che potrebbe essere definito come orizzonte del "Tutto", inteso come orizzonte, sguardo, che non tralascia nulla. Ne è supremo cardine e prova l'esperienza d'amore vissuta e riferita da Dante in cui nulla è lasciato al caso (dalla disposizione dei versi, il ripetersi dei verbi di vedere, fino all'"amor che move il sole e l'altre stelle") e tutto "diventa avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini). Questa esperienza è messa subito in luce da Dante come motore di un nuovo essere, anima di un nuovo modo di rapportarsi con la realtà, chiarificata e messa in luce da un giudizio netto: "Incipit vita nova". Quella che può essere chiamata come la "determinazione" dantesca nell'andare alla radice dell'esperienza d'amore e non solo, costituisce di per sé un caso unico nel panorama culturale dell'epoca, in particolare nella cerchia di poeti del Dolce Stil Novo. Ne è conferma la valutazione degli effetti dell'innamoramento nei loro sonetti dove, pur raggiungendo notevoli traguardi lirici, il tema della donna-angelo rimane un'idea, quasi un'ambizione, e non incide fino in fondo sulla vita reale se non nel tragico svuotamento dell'io tipico del poetare cavalcantiano. Per non parlare poi della successiva irrefrenabile malinconia del Petrarca. Per Dante non è così. E' come se il poeta fiorentino seguisse il "più in là" inscritto nelle cose che sarà così ben presentito e messo in poesia da Eugenio Montale. Il vertice della ragione dantesca, per non dire umana, è quello del riconoscimento della realtà come segno. Come un uomo entra veramente in rapporto con le cose, il reale, le persone, quando si muove con la piena coscienza della loro funzione, del loro scopo, (si sa usare una penna perché si è consci del suo fine; si va in ospedale perché si sa che il suo scopo è diverso da quello di un centro commerciale e così via) in questo modo Dante non può non piangere d'amore per Beatrice senza desiderare di abbracciare Cristo, il suo destino, perché il destino di ogni uomo è la positività eterna di Dio. L'orizzonte del "tutto" dantesco è il "centuplo quaggiù" evangelico. Il salto, quindi, la radicale diversità di Dante è quella del riconoscimento (cui segue e non precede un'identificazione) di Beatrice come Alter Christus. Ciò che impedisce al poeta di Firenze di parlare per astrazioni è a questo punto la "tenda" di Dio "in mezzo a noi", la carnalità di Cristo, il Logos razionale greco fatto esperienza umana. Quella che per (quasi) tutti è una sorta di schizofrenia, per Dante è l'apertura della ragione. Per schizofrenia, infatti, s'intende il vivere la vita per settori completamente separati come famiglia, lavoro, amore, vita religiosa senza una tonalità comune di fondo, allora, per rimanere in ambito stilnovista, l'amore alla donna sarà sempre "altro" da Dio, semplicemente "sembianza". La vita affogherà quindi, estendendo il discorso, in una molteplicità di settori, in un susseguirsi di "altro", in una appunto, schizofrenia mascherata, in senso di molteplicità dell'io pirandelliano. Invece Dante abbraccia tutto. Dante è come il componitore di una sinfonia che, pur nella diversità dei momenti che la costituiscono, ha sempre chiaro il motivo di fondo.
In Dante si vede la realtà dell'affermazione di Jacopone da Todi "Cristo me trae tutto tant'é bello". Difatti, come prima si accennava, la centralità dell'amore per Beatrice è data dall'apertura che essa provoca alla libertà e alla ragione dell'uomo, poiché lei è tramite per Cristo. Altrimenti non avremmo avuto la Divina Commedia, e non solo. E questa esperienza, che è quindi di conoscenza (come dice Dante stesso), di rapporto con la realtà, di amore e scoperta dell'"in là" inscritto nelle cose, è prima di tutto un'apertura della ragione. E' infatti errato attribuire in toto a Virgilio il ruolo di rappresentanza della Ragione che viene quindi messa da parte, superata, nel percorso attraverso il Paradiso. Se Virgilio è la ragione, Beatrice è la ragione esaltata. Perché nell'esperienza massima della realtà, il rapporto con Dio, con il senso delle cose, non bastano delle nozioni, del sapere, non basta la conoscenza letteraria, anche di cose belle e giuste. Necessita invece l'"esperienza di una grande amore", perché se è vero quello che dice C. S. Lewis, ovvero "gli uomini non si possono studiare, si può solo arrivare a conoscerli", tanto più uno non conosce Dio con trattati e dibattiti, bensì lo trova nell'esperienza concreta. E come se Dio non volesse l'uomo a sé, presso di Lui, attraverso innanzitutto ciò che studia e argomenta, ma prima di tutto attraverso ciò che egli ha amato. Insomma, il Paradiso, con Virgilio, sarebbe stato un po' noioso. Beatrice invece, tutto ciò che di più ha amato in terra, è anche la strada e la compagnia verso l'Eterna Luce.
Parlare dell'esperienza di Dante, è un po' come parafrasare il paragone portato da Kierkegaard nei confronti del Cristianesimo. Il filosofo parla infatti dei dilemmi di un grande re innamorato di una giovane contadinella del popolo alla quale egli non trova modo di dichiararsi: se infatti le si presentasse in tutta la sua magnificenza ella ne sarebbe abbagliata e si troverebbe ad amarlo quasi come costretta. Allora il re l'accosta vestito da popolano, per amore alla libertà di lei.
Ecco, Dante è come quella giovane contadinella che spia da anni il bellissimo re, da lontano, rimuginando tristemente sull'impossibilità di amarlo. E' tale, infatti, la distanza, da rendere possibili soltanto fantasticherie malinconiche. Poi, un giorno, la contadina incontra un altro contadino dal volto stupendo e dai modi che la catturano. Soltanto il suo saluto le pare il vertice di tutto quello che lei mai desideri. Il contadino, così "eccezionale" nel panorama solito della contadinella, le dirà infine: "Io sono il tuo re". Colui che lei ha desiderato da sempre.
Per Dante è così. La scommessa di Dante è la scommessa cristiana, divenuta certezza, di poter amare, nella donna, l'"amore che move il sole e l'altre stelle". Così in tutte le cose.
"Cristo me trae tutto tant'è bello" è, infine, il riconoscimento di un Re nelle circostanze solite. Un Re che ti vuole nel Suo Regno.



2 commenti:

Stephanie ha detto...

Molto, molto bello... L'8 e mezzo te lo sei proprio meritato!

Anonimo ha detto...

la sainte chapelle!!