sabato 26 novembre 2011

Un gesto di carità, perché "un uomo vale più di tutto l'universo"

Da IlSussidiario.net






La ragione profonda della carità

venerdì 25 novembre 2011


Che senso ha, sabato 26 novembre, regalare parte della propria spesa a uno sconosciuto, uno dei 120mila volontari della Rete Banco Alimentare, che la farà arrivare a uno o più persone tra il milione e 400mila indigenti, attraverso più di 8mila strutture caritative sostenute? Che senso ha farlo in un momento di crisi in cui per molti anche un euro è prezioso per sopperire ai problemi della disoccupazione o dei difficili bilanci familiari? E poi non ha forse più ragione chi, confidando sui poteri taumaturgici della finanza e della “politica dei giusti” ha ripetuto per anni che “non serve la carità, ci vuole la giustizia”? Sono domande a cui paradossalmente questa crisi mondiale aiuta a trovare risposta.
L’abbiamo visto: la finanza, anche quando non fa addirittura danno, da sola non ce la fa; i paesi del Terzo mondo che crescono di più diminuiscono il loro gap verso i paesi ricchi, ma aumentano di molto le differenze interne tra ricchi e poveri; i paesi sviluppati, oberati di debito pubblico, riescono sempre meno con la spesa pubblica a rendere più dignitosa la vita dei meno abbienti. Non bastano e non basteranno mai progetti politici ed economici. Aveva ragione Benedetto XVI quando nella Deus Caritas Est diceva: “La carità sarà sempre necessaria”.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono… un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”. La nostra civiltà occidentale è intrisa, più ancora che dei segni di violenze e guerre, delle tracce del Buon samaritano, di San Martino che dona metà del suo mantello al povero che ne ha bisogno. La tradizione cristiana chiama tutto questo “carità”, dono di sé commosso per il bene dell’altro, perché non ci si può dimenticare che tutto quel che abbiamo ci è stato donato da un Dio che si è fatto uomo e ha accettato di soffrire e morire per salvarci.
A tal punto questa dimensione caratterizza la nostra civiltà, che anche sistemi di pensiero laici hanno dato vita a leghe di mutuo soccorso, cooperative, opere filantropiche, perché nella nostra civiltà è ancora fortemente radicata la coscienza che “un uomo vale di più di tutto l’universo”. Qualcosa di più di una generica solidarietà o di un semplice trasferimento di beni da una persona a un'altra, ma atti in cui, mossi dal desiderio di bene contenuto nel cuore, viene sacrificato qualcosa per rendere migliore la vita di altri uomini.

Certo, dobbiamo sperare e lottare per assetti politici, economici e finanziari più equi ed efficaci, ma senza questi gesti gli indigenti fra noi che non possono aspettare, vivranno peggio. E non sono solo i poveri ad aver bisogno di gesti così: ancora di più ne hanno bisogno coloro che li attuano, i buoni samaritani e anche i sacerdoti e i leviti di oggi che siamo un po’ tutti noi. Rispondendo con un gesto semplice al bisogno del prossimo sconosciuto, ci ricordiamo che ogni uomo è bisogno e desiderio infinito di cui l’indigenza materiale e spirituale sono solo segni.
E così si risveglia il nostro cuore intorpidito; si riapre la nostra ragione divenuta ottusa e incapace di creare, lottare, soffrire; rinasce in noi un desiderio non ridotto, fattore primo di ingegno, conoscenza, creatività, imprevedibile capacità di generare novità, ricchezza, bellezza, per sé e per gli altri. Così, la crisi diventa una sfida per un cambiamento, come recita un recente quartino di CL: da un gesto di carità come quello della Fondazione Banco Alimentare rinasce la speranza di un popolo perché possiamo essere più consapevoli di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo; e poi possiamo scoprire come questi gesti possono educare un popolo ad allargare l’orizzonte alle necessità di tutti.


martedì 22 novembre 2011

Cosa resta quando tutto crolla

Da L'Osservatore Romano del 18 novembre. A proposito di crisi.





 Cosa resta quando tutto crolla



«E Dio vide che (…) era cosa buona (…) era cosa molto buona». Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona. Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?
Questo atteggiamento sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva. Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele? Soltanto a motivo della sua storia.
L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà. Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore. C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità.
Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi. Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede. È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Isaia, 40, 12s., 26-28).
Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla. Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione. La chiave di volta è sintetizzata dalla frase: la realtà è positiva. Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così.
La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia (sarebbe una magra consolazione), ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (Luigi Giussani, Si può [veramente?!] vivere così?, Milano, Bur, 2011, pp. 292-293).
La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. È ontologicamente positiva la realtà. Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse, provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.
«Una crisi — dice Hannah Arendt — ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 229).
Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”.
In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida. Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.
Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale. Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana. Allora la fede è inutile. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza. Se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.
 
Julian Carròn

sabato 19 novembre 2011

Us Against The World - Coldplay

Un nuovo gioiello da Mylo Xyloto, prezioso, splendido e potente ultimo album dei Coldplay.








US AGAINST THE WORLD

Oh morning come bursting the clouds amen
Lift off this blindfold let me see again
Bring back the water let your ships roll in
In my heart she left a hole

The tightrope that I’m walking just sways and ties
The devil as he’s talking with those angel’s eyes
And I just want to be there when the lightening strikes
And the saints go marching in

And sing
Slow it down
Through chaos as it swirls
It's us against the world

Like a river to a raindrop I lost a friend
My drunken hazard daniel in a lion's den
And tonight I know it all has to begin again
So whatever you do, don’t let go

And if we could float away
Fly up to the surface and just start again
Lift off before trouble just erodes us in the rain
Just erodes us in the rain
Just erodes us and see roses in the rain saying

Slow it down
Through chaos as it swirls 
It's us against the world

Through chaos as it swirls
It's us against the world

domenica 13 novembre 2011

Like a thousand sunrises







La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
"A modern retelling of the parables of The Good Sheperd and The Prodigal Son", secondo le parole dell'autore. Un padre alla ricerca di un figlio. Una trama universale, un poeta e un artista originale. Mi bastano queste parole per riaccendere la fame dello splendore e della bellezza dell'orizzonte che i romanzi di O'Brien testimoniano e spalancano: l'unico motivo per cui questo romanzo é qui ora fra le mie mani é semplicemente perché io ne ho bisogno. Bisogno di questo sguardo, di queste domande, di una storia ricca di dramma e contemplazione. 
Chesterton scriveva che chi ha coscienza della Chiesa come di una maestra viva si aspetta ogni giorno di scoprire una nuova e inaspettata verità, esattamente come fare colazione con Platone o ascoltare Shakespeare far tremare l'universo con una nuova poesia.
Questo accade realmente. Chi non vorrebbe dunque essere presente? E allora cosa altro aspettare quando esce un nuovo romanzo di O'Brien?  


Ecco il "trailer" del libro:




"This is a magnum opus in quality as well as quantity. All of O'Brien's large and human soul is in this book as in none of his shorter ones: father, Catholic, Russophile, Canadian, personalist, artis, storyteller, romantic. There is not one boring or superfluous page. When you finish The Father's Tale you will say of it what Tolkien said of The Lord of the Rings: 'It has one fault: it is too short'. A thousand pages of Michael O'Brien is like a thousand sunrises: who's complaining?"

Peter Kreeft, Ph. D., Boston College
Author, You Can Understand the Bible


"To enter the domain into wich this book take its readers is to find oneself in the precincts of Holiness, really. Everything is here: suspense, poignancy, darkness, goodness, radiance, courage and joy. George MacDonald, Charles Williams, Chesterton, Lewis, and, yes, Dostoyevsky, have ventured across the borders of this terrain. The scrim that lies between ordinariness and That Which Lies Beyond ordinariness is pierced. Michael O'Brien's achievement here is, I think, titanic."
Thomas Howard
Author, Dove Descending: T.S. Eliot's Four Qaurtets


"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."

David Lyle  Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University


"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels." 

Fr. Joseph Fessio, S.J. 




mercoledì 9 novembre 2011

"Tutto quello che c'era di buono in lui cantò, alto in aria, come vento tra gli alberi"

Ecco l'introduzione di L'uomo che ride, la raccolta di articoli a cura di Edoardo Rialti uscita l'anno scorso su Il Foglio ed edita Cantagalli. Un'imperdibile occasione per fare conoscenza con GKC.
Potrei stare a scrivere pagine sul perché ne valga la pena, sul perché ce ne sia estremamente bisogno. Basti questo: per incontrare un uomo vivo, ecco tutto.





Il segreto di GKC

Tutto quello che c’era di buono in lui cantò

Introduzione a "L'uomo che ride", il libro che raccoglie tutte le chestertoniane pubblicate dal Foglio

Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre addosso una forza che non sospettava.

“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia: alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse – io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa che Satana stesso non può fare: posso morire". La soluzione dello scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore – ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello, amabile ci sià già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K. Chesterton. Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

E' questo il principio difeso con una vera e propria guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo perchè vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.

Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in “Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”. Invece l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della gioia e del dolore?” Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una storia d’amore.”Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perchè tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come sicuramente ama tutto ciò che è sé stesso ed è insostituibile”. Pochi anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza da “questa o quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”. E quella difesa, da parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia” Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”. Cos' è che ha sostenuto questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale. Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa strana solitudine che investe milioni di individui”.

Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:

“Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finchè queste non si staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.

Donami occhi miracolosi / perch'io possa vedere gli occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, / cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che vedono.

Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.

Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso sorridendo di aver combattutto almeno questa buona battaglia: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non cedere?

“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il contrario, perchè invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, e non ai suoi margini”. E chi si trovi davanti a una simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi esistenziali”. Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka, Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. E' proprio questa “centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il cattolico e l'ateo del “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel tratteggiare nel “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo “faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa fedeltà che l”Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia, trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettemante seria: il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode che all'alba che si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava, estuava e pareva sufficente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini della casa davanti, che aveva irriso sprezzante. Ed è sempre a difesa delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un' Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla, allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di tutto per sopportarla.” E questo perchè “quello che noi temiano di più è un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o Bernanos, scriverà nel “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo in nome della libertà si si fatto schiavo della più nebulosa e opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”. E questo “giacchè il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e di divino”. Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono per mancanza d’umorismo”. Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo, che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola terra, “Il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali, edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”. E questa segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il costante divertimento che si leggeva nello sguardo”. Andare a fondo di questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere alle domende ripetute più e più volte in questa introduzione, e raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La Ballata del cavallo bianco”.

Gli articoli qui raccolti
furono intesi sia per "descrivere solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come scrisse Chesterton stesso di  Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo, guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a correre a rinnovare le strade del mondo.

sabato 5 novembre 2011

La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla

Da Tracce.it.



Yosemiti Valley, foto di Ansel Adams



Il genio e la Natura

di Giovanni Zennaro

31/10/2011 - A Modena una mostra dedicata a Ansel Adams: rivoluzionò la tecnica fotografica per ritrarre i grandi paesaggi americani, facendosi testimone di ciò «che vive o è latente in tutte le cose».
 
Quello che più colpisce visitando la mostra Ansel Adams. La Natura è il mio regno (fino al 29 gennaio 2012 all’ex ospedale San’Agostino di Modena) è il senso di grandezza infinita che emana da quelle immagini. Dal massiccio granitico dell’Half Dome alle pareti spioventi di El Capitan, i due giganti della California. Da un fiume ghiacciato a un arido canyon in Arizona.
L’autore, statunitense, è uno dei più grandi fotografi del Novecento. Genio della tecnica, a lui si deve l’invenzione del sistema zonale, che rivoluzionò il modo di fotografare permettendo (già in fase di ripresa) un controllo precisissimo delle molteplici sfumature di grigio nelle immagini in bianco e nero. Fu fondatore del gruppo f/64 assieme ad altri maestri come Imogen Cunningham e Edward Weston, tutti sostenitori della straight photography: fotografia diretta, senza fronzoli, scattata in massima profondità di campo per ottenere una testimonianza della realtà fedele e chiara.
Questa è l’essenza del genio: la capacità di mettere tutta la conoscenza e la perizia tecnica al servizio di qualcosa d’altro. Per Adams, a servizio della bellezza. Ne sono prova le decine di scatti esposti (circa 80 stampe vintage originali, realizzate dallo stesso autore) in questa mostra, la prima interamente riservata ad Adams in Italia. Il pannello introduttivo parla di «un percorso intimo e quasi esclusivo, volto a celebrare la bellezza e a condividere con gli altri tali e tante meraviglie»: affascinato per tutta la vita dall’imponenza delle montagne e dalla vastità delle vallate, il fotografo osserva la grande natura americana. Yosemite, Jasper, Yellowstone sono alcuni dei grandi parchi nazionali in cui periodicamente ritorna in solitudine contemplativa, con il desiderio di essere testimone per gli altri di ciò che lui può vedere. Sono epiche, le fotografie di Adams. Tutto sembra vivo ed eterno. Ciò che accade è il mutare delle stagioni. Così vediamo le rocce dell’Half Dome brillare al chiaro di luna e le ritroviamo poi coperte dalla neve d’inverno. E ancora il Monte Williamson, in Sierra Nevada, illuminato di gloria dai raggi del sole che tagliano le nuvole. Le bianche cime del Colorado...
Adams non cerca i luoghi ignoti al mondo. Fotografa quei parchi sempre più affollati da un turismo distratto, che si lascia sfuggire la grandezza del creato dentro al cestino da picnic. Più volte nella vita si scaglia contro la costruzione di strade ed infrastrutture nei parchi nazionali, evidenziando l’assurdità di dover stendere chilometri d’asfalto per permettere a tutti di visitare la “natura incontaminata”. Il suo è un ambientalismo vero, è il grido di chi sa quanto vale la fatica di salire fino alla vetta per guardare il panorama. L’artista Adams non si batte per un’idea, ma per la vita: «Credo che l’approccio dell’artista e quello dell’ambientalista siano molto vicini poiché entrambi hanno a che fare, a un livello impressionante, con l’affermazione della vita», spiega il fotografo.
C’è un dialogo totale tra l’uomo e la natura: «La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico: un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica. Il diritto all’esperienza è fondamentale». Mistica ed esperienza non sono contrapposte, anzi è solo nella profonda contemplazione del creato che l’uomo inizia l’esperienza vera, non ridotta ad arido materialismo. «Fotografare in modo diretto e autentico significa guardare oltre la superficie e registrare le qualità della natura e dell’umanità che vivono o sono latenti in tutte le cose». La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla: questo è il percorso di Adams. Da qui la grandezza per noi oggi delle sue (bellissime) fotografie.

Ansel Adams. La Natura è il mio regno
Fino al 29 gennaio 2012
Ex ospedale Sant'Agostino

Largo Porta Sant'Agostino, 228, Modena
Da martedì a venerdì 11-13 e 15.30-19
sabato e festivi 11–20
Ingresso libero
Per informazioni: www.fondazionefotografia.it