La ragione profonda della carità
venerdì 25 novembre 2011
Che
senso ha, sabato 26 novembre, regalare parte della propria spesa a uno
sconosciuto, uno dei 120mila volontari della Rete Banco Alimentare, che
la farà arrivare a uno o più persone tra il milione e 400mila indigenti,
attraverso più di 8mila strutture caritative sostenute? Che senso ha
farlo in un momento di crisi in cui per molti anche un euro è prezioso
per sopperire ai problemi della disoccupazione o dei difficili bilanci
familiari? E poi non ha forse più ragione chi, confidando sui poteri
taumaturgici della finanza e della “politica dei giusti” ha ripetuto per
anni che “non serve la carità, ci vuole la giustizia”? Sono domande a
cui paradossalmente questa crisi mondiale aiuta a trovare risposta.
L’abbiamo visto: la finanza, anche
quando non fa addirittura danno, da sola non ce la fa; i paesi del Terzo
mondo che crescono di più diminuiscono il loro gap verso i paesi
ricchi, ma aumentano di molto le differenze interne tra ricchi e poveri;
i paesi sviluppati, oberati di debito pubblico, riescono sempre meno
con la spesa pubblica a rendere più dignitosa la vita dei meno abbienti.
Non bastano e non basteranno mai progetti politici ed economici. Aveva
ragione Benedetto XVI quando nella Deus Caritas Est diceva: “La carità sarà sempre necessaria”.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a
Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono… un Samaritano, che era
in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”. La
nostra civiltà occidentale è intrisa, più ancora che dei segni di
violenze e guerre, delle tracce del Buon samaritano, di San Martino che
dona metà del suo mantello al povero che ne ha bisogno. La tradizione
cristiana chiama tutto questo “carità”, dono di sé commosso per il bene
dell’altro, perché non ci si può dimenticare che tutto quel che abbiamo
ci è stato donato da un Dio che si è fatto uomo e ha accettato di
soffrire e morire per salvarci.
A tal punto questa dimensione
caratterizza la nostra civiltà, che anche sistemi di pensiero laici
hanno dato vita a leghe di mutuo soccorso, cooperative, opere
filantropiche, perché nella nostra civiltà è ancora fortemente radicata
la coscienza che “un uomo vale di più di tutto l’universo”. Qualcosa di
più di una generica solidarietà o di un semplice trasferimento di beni
da una persona a un'altra, ma atti in cui, mossi dal desiderio di bene
contenuto nel cuore, viene sacrificato qualcosa per rendere migliore la
vita di altri uomini.
Certo,
dobbiamo sperare e lottare per assetti politici, economici e finanziari
più equi ed efficaci, ma senza questi gesti gli indigenti fra noi che
non possono aspettare, vivranno peggio. E non sono solo i poveri ad aver
bisogno di gesti così: ancora di più ne hanno bisogno coloro che li
attuano, i buoni samaritani e anche i sacerdoti e i leviti di oggi che
siamo un po’ tutti noi. Rispondendo con un gesto semplice al bisogno del
prossimo sconosciuto, ci ricordiamo che ogni uomo è bisogno e desiderio
infinito di cui l’indigenza materiale e spirituale sono solo segni.
E così si risveglia il nostro cuore
intorpidito; si riapre la nostra ragione divenuta ottusa e incapace di
creare, lottare, soffrire; rinasce in noi un desiderio non ridotto,
fattore primo di ingegno, conoscenza, creatività, imprevedibile capacità
di generare novità, ricchezza, bellezza, per sé e per gli altri. Così,
la crisi diventa una sfida per un cambiamento, come recita un recente
quartino di CL: da un gesto di carità come quello della Fondazione Banco
Alimentare rinasce la speranza di un popolo perché possiamo essere più
consapevoli di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo; e poi possiamo
scoprire come questi gesti possono educare un popolo ad allargare
l’orizzonte alle necessità di tutti.
