venerdì 30 settembre 2011

Main Titles - Never Let Me Go



 



Non lasciarmi é un film che inquieta, quasi fino a turbare. Ma a suo modo, e cioé con delicatezza, finezza, quasi sottilmente, fa entrare in un mondo dove diventa irrimediabilmente e terribilmente chiaro ciò che spesso diamo per scontato. Un mondo dove il potere é in grado di educare, crescere e sfruttare esseri umani per i suoi scopi "umanitari". Aver visto questo film in parallelo alla lettura della straordinaria trilogia cosmica di C.S. Lewis suggerisce notevoli prospettive; i college e i cottage del film richiamano molto l'Istituto INCE di Quell'orribile forza, almeno fino a dove sono arrivato.
Tre ragazzi scoprono di essere destinati a diventare donatori di organi, fino alla loro morte: é questo lo scopo della loro esistenza, deciso dal progresso. Il contrasto, tragico, é fra i sentimenti, le aspettative, le contraddizioni che i protagonisti sentono emergere in sé, specie riguardo all'amore e all'amicizia, e un potere che vuole ridurre ciò che é irriducibile, il cuore dell'uomo.
E' un film terribile, da questo punto di vista. Mostra come l'uomo si ribelli ad ogni tentativo di riduzione che gli tolga la possibilità di anelare all'infinito, come evidenzia, tristemente, quasi in forma di preghiera, l'ultima scena
E' un film che dovrebbe far riflettere su come il rischio inerente ad ogni progresso sia quello di dimenticare l'umano, e su come questo rischio sia oggi più che mai reale.

Ma ancora più a fondo, é possibile concepire l'idea di amare senza la prospettiva di un per sempre? Ha ancora senso parlare di amicizia senza un orizzonte ampio come l'eterno, in cui respirare a pieni polmoni? Se queste domande ci fanno ritrarre dalla paura é segno che senza il bisogno di creare un college dove allevare donatori per la Scienza, il potere ha già sfibrato il nostro tessuto umano. E' questo il più grande pericolo, come sottolineano fra gli altri Solgenitsin, Giussani, Scruton, O'Brien.
Specie di fronte alle ultime scene, prima del "completamento", mi tornava alla mente ciò che scriveva Kafka: l'unica speranza per il condannato a morte é che il Signore, il giorno dell'esecuzione, passi per le vie della prigione e, mentre egli é trascinato nel tragitto dalla cella al patibolo, dica: "No, lui viene con me". 
Nell'uomo ci sarà sempre qualcosa di intrinseco e irriducibile che nessun potere potrà estirpare, e che ognuno deve imparare a guardare e coltivare per trovare la strada dell'unica, vera libertà, dell'unico rapporto che non solo non ci lascia mai, ma ci dona tutto.



lunedì 26 settembre 2011

Il furore puritano e il realismo della misericordia

Entusiasmanti impegni atletici mi hanno impedito di riportare prima alcuni passaggi di un botta e risposta giornalistico, che ho però avuto il piacere di leggere giovedì scorso in macchina tornando a casa. L'appello di Barbara Spinelli a che la Chiesa scomunichi Silvio Berlusconi é soltanto l'ultimo e forse più eclatante segnale (Repubblica che invoca l'azione del Papa, incredibile) di quel clima puritano che sembra impregnare ogni discussione, e che lungi dal rimanere confinato in ambito politico si manifesta come dominante anche nei rapporti quotidiani (parola di chi, a una grigliata fra amici, si é trovato a cercare di mostrare il valore della confessione a chi proprio non riusciva a concepire l'essere riabbracciato e perdonato dopo "essere stato incoerente").
La storia é sempre quella: il mondo che sbraita inventando sempre nuovi diritti affinché ognuno faccia quello che vuole é lo stesso che inchioda l'uomo ad ogni suo errore, agitando lo spettro della coerenza e delle norme etiche come una clava in mano a poliziotti della morale che sanno a memoria la Costituzione e magari financo il Decalogo biblico, ma hanno dimenticato il cuore dell'uomo e il suo bisogno di essere perdonato e amato. 



Il figliol prodigo, Rembrandt

Ma la chiesa cattolica non è fatta per le persone per bene

T. S. Eliot non si sarebbe stupito: “Il mondo gira e il mondo cambia / ma una cosa non cambia” quando si ha a che fare con “l’uomo di eccellenti intenzioni”: i profeti a corrente alterna (quelli che vorrebbero cacciare solo certi mercanti dal tempio) si trovano a disagio con una istituzione come la chiesa cattolica che, per dirla sempre con Eliot, “è gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi / vorrebbero essere teneri” e che, fondata da Uno che difendeva le adultere dalle sassate e andava a cena coi mafiosi ed evasori fiscali, non scomunica i peccatori, ma eventualmente gli eretici, non quelli che agiscono male, ma l’orgoglio intellettuale di chi crede di non aver bisogno di perdono, e poter così “distribuire morte e giudizi”, rischio da cui ammoniva il Gandalf di J.R.R. Tolkien. 
Anche G.K. Chesterton per tutta la vita si sarebbe identificato col personaggio del ladro Flambeau, che solo Padre Brown ha davvero compreso e convinto a cambiar vita, senza peraltro chiedergli mai di consegnarsi alla polizia: “Non ho forse ascoltato i sermoni dei giusti e visto il freddo sguardo delle persone rispettabili? Non sono stato forse catechizzato con quello stile elevato e distaccato, non mi è stato forse chiesto come fosse possibile per qualcuno cadere così in basso? Credete che tutto ciò che mi hanno fatto non mi abbia causato altro che riso? Solo il mio amico qui mi disse esattamente perché rubavo, e da allora non l’ho più fatto.” Gli uomini rispettabili ne avrebbero di libri simili da censurare, perché la grande arte cristiana scotta come una patata bollente nelle mani gelide di chi vorrebbe una chiesa pronta a epurare i figlioli prodighi e benedire la decapitazione dell’immondo di turno. 

Difficile per loro andare d’accordo con un Dante che racconta un Manfredi dai “peccati orribili” che sorride per sempre al sicuro in Purgatorio; difficile andare d’accordo con Shakespeare, col suo Falstaff dai vizi debordanti e la disordinata allegria ma che muore da cristiano semplicemente gridando “Dio”; difficile andare d’accordo col vescovo dei “Miserabili” di Victor Hugo che, lungi dal consegnare il ladro Valjean ai gendarmi, ne raddoppia la refurtiva, e senza chiedergli di pagarci le tasse; difficile andare d’accordo con Manzoni, che fa ammonire Don Rodrigo da fra’ Cristoforo ma non fa passare neppure per la mente al cardinal Borromeo di comandare all’Innominato di consegnarsi alla “giustizia così facile” degli uomini; difficile andare d’accordo con Joseph Roth e il suo “santo bevitore”: non un ex alcolizzato che diventa santo, ma proprio un santo alcolizzato. 

Oscar Wilde, che avrebbe amaramente conosciuto quali abissi di violenza e ipocrisia siano in attesa quando si confondono i reati coi peccati, disse che la chiesa cattolica è il luogo dei santi e dei peccatori, mentre le persone perbene si potevano accontentare della chiesa anglicana. Purtroppo per Wilde le persone perbene di ieri e di oggi hanno la brutta tendenza ad accontentarsi della chiesa puritana della “Lettera scarlatta”, che imporrebbe ai reprobi l’isolamento e la marchiatura pubblica delle colpe. Ecco finalmente un libro che descrive una società capace di andare incontro all’accorato appello di Barbara Spinelli: peccato che Hawthorne l’avesse scritto per denunciare un mondo di orrore, delazioni, falsità, e che per la chiesa siano i puritani gli eretici da scomunicare.





mercoledì 21 settembre 2011

Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?



The Tree of Life


"L'emozione più forte é stata quella di scoprire che la vita é altrettanto preziosa quanto sconcertante. E' stata un'estasi perché era un'avventura, é stata un'avventura perché era un'opportunità. La bellezza di una fiaba non dipendeva dal fatto che ci fossero più draghi che principesse; una fiaba é bella e basta. La misura di ogni felicità é la gratitudine e io mi sentivo grato, anche se non sapevo esattamente nei confronti di chi. I bambini sono grati a Babbo Natale quando riempie le loro calze di dolci e giocattoli. Non potevo essergli grato anch'io per aver messo nelle mie calze un miracoloso paio di gambe? Noi ringraziamo chi ci regala una scatola di sigari o delle pantofole per il compleanno. Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?"

GKC, Ortodossia

sabato 17 settembre 2011

Amare e combattere, o il vecchio romanzo

San Giorgio e il Drago, Paolo Uccello






"Tutti i romanzi consistono di tre personaggi. Se ne possono aggiungere altri, ma qualsiasi altro personaggio é di contorno al romanzo. (...). In un romanzo vero ci sono tre personaggi che vivono e agiscono. Possiamo chiamarli san Giorgio, il Drago e la Principessa. Ogni romanzo deve conoscere il duplice tema dell'amore e della battaglia. Ogni romanzo deve avere tre personaggi: deve esserci una Principessa, l'oggetto da amare; deve esserci il Drago, l'oggetto da combattere, e deve esserci san Giorgio, che é il personaggio che ama e combatte. La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n'è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l'amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l'altra. Una cosa implicava l'altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell'umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo. Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non é amore, ma lussuria".


GKC, Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura, Marietti 1820

venerdì 16 settembre 2011

Life and Fate

Riporto da IlFoglio.it una notizia, una gran bella notizia, segnalata anche da Tracce.it.


La Bbc scopre “Vita e destino” di Grossman e ne fa un grande radio show

Da domenica 18 settembre il romanzo sulla battaglia di Stalingrado recitato da Kenneth Branagh su Radio 4

Se a sant’Agostino, come da tradizione, sembrava assurdo cercare di mettere tutto il mare in una buca sulla spiaggia, agli autori di Radio 4, storico canale della britannica Bbc che dal 1967 produce programmi di cultura, deve essere sembrato per lo meno impossibile quello che qualche anno fa fu chiesto loro da Mark Damazer, allora direttore della rete: trasformare il romanzo “Vita e destino” di Vasilij Grossman in uno spettacolo radiofonico. Oltre mille pagine, migliaia di personaggi, lunghe introspezioni e decine di eventi narrati da condensare in poche ore. Alison Hindell, regista di punta di Radio 4, consigliò a Damazer di lasciar perdere. Questi però non ne voleva sapere. Si era innamorato del romanzo che ruota intorno alla battaglia di Stalingrado tra nazisti e sovietici, un grande inno alla libertà, dopo che Martin Sixsmith, storico inviato in Unione sovietica della Bbc, glielo aveva consigliato.
Passano quattro anni, e Damazer diventa rettore del St. Peter’s College a Oxford. Ha lasciato Radio 4 un anno fa, ma da domenica 18 settembre potrà godersi da ascoltatore il frutto della sua scommessa: la Bbc trasmetterà infatti la dramatisation di “Vita e destino”. Otto ore suddivise in tredici puntate, con Kenneth Branagh a dare voce a Viktor Strum, il protagonista di quello che da molti è considerato uno dei più importanti romanzi del Novecento.
Sequestrato dal Kgb nel 1961 (tre anni prima della morte di Grossman), “Vita e destino” ricompare quasi vent’anni dopo, nel 1980, a Parigi. In Italia viene tradotto nel 1982 da Jaca Book, diventa poi quasi introvabile, fino a che non viene ripubblicato da Adelphi nel 2008. In mezzo molti anni di oblìo, dovuti anche alla scomoda verità raccontata da Grossman: nazismo e comunismo sono sinonimi storici, due sfumature della medesima tavolozza, modi diversi di chiamare lo stesso totalitarismo che schiaccia la libertà dell’uomo. Il merito di Damazer è dunque quello di essere riuscito a fare in poco tempo in Inghilterra quello che in molti anni non si è riusciti a fare altrove: far conoscere “Vita e destino” a più persone possibili (Radio 4 ha uno share medio di dieci milioni di ascoltatori). Damazer ha fatto le cose per bene: per lanciare lo show ha organizzato la scorsa settimana a Oxford un convegno di due giorni su Grossman, durante il quale sono stati registrati diversi contributi andati in onda a “Start the week”, seguitissimo programma di Radio 4 di Andrew Marr. Durante l’anteprima radiofonica di lunedì 12 settembre, “Vita e destino” è diventato il libro più venduto in Inghilterra nel giro di poche ore.
Damazer non ha fatto tutto da solo, però. Mesi fa è venuto a sapere che l’unico centro studi al mondo dedicato all’opera dello scrittore russo è in Italia, precisamente a Torino. Preso contatto con Giovanni Maddalena, direttore del comitato scientifico e professore di Filosofia teoretica all’Università del Molise, Damazer ha voluto esporre a Oxford la mostra preparata dal centro studi torinese, inaugurata nel 2006 durante il primo convegno internazionale mai organizzato su Vasilij Grossman, e già esposta in questi anni a New York, San Pietroburgo, Gerusalemme e Buenos Aires (ma misteriosamente rifiutata nel 2009 dalla Biennale della democrazia di Gustavo Zagrebelsky). “Leggere Grossman e presentarlo in questo momento della storia – dice al Foglio Maddalena – significa inserire nella propria vita quantomeno il desiderio di una vera libertà: la libertà di non essere schiavi delle circostanze, ma anche, e soprattutto, la libertà di dialogare davvero su ciò che sta a cuore, bello o brutto che sia (soprattutto brutto, perché è del brutto che è difficile parlare), la libertà di aderire al vero anche quando si è in pochi a farlo, la libertà di porsi domande scomode”. Così una decina di giorni fa “l’eccentrico professore italiano Giovanni Maddalena”, come da ritratto del Sunday Times, ha attraversato l’Europa con un furgone per portare personalmente i pannelli della mostra a Oxford e intervenire al convegno.
Adesso tocca a Kenneth Branagh che, a differenza di Stalingrado, non ha resistito all’attacco: “Già il titolo ti cattura – ha detto l’attore presentando la dramatisation – Sembra dire: qui troverai qualcosa di davvero importante”. Le migliaia di personaggi del romanzo sono state ridotte al più maneggevole numero di 159, portati in vita da sessantasette attori grazie al lavoro della regista Alison Hindell e di due autori, Mike Walker e Jonathan Myerson, che hanno dovuto anche riprodurre i suoni per far immergere l’ascoltatore nella polvere delle strade di Stalingrado del 1942 e nell’acqua fredda del Volga. In Inghilterra si comincia domenica (anche online), la speranza è quella di sentire presto le stesse parole anche in italiano.



lunedì 12 settembre 2011

Paradise - Coldplay






Il manager dei Coldplay Dave Holmes ha detto che la formula di promozione di un album consistente nell'uscita di un singolo qualche settimana prima dell'intero prodotto é ormai morta. E una spettacolare nuova tipologia di campagna di promozione di un nuovo lavoro musicale la si può vedere in atto in casa Coldplay da ormai l'intera estate, come racconta dettagliatamento lo stesso Holmes nella cover story di Billboard, dedicata alla band di Chris Martin e al loro ultimo lavoro Mylo Xyloto, in uscita il 24 ottobre prossimo.
Oggi é il giorno dell'uscita di Paradise, il nuovo singolo dopo Every Teardrop Is a Waterfall. Non ho puntato la sveglia presto per non mancare all'appuntamento con la prima release sulla BBC Radio 1 alle ore 8.50 (come non l'ho puntata per andare a scuola, tra l'altro...), ma ascoltarla é stata una delle prime cose che ho fatto oggi. 
La prima cosa che ho pensato mentre scorrevano i 4 minuti e 38 secondi di Paradise é che se l'ultimo album é in grado di regalare perle di questo genere, allora davvero i Coldplay potranno anche fermarsi qua. Anche se le cose non sembrano stare così, in quanto loro stessi affermano di non riuscire neanche a concepire l'idea di sciogliersi, e che grandi cose devono ancora accadere.
Mi rendo conto che, sull'onda dell'entusiasmo per la novità, ciò che sto per dire é un qualcosa che potrebbe facilmente sfuggire ad ogni uscita di un nuovo lavoro discografico. Ora, io non so come funzioni nel mondo della musica, ma nel mondo dei Coldplay, intendo dire in quelle che sono state tutte le loro fasi e le loro produzioni (mondo nel quale sono entrato dal momento in cui, più di cinque anni fa, passando in sala mi sono soffermato ad ascoltare Speed of Sound che andava in quel momento su Mtv e ho pensato: "Questo gruppo potrebbe interessarmi..."), nel mondo Coldplay, dicevo, un qualcosa del genere non si era mai visto prima.
Parlando degli artwork che stanno accompagnango le uscite, si vede come ai pittori francesi di Viva la Vida abbiano dato delle bombolette e li abbiano messi alla scuola di New York anni '60 a disegnare graffiti. E' stato confermato che con Mylo Xyloto abbiamo a che fare con un concept album: parlando di Rihanna come voce del brano Princess of China, Chris ha detto che "il nuovo album é designato come un pezzo unico. Ha due personaggi principali, un ragazzo e una ragazza". Per dirla con Chesterton, potrebbero avere qualcosa di interessante da dirci su di un tema universale, lasciando perdere mostri o immagini raccapriccianti, cioè essendo originali.
Ora, senza voler confondere i Coldplay con il Messia (ma riconoscendo che il Messia fa godere meglio anche la musica dei Coldplay), bisogna riconoscere che i testi finora usciti sono interessanti, oltre che poetici, come aveva già testimonianto Moving to Mars, b-side dell'EP di ETIAW. Paradise parla del contraccolpo con la dura realtà di una ragazza che desiderava il mondo intero, ma questo essere colpita anche duramente non le può impedire di sognare il paradiso. Verso la fine della canzone si parla di terribili stormy skies, sotto il quale lei però non può fare a meno di dire: I know the sun's set to rise, so che il sole tramonta per risorgere.
Oltre al testo, il sound del nuovo singolo é davvero sublime. La viola electra dell'italiano Davide Rossi (avete presente Viva la Vida? Ecco, quella lì), l'organo di Fix You e Lost! che ci accompagna fin dall'inizio, la batteria potente di Will Champion, il tutto con i nuovi sound elettrici che sembrano segnare l'epoca di Mylo Xyloto, gestiti magistralmente dal chitarrista Johnny Buckland, "l'eroe dell'album" per dirla con Chris Martin.

Una cosa é certa, e cioè che se anche ci fosse una sola data del tour mondiale in Sri Lanka, io ci andrò anche a remi.


Ora un bel respiro, ed ecco Paradise.





  


E in attesa del 24 ottobre, ecco la tracklist ufficiale di Mylo Xyloto


 


1. Mylo Xyloto
2. Hurts Like Heaven
3. Paradise
4. Charlie Brown
5. Us Against The World
6. M.M.I.X.
7. Every Teardrop Is A Waterfall
8. Major Minus
9. U.F.O.
10. Princess Of China
11. Up In Flames
12. A Hopeful Transmission
13. Don't Let It Break Your Heart
14. Up With The Birds



domenica 11 settembre 2011

Per mano

Ecco, da Tracce.it, un articolo di John Waters uscito nel settembre 2001, una finestra delle tante sulle migliaia di vite coinvolte in quel giorno tragico. Inoltre, ecco altri contributi.
Qui invece, vari articolo dal sito de Il Foglio.
 

«Quando ho iniziato a capire l'orrore»

di John Waters*

11/09/2011 - Ultimo articolo della serie. All'indomani della tragedia americana all'editorialista irlandese John Waters mostrano una foto: una coppia che cade dal World Trade Center. E di colpo si spalanca un mondo... (dall'Irish Times, settembre 2001)

Pensavo di aver compreso l’orrore di quanto era accaduto a Manhattan finché qualcuno non mi ha fatto notare una foto pubblicata da una rivista americana. Si vedeva la gente che si lanciava da una delle due torri prima che crollasse. Tra tutte le sagome di uomini e donne che precipitavano incontro alla morte, ce n’erano due, un uomo e una donna, che sembravano tenersi per mano.
È ormai un luogo comune dire che la tragedia del World Trade Center assomigliava al più incredibile film di fantascienza. Stavo guardando la scena pochi minuti dopo che il primo aereo aveva colpito la prima torre. C’era qualcosa di irreale, di incomprensibile in tutto ciò. Mi passò per la mente l’idea che abbiamo sviluppato forme di tecnologia capaci di mostrarci simili tragedie, ma non abbiamo nessuno strumento per intervenire.
Quando le torri cominciarono a cadere, la scena era in effetti spettacolare, e bisognava sforzarsi di tener presente che potevano esserci ancora migliaia di persone là dentro. Tante volte abbiamo visto immagini simili, create con effetti speciali, capaci di terrorizzarci pur sapendo che nulla era reale. Questa duplice risposta emotiva non si è cancellata nella mia memoria finché non mi sono costretto a guardare quella foto.
E ho dovuto costringermi a farlo. Quell’immagine andava oltre ogni parola, convinzione o comprensione, eppure in qualche modo ha permesso che cominciassi a capire. Il suo orrore, che è cominciato ad apparirmi chiaro, stava nella storia che poteva celarsi dietro a quello scatto.
Chi erano, quest’uomo e questa donna? Cosa erano l’uno per l’altra? Erano due innamorati o solo buoni amici? Cosa avevano pensato quella mattina, lavandosi i denti? Erano arrivati al World Trade Center poco prima, mano nella mano? Erano saliti insieme in ascensore? Forse erano soli, e ne avevano approfittato per sbaciucchiarsi? Avevano indugiato un momento in corridoio prima di andare alle rispettive scrivanie, accordandosi per il pranzo? Forse uno dei due aveva chiamato l’altro appena si erano separati? E nel fatidico momento in cui l’aereo aveva colpito la loro torre si erano precipitati a cercarsi, nell’improvvisa certezza che era giunta la fine? Che cosa avevano detto mentre cominciavano a capire cosa stava accadendo alla loro bella vita, alle speranze e ai sogni, ai loro piani di un futuro insieme? Che parole hanno usato, quest’uomo e questa donna, per esprimere l’inizio della fine della loro vita? Chi di loro ha fatto la prima mossa, chi ha avuto per primo il coraggio di esprimere in parole la paurosa logica della loro situazione? È stato lui a dirlo a lei, o lei a dire a lui “Stiamo per morire”? Come ha cominciato a farsi strada in loro questa coscienza? Forse entrambi, contemporaneamente, si sono visti scorrere davanti agli occhi la loro vita? Hanno avuto il tempo di scrutare nel tremendo baratro che si apriva tra ciò che essi avevano immaginato per la loro vita insieme e ciò che sarebbero stati i minuti o le ore che restavano, se essi non avessero preso in mano la propria vita? Come hanno potuto farsi una ragione di quella mostruosità, nel breve tempo rimasto loro per prendere una decisione? Oppure erano semplicemente troppo terrorizzati per riuscire a dir qualcosa? Forse la situazione e la sua spaventosa soluzione erano così ovvie che non era necessario né possibile dire nulla? Si sono scambiati solo le lacrime? È stato l’uomo a condurre la donna, o lei a condurre lui, in silenzio, verso la finestra, al loro comune destino? Cosa provavano, in quelle stanze devastate, in quelle torri ferite a morte, in quegli istanti finali, mentre tutto il mondo guardava attonito, senza poter far nulla, incapace persino di cogliere la differenza tra tutto questo e l’ultimo film dell’Uomo Ragno? C’era una logica in quel gesto finale? Era basato sulla ineluttabile coscienza della realtà che noi ora conosciamo fin troppo bene? Sapevano con certezza che la torre sarebbe crollata? Non c’era un barlume di speranza? È stata una scelta consapevole la loro, quella di lanciarsi nel vuoto piuttosto che bruciare vivi? Forse hanno invocato un miracolo, magari di cascare su un terrazzino sotto il livello dell’incendio. C’entrava Dio in tutto ciò? Hanno deciso di abbandonare questo mondo mano nella mano, per entrare così nell’altro mondo? Forse uno di loro, o entrambi, hanno fumato un’ultima sigaretta, o non l’hanno fatto perché era contro la legge? Sono saltati nello stesso istante, o uno dei due ha dovuto tirarsi dietro l’altro? Si sono detti le loro ultime parole d’amore? Forse c’erano altre persone in coda sul ballatoio, dietro di loro, così hanno dovuto lanciarsi in fretta, senza darsi nemmeno un addio, o buon viaggio, o ci vediamo nell’aldilà? Si sono parlati mentre volavano giù? Quanto ci è voluto prima che si schiantassero al suolo – quanto, intendo, in tempo reale – la stessa lunghezza di tempo che ci vuole per cosa? Per girare la pagina di un giornale o cambiare canale in TV? Hanno avuto il tempo di guardarsi attorno un’ultima volta, di gettare uno sguardo sul mondo che avevano dovuto abbandonare così all’improvviso? Forse uno di loro ha scorto in lontananza quello che poteva essere il flash di una macchina fotografica, prima che il cielo divampasse nella loro testa?
Io spero e prego che loro due ora siano assieme, quell’uomo e quella donna che abbiamo visto cadere come un tutt’uno, e che possano ricordare i loro sogni d’amore sulla terra e ridere di come fossero stati disposti ad accontentarsi di poco. Riposino nella pace e nell’amore.

*giornalista irlandese ed editorialista dell'Irish Times

venerdì 9 settembre 2011

L'Italia é un paese per vecchi?

Per sottoscrivere questo importante appello basta andare qui
 

APPELLO pubblico in difesa delle giovani generazioni,
del futuro della scuola, dell'università e del nostro Paese


Entro il prossimo mese di ottobre, salvo ulteriori cambiamenti, il Ministro Gelmini firmerà il Decreto che avrà l'effetto di escludere per diversi anni le giovani generazioni dall'insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado.
Nei prossimi anni i posti disponibili per le lauree magistrali e le abilitazioni all'insegnamento saranno ridotti a una quantità irrisoria, che oltre ad essere assolutamente insufficiente a rispondere alle reali necessità della scuola, impedirà ai giovani di abilitarsi.
La propensione del Ministero, sostenuta dai sindacati, è quella di privilegiare i diritti acquisiti dai numerosi precari già inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e di far pagare il prezzo del passato (l'annosa e stratificata situazione del precariato scolastico) solo ed esclusivamente ai giovani. Questo è inaccettabile e miope al tempo stesso ed è un macigno sullo sviluppo del nostro Paese. Chi sta insegnando dal 2008 senza abilitazione, chi è ancora in fase di formazione e chi s'iscriverà nei prossimi anni all'università sarà di fatto tagliato fuori dalla possibilità di abilitarsi all'insegnamento.

Due principali conseguenze

1) In ambito scolastico si determinerà un vuoto generazionale di almeno 7 anni (ma stime meno ottimistiche dicono 10), che aumenterà l'età media del corpo docente italiano, già oggi tra le più alte in Europa.
2) In ambito universitario saremo spettatori dell'inevitabile e drastica diminuzione degli iscritti alle Facoltà umanistiche e scientifiche che hanno nell'insegnamento un loro naturale e costitutivo sbocco professionale (anche se ovviamente non l'unico), con conseguenze irreparabili per il livello culturale del Paese.

Nel chiedere la revisione del decreto in emanazione,
proponiamo tre possibili soluzioni

1) Sganciare l'abilitazione dal reclutamento, come già avviene per le altre professioni: abilitarsi non significa, infatti, ottenere di diritto il posto d'insegnante in ruolo, ma conseguire un titolo spendibile sul mercato del lavoro, sul modello delle idoneità (è quanto già avviene in tutto il resto d'Europa).
2) Rendere disponibile per le lauree magistrali e per le abilitazioni all'insegnamento un numero di posti sufficiente a garantire un effettivo ricambio generazionale e una risposta alle reali necessità della scuola.
3) Avviare contestualmente e con urgenza una ridefinizione delle modalità di reclutamento dei docenti che assicuri selezione e qualità e che garantisca sia i diritti acquisiti di chi è già iscritto in graduatoria, sia le aspettative dei giovani abilitati di inserirsi nel mondo del lavoro.
Lanciamo questo appello come possibilità per il nostro Paese di riguadagnare il proprio futuro ed evitare una crisi generazionale ed educativa senza precedenti, ancor più dannosa per il periodo storico che stiamo attraversando.

mercoledì 7 settembre 2011

La via della bellezza

 Riporto il testo integrale (con un grazie ad Andrea per questa segnalazione, un testo che rischiavo di perdermi) dell'udienza generale di B XVI del 31 agosto sulla bellezza come via privilegiata nel rapporto con Dio.
Dove trovare oggigiorno un uomo che come il Papa sappia andare in modo così umano fino all'implicazione ultima di un'esperienza sempre sulla bocca di tutti ma quasi mai vissuta e penetrata per quello che é?
Una spada che trafigge, una ferita che si allarga, un cantico che si scioglie in ringraziamento. 



Cappella Sistina

 
Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.

Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.

venerdì 2 settembre 2011

Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita


Una scena da The Tree of Life, in uscita in dvd l'11 ottobre 2011


"Ora la Signora si rialzò e prese ad allontanarsi. Gli altri Spiriti brillanti le andarono incontro per riceverla, cantando mentre lei arrivava:

La Santa Trinità é la sua dimora: niente può turbare la sua gioia.
Ella é l'uccello che sfugge a ogni rete, il cervo selvaggio che scavalca ogni trabocchetto.
Come la madre uccellino per i suoi piccoli o uno scudo per il braccio del cavaliere: così é il Signore Iddio per la sua mente, nella Sua immutevole lucidità.
I diavoli non la spaventeranno nell'oscurità, le pallottole non la spaventeranno nel giorno.
Le falsità atteggiate a verità l'assaliranno invano: ella vede attraverso la menzogna come se fosse un vetro.
L'invisibile germe non la danneggerà, e neanche il sole cocente.
Egli invierà dèi immortali a raggiungerla su ogni strada su cui ella deve viaggiare.
Essi la tengono per mano nei punti più ardui, ella non tira indietro i suoi piedi nell'oscurità.
Ella può camminare tra i leoni e i serpenti a sonagli, fra i dinosauri e le covate di leoncini.
Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita, Egli la porta a vedere il desiderio del mondo"


da Il grande divorzio. Un sogno di C. S. Lewis, Jaca Book, pag 129