giovedì 31 marzo 2011

Il ritorno del gigante

Riprendo dagli amici della SCI, con un caro saluto a Uomovivo, un articolo apparso su L'Occidentale riguardo alla rinascita in Italia dell'interesse per il grande G. K. Chesterton. Tra l'altro si sono concluse da poco le diciotto puntate settimanali sul quotidiano Il Foglio a cura di Edoardo Rialti su questa figura qui da noi ancora troppo poco conosciuta.
In questo articolo si parla del fiorire di traduzioni degli innumerevoli saggi, romanzi e articoli di questo vescovo vestito da clown, scandalosamente assente da qualsiasi testo scolastico.

P.S. non ho mai trovato finora un giudizio sul Medioevo così limpido e puntuale come quello di GKC, riportato qui sotto.


GKC


L'Italia riscopre Chesterton, il Medioevo, Gerusalemme e le Crociate
Sarà forse un segno del cielo la rinnovata fortuna italiana di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936). Lo scrittore britannico è infatti letto ed amato ora nel nostro paese come mai avvenne in passato. Durante la sua vita i lettori italiani potevano leggerlo prima sulle pagine de La Ronda, la rivista del “ritorno all’ordine” dopo le intemperanze avanguardiste fondata da Vincenzo Cardarelli, in seguito su Frontespizio, l’organo dei poeti cattolici fiorentini con a capo Giovanni Papini. Ciò fu possibile soprattutto per l’attenzione riservatagli da Emilio Cecchi, illustre critico e traduttore che si accorse della grandezza della letteratura anglo-americana prima di Vittorini e Pavese.
Altri appassionati dell’opera chestertoniana spuntarono negli primi anni ’70, quando la sua creatura più nota, Padre Brown (il prete detective che risolve i gialli affidandosi alla filosofia tomista), aveva il bel volto in bianco e nero di Renato Rascel nella serie tv diretta da Vittorio Cottafavi. Ma è riduttivo associare a Chesterton solo il famoso e arguto sacerdote (a parere di Gramsci, molto più simpatico di Sherlock Holmes). Lo dimostrano molte altre pubblicazioni. Perché, dicevamo, GKC, come usava firmarsi, è tradotto in quantità mai vista.
In particolare sono due le case editrici nostrane che stanno riportando alla luce gioielli chestertoniani. La Morganti di Verona ha editato buona parte dell’opera narrativa, comprese le storie di Padre Brown e il meraviglioso romanzo manifesto Uomovivo. Con lo stesso marchio sta per arrivare in libreria Il ritorno di Don Chisciotte, romanzo del 1927. La torinese Lindau sta facendo ancora di più pubblicando la copiosa produzione saggistica. Lo scorso anno è stato il turno del saggio più bello di Chesterton, Ortodossia: una tappa fondamentale del suo processo di avvicinamento alla Chiesa di Roma, il racconto di come finì per trovare “nella parrocchia più vicina” quel che aveva cercato “in un tempio anarchico, o in un club babilonese”. È ancora fresco di stampa anche Il profilo della ragionevolezza, raccolta di scritti economici che illustrano la teoria “distributista”. Si trattava di un tentativo di terza via fra capitalismo e socialismo fortemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa; l’idea vincente era quella di incoraggiare la piccola proprietà privata, anche dei mezzi di produzione per sottrarla al monopolismo statale o imprenditoriale.
Sempre Lindau editerà la prossima settimana La nuova Gerusalemme. È il resoconto del viaggio in Terrasanta compiuto nel 1919, ma non solo; una ottima occasione per riflettere su questioni religiose e politiche. Sempre con il suo tipico stile serio ma umoristico, pieno di buon senso provocatorio. GKC partì da Londra nel periodo natalizio per intraprendere un viaggio che non fu solamente nello spazio. Percorse “a ritroso la storia fino a giungere nel luogo di origine del Natale. Spesso, infatti, è necessario ritornare sui propri passi, come chi, dopo aver smarrito la strada, ripercorre a ritroso il proprio cammino fino a un cartello che gli indica la via”.
Ben consapevole della confusione spirituale novecentesca, si fece pellegrino per i contemporanei: “L’uomo moderno è simile a un viandante che non ricorda più il nome della sua meta e deve ritornare nel punto da cui proviene per scoprire dove è diretto”. Dalla Gran Bretagna, allora principale potenza mondiale, si recò nella Parigi capitale del giacobinismo che ha plasmato il mondo moderno, scese nella Roma papale, imperiale e repubblicana, attraversò l’ombra delle piramidi Egiziane, fino a giungere nella Terra Promessa dei Patriarchi biblici. È un viaggio nella storia che pone una domanda fondamentale sull’evoluzione della libertà umana: “Che cosa era accaduto tra l’ascesa della Repubblica romana e l’ascesa della Repubblica francese? Perché i cittadini con pari diritti della prima diedero per scontato la presenza degli schiavi?”. Ovviamente la risposta va cercata in Palestina: è stata la buona novella predicata da Gesù, l’incarnazione di Dio in un uomo, che ha dato dignità a tutti e reso intollerabile la schiavitù dell’epoca pagana.
Riflessioni interessanti contenute nel diario di viaggio anche sulle Crociate. Chesterton si scaglia contro l’idea, già allora pesantemente radicata, che quelle spedizioni medioevali fossero state vergognose imprese coloniali: “Quando si sostiene che le Crociate non sono state null’altro che una violenta scorribanda contro l’Islam, forse si dimentica curiosamente che lo stesso Islam fu soltanto una violenta scorribanda contro l’antica e ordinata civiltà”. Anzi il cavaliere crociato aveva “buoni motivi per nutrire dei sospetti nei confronti del musulmano”. È la storia stessa ad insegnare che “era già un vecchio nemico”. Inoltre la Prima crociata ebbe la particolarità di essere democratica: “la massa non vi aderì, ma lo capeggiò”.
A differenza di come accadde prima della la Rivoluzione Francese “fu l’ignorante che istruì il colto. La Crociata non fu evidentemente concepita da alcuni filosofi che suggerirono per primi alcune idee poi perorate dai demagoghi della democrazia”. Un tale elogio delle Crociate non può essere disgiunto da una visione del Medioevo opposta a quella fanatica degli Illuministi. Tutt’altro che secoli bui, la situazione è più complessa: “La società medievale non era il luogo giusto, era soltanto la direzione giusta. Era la strada giusta, o forse solo il suo inizio. Il Medioevo fu ben lungi dall’essere un periodo in cui tutto andò per il verso giusto. Sarebbe più corrispondente al vero, per come la penso io, ammettere che in quel periodo tutto andò per il verso sbagliato. Fu l’epoca in cui le cose avrebbero potuto evolversi bene, ma invece si svilupparono male. O anzi, per essere più precisi, fu l’epoca in cui stavano procedendo bene, ma poi mutarono in peggio”. L’età di mezzo non fu perfetta, dunque, ma fu “un’età di progresso. Forse fu l’unica vera età di progresso in tutta la storia. Gli uomini sono passati di rado con tale rapidità e unità dalla barbarie alla civiltà così come fecero dalla fine dei Secoli Bui all’epoca delle università e dei parlamenti, delle cattedrali e delle gilde”.
Chesterton non è troppo tenero con i musulmani. Trova un “elemento abbastanza logico e coerente, nel credo molto logico e coerente chiamato maomettanesimo”: il “vandalismo”, ovvero lo scarso senso artistico tipico di una religione che considera un peccato rappresentare Dio e blasfema la sua incarnazione. Respinge le accuse di antisemitismo invocando la nascita di uno stato ebraico: “Se questo è antisemitismo, allora sono un antisemita. Sembrerebbe più razionale chiamarlo semitismo”. Giunto in Terrasanta sentì comunque di essere “in quella patria al di là della patria per cui tutti proviamo nostalgia. Il suo ricordo perduto fa nascere al tempo stesso la fede e la fiaba”.
Per la gioia dei seguaci di Chesterton Lindau sta preparando altre sorprese, ma anche la storica Bompiani ha fatto la sua parte negli ultimi anni. Sue le edizioni de Il poeta e i pazzi (racconti che hanno per protagonista un altro detective, ma stavolta poeta), del classico L’uomo che fu Giovedì e del divertentissimo e visionario L’osteria volante (dove si immaginava un futuro dispotismo nato dall’alleanza fra capitalismo e islam e la ribellione ad esso per mezzo dell’alcol proibito dal Corano).
Ultimo ma non per importanza è da citare l’egregio lavoro della Società Chestertoniana Italiana. Non solo anima in rete il vivacissimo blog dell’Uomovivo ma ha da poco pubblicato, in collaborazione con le edizioni Guerrino Leardini e il Centro Missionario Francescano (i proventi vanno infatti in beneficenza) una raccolta di articoli inediti: La nonna del drago. Nella “faziosa postfazione” Marco Sermarini, presidente della Società, celebra “il ritorno del gigante” e ricorda che Emilio Cecchi “lo vedeva truccato da clown finché, girandosi non mostrava uno svolazzante e solenne paramento episcopale, novello padre della Chiesa costretto a tingersi il naso di verde per predicare ai suoi distratti e impazziti contemporanei”. Dunque, essendo Chesterton uno dei più grandi scrittori e apologeti cristiani di tutti i tempi, sarà o no un provvidenziale segno del cielo questo rinnovato interesse per la sua opera?
di Luca Negri, L'Occidentale - 27 Marzo 2011


martedì 29 marzo 2011

Signori, é arrivato il momento di scegliere fra Dante e Julian Huxley

Da IlFoglio.it, quanto dobbiamo tenerci care persone come Hadjadj: uomini stupiti dalla realtà che sanno godere del mistero e del bello difendendo la ragione e quindi l'uomo.





Il filosofo Hadjadj, Dante e l’Unesco

A Parigi l’inaugurazione del “Cortile dei gentili” è diventata, a sorpresa, una tribuna contro la cultura antinatalista che ha segnato origini e pratiche dell’agenzia Onu per l’educazione e la cultura

Il “Cortile dei gentili”, tre giorni di colloqui tra credenti e non credenti organizzati dal 24 al 26 marzo, a Parigi, dal Pontificio consiglio della cultura presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, ha avuto il suo momento più solenne con il messaggio di Papa Benedetto XVI, proiettato venerdì sera, a conclusione dell’iniziativa, di fronte alla cattedrale di Notre Dame. “Credo profondamente che l’incontro tra la realtà della fede e quella della ragione permetta all’uomo di trovare se stesso”, ha detto il Pontefice. Il quale ha voluto sottolineare, “nel cuore della città dei Lumi”, che nella costruzione di “un mondo di libertà, di uguaglianza e di fraternità, credenti e non credenti devono sentirsi liberi di essere tali, eguali nei loro diritti a vivere la propria vita personale e comunitaria restando fedeli alle proprie convinzioni, e devono essere fratelli tra loro”. Nelle intenzioni del Papa, la funzione del Cortile dei gentili (è il nome dello spazio accanto al Tempio di Gerusalemme, dove anche chi non condivideva la fede nel Dio di Israele poteva incontrare gli scribi, parlare di fede e pregare il “Dio ignoto”) è “di operare a favore di questa fraternità al di là delle convinzioni, ma senza negarne le differenze”.

Un saggio imprevisto di quelle differenze si è avuto durante l’apertura ufficiale del “Parvis des Gentils”, organizzata nella sede principale dell’Unesco, di fronte a una platea di funzionari dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione e la cultura, di diplomatici, di prelati, di accademici. Una scelta, considerate le molte occasioni di contrasto che da sempre segnano i rapporti tra Santa Sede e Onu, fata in omaggio al valore di apertura e di dialogo del Cortile dei gentili. Nessuno però si aspettava che uno dei relatori, il filosofo Fabrice Hadjadj (nato quarant’anni fa in una famiglia ebrea laica, figlio di sessantottini maoisti, convertito al cattolicesimo dopo una giovinezza da ateo), evocasse un convitato di pietra piuttosto ingombrante, responsabile di certi peccati originali dell’organizzazione, proprio in casa sua e in una circostanza così ufficiale.

Di fronte a un pubblico che non è difficile immaginare – almeno in parte – basito, Hadjadj ha ricordato che colui che fu dal 1946 al 1948 il primo direttore generale dell’Unesco, Julian Huxley, nello stesso 1941 in cui Hitler eliminava con il gas malati mentali e “difformi”, scriveva che “l’eugenismo diventerà senza dubbio una parte della religione del futuro”. Un parere pubblicato in Francia, senza modifiche, nel 1947. Julian, fratello del creatore dell’utopia totalitaria del “Mondo Nuovo”, lo scrittore Aldous Huxley, non per questo si dimostrò vaccinato contro la seduzione eugenista, ha aggiunto Hadjadj. Sviluppando il darwinismo, ha semmai sostenuto la possibilità di “migliorare la qualità degli esseri umani, come fossero prodotti”, a detrimento della loro quantità. La “religione” sostenuta dal primo direttore generale dell’Unesco (negli anni Trenta tra i fondatori della Eugenics Society) si è cercata un nuovo nome dopo la Seconda guerra mondiale, perché su “eugenetica” pesava ormai l’ipoteca nazista. Julian Huxley ricorse a “transumanismo”, ha ricordato Hadjadj, assonante ma opposto, nel significato, al “trasumanar” dantesco. Il quale indica l’apertura verso il divino che nasce dallo “stupore dell’esistenza” provato, tra tutti gli esseri viventi, solo dall’uomo.

Quanto di più lontano, quindi, dall’idea di redenzione attraverso la tecnica che sfocia (nelle intenzioni di Huxley, mai smentite dall’Unesco) nelle politiche antinataliste. E’ arrivato il momento di scegliere tra Dante e Julian Huxley, ha affermato Hadjadj: “La nostra modernità è arrivata a un punto estremo, perché non si tratta tanto di dialogare tra credenti e non credenti, quanto di porre la questione di chi è l’uomo, di riconoscere che la sua specificità non è quella di un super animale più potente degli altri”. Non “scimmia evoluta”, dotata di massime “capacità di adattamento”, ma colui che “decifra il mondo come una foresta di simboli”, che “cerca un al di là. Non significa necessariamente un altro mondo, ma un modo di penetrare il mistero del mondo e di bere a quella sorgente”.


Guarda l’apertura ufficiale del “Parvis des Gentils”, l'itervento di Fabrice Hadjad è dal minuto 120 al 138.

venerdì 25 marzo 2011

L'Angelus

Da Tracce.it
  


L'ANGELUS Storia di una preghiera quotidiana

di Claudia Nicastro

Siamo nel 1211-1212: Francesco di Assisi è ad Arezzo e con le sue parole infiamma i cuori di chi lo incontra. Un gruppo di giovani, tra cui spiccano figli di nobili e ricchi casati, decidono di seguire quel carisma che Francesco portava: aderire a Cristo e alla sua umanità «sine glossa».
Nella storia dell’Angelus è implicato proprio uno di questi giovani, Benedetto Sinigardi (1190 ca. -1282), che dopo aver incontrato il santo di Assisi, «dette addio al padre e alla madre e a tutte le grandi ricchezze cha abbondavano nella sua casa».


Qui le splendide e semplici parole di don Giussani sull'Annunciazione. 

giovedì 24 marzo 2011

Carpe diem?



GKC


Recupero dal blog della SCI, gli amici italiani di Chesterton, un paio di brillanti riflessioni del grande scrittore inglese riguardo alla favola bella del carpe diem, del godere l'istante. In questo periodo, a scuola, stiamo affrontando autori e correnti letterarie dove viene esaltata la Bellezza come valore assoluto, come nuova religione: tutto fugge, ma l'istante può essere reso grandioso dal culto del Bello. E' interessante giudicare a fondo le prospettive di un D'Annunzio piuttosto che di un Oscar Wilde riguardo al bello e al carpe diem; per prima cosa colpisce che i personaggi - simbolo di una vita dedita all'estetismo (Dorian Gray piuttosto che Andrea Sperelli) giungono tutti ad un esito tragico della loro vicenda.  Gli stessi propugnatori dell'estetismo parlano di eroi esteti destinati al fallimento.
Eppure, confusamente, questi uomini hanno colto che davvero l'uomo é fatto per vivere l'istante con un valore eterno, davvero siamo fatti per il Bello. Per usare i termini del mio amico Kierkegaard, l'uomo estetico gode l'istante, é tutto prioettato nel presente e nel godimento del piacere, ma "la mezzanotte arriva per tutti" (Aut-aut) ed egli si troverà disperato per aver perso se stesso. Il presente, l'istante é però il terreno della vittoria del cavaliere della fede, di Abramo, dell'uomo religioso; nelle struggenti pagine di Timore e tremore Kierkegaard stesso parla dell'uomo che ha riguadagnato la realtà, il terreno, la bellezza in una maniera nuova e definitiva in virtù dell'Assurdo, direbbe il mio amico protestante, in virtù dell'esperienza carnale di Cristo dico io.
L'uomo religioso, il cavaliere della fede per dirla con Kierkegaard, gode l'istante come nessun esteta é in grado di fare; e se c'è qualche esteta fra i lettori di questo blog, spero  proprio di averlo fatto solennemente arrabbiare.
Come direbbe Fabrice Hadjadj: il cattolico é il vero edonista.

Ecco allora che le parole del grande Chesterton possono aiutarci a capire come il carpe diem sia la filosofia degli uomini infelici. L'istante si gode per un rapporto eterno, non per un'affannoso afferrare.


"Walter Pater ha detto che noi siamo tutti condannati a morte e che la sola via possibile è di godere momenti squisiti in se stessi. La medesima lezione insegnava la filosofia, così potente e così desolata di Oscar Wilde. E‘ la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione di persone felici, bensì di persone molto infelici. La grande gioia non coglie i boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissati sulla rosa immortale che Dante poté vedere. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo stesso splendore della giovinezza risiede nella sensazione di avere tutto lo spazio per distendere le gambe".
 
 
"L'amante ama il momento ma mai per se stesso. Ne gode in grazia della donna, o di se stesso. Il guerriero gode il momento, ma non per se stesso; lo gode per la sua bandiera. La causa per cui si leva la bandiera può essere sciocca o effimera; l'amore può essere un'infatuazione giovanile e durare una settimana. Ma il patriota pensa la bandiera come eterna; l'amante pensa il suo amore come qualcosa che non può finire. Questi momenti sono colmi di eternità; questi momenti sono gioiosi perché non sembrano momentanei. Guardateli per una volta come momenti al modo di Pater, e diventeranno freddi come Pater e il suo stile. L'uomo non può amare le cose mortali. Può solo amare cose immortali per un istante. L'errore di Pater si rivela nella sua frase più famosa. Egli ci chiede di ardere con una fiamma dura, simile a una gemma. Le fiamme non sono mai dure e mai simili alle gemme: non è possibile maneggiarle o sistemarle. Così, le emozioni umane non sono mai dure e mai simili alle gemme; sono sempre pericolose, come le fiamme, da toccare o anche solo da esaminare. C'è solo un modo per cui le nostre passioni possono diventare dure e simili alle gemme, vale a dire, diventando fredde come gemme. Nessun colpo, dunque, è stato mai vibrato agli amori e al riso naturali degli uomini, avvilente come questo carpe diem degli esteti". 

 


Da "Eretici", GKC, Lindau


lunedì 21 marzo 2011

La realtà, lo stupore, la poesia

Ecco un estratto da un prezioso articolo sul valore dell'arte e della bellezza: risvegliare l'uomo e il suo stupore per la realtà.




(...)

Per Dante l’uomo deve guardare la bellezza e la gloria del creato. Il verbo «guardare» e la parola «sguardo» sono fra i termini più presenti nella Commedia. Una visione simile ha Manzoni che nel De inventione afferma che il poeta non inventa mai nulla, ma trova nel reale le impronte e le orme di Dio, si sorprende e l’arte scaturisce da questa meraviglia.

La grande poesia, anche quando non scaturisce da un’esperienza religiosa in senso stretto (come quella di Dante), è, comunque, esito e prodotto di quella potente domanda che risiede nel cuore dell’uomo e che si spalanca alla realtà con un anelito fortissimo di bellezza, di amore e di felicità. Per questo il poeta legge nel reale il segno di qualcosa che sta oltre, coglie la provocazione e la sollecitazione che la realtà è per lui. In questo senso la poesia è sempre religiosa o «metafisica» come la definirà T. S. Elliot, perché ci interroga sul Mistero e risollecita ogni volta la profondità del cuore dell’uomo. 

(...)


giovedì 17 marzo 2011

Solo centocinquanta?

 


Non saprei dire quanti dei miei venticinque lettori se ne siano accorti, magari qualcuno sì. L'anno corrente é il 2011, anno di celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia; sono già passati tre mesi, eppure in questo blog non ho ancora scritto nulla al riguardo. Come alcuni sanno, in realtà, ho scritto molto (circa venti pagine, e solo per iniziare), in vista di una serie di dossier di futura pubblicazione; ma scuola e avventure varie, per il momento, mi impediscono di concentrarmi come vorrei sul fronte Risorgimento.
Intanto osservo, e giudico. Mentre una nauseante retorica riempie giornali, salotti tv, librerie e talk show, discorsi politici, già mi immagino il momento in cui il petto gonfio delle rane gracidanti scoppierà come una bolla. E' sempre stato così: ci si commuove per la storiella agiografica del nazional risorgimento e per le sue schiere di santini e poi si torna cupi al presente perché "siamo sempre i soliti italiani" e non sappiamo amare il nostro Paese. 
Non proseguo oltre, l'ho detto; molto ho già scritto e molto avrò da scrivere in momenti più tranquilli, con l'unica pretesa di apportare un piccolo e personale contributo, nulla più.

Non proseguo oltre ma almeno qualcosa mi va di dire, oggi, nell'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia. Nelle discussioni a scuola, nelle pubblicità o sui giornali, ogni volta che sento parlare dei centocinquant'anni di un popolo come il nostro mi stupisco di un qualcosa che gli altri, almeno i più, sembrano non vedere.
Siamo sicuri di avere solo centocinquant'anni?  Perché  amputiamo la nostra storia di quasi duemila anni se non di più? Parafrasando Chesterton, io mai dimenticherò ciò che é stato fondato da Enea e rifondato da San Pietro. L'Italia può vantare una storia che non ha eguali nel mondo intero: dietro le nostre monete non ci sono i volti di Garibaldi e Cavour, ma la Venere di Botticelli, il Colosseo e Dante Alighieri. 
Certo, é vero: noi non siamo per nulla patriottici in confronto alla Francia o agli Stati Uniti; ma io sono convinto che a noi italiani sia stata data l'immensa grazia di un patriottismo più alto, quello di una nazione che bene o male ha dato al mondo gran parte dei suoi tesori, senza nulla togliere al sano amor di patria delle altre nazioni.


Sentite qua:
"Per duemila anni l'Italia ha portato in sé un'idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma é stato proprio così?) ma che cosa é venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E' sorto un piccolo regno di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioò non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne é derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!".
Sono sagge parole uscite dalla penna di Dostoevskij. 

C'è molta più Italia nell'Ausonia cantata da Virgilio che nell'omonima loggia massonica della Torino risorgimentale; é  la bieca retorica di un De Amicis o i capolavori di Michelangelo che ci fanno sentire più italiani? E si può dire che all'estero ricordano più la cupola del Brunelleschi che l'Altare della Patria? All'estero, ma anche qui.

No, non sono un nostalgico dell'Ancien Régime, sebbene per i Custodi del Tricolore chiunque non concordi con la vulgata rosa fiori ed eroismo sia un reazionario borbonico. E, per dirla tutta, non divido nemmeno gli schieramenti in bianchi contro neri, sebbene da una parte soprattutto molto nero é difficile non trovarlo.
Ma non per questo taccio di fronte ad un teatrino a suo modo divertente, e sconfortante, di cui presto se ne accorgeranno molti.

Perché non si può parlar male di Garibaldi quando Garibaldi ha parlato male dell'Italia? Per l'Eroe dei due mondi (??) e non solo, l'Italia era un paese che aveva vissuto secoli di schiavitù politica, sociale e morale; occorreva rigenerare le masse, in vista del bene dell'Umanità (leggano Mazzini, lo leggano tutti quelli che oggi sbandierano il Risorgimento e l'attualità dei suoi valori fondativi). Non trovo chiosa migliore a tutto questo che le parole del vandeano Charette, che esortava i suoi soldati contadini a combattere contro i giacobini dicendo che "loro la patria ce l'hanno in testa, noi la sentiamo sotto i nostri piedi". 
Chi ha fatto il Regno d'Italia, perlomeno i principali artefici, lo ha voluto edificare, ideologicamente, contro tutto quello che l'Italia é stata fino ad allora. Affermare questo non significa invocare la secessione o il ritorno al passato, ma dichiarare un dato di fatto.
I santi d'Italia, con buona pace di tutti, non sono Cavour e Vittorio Emanuele II, ma un giovane uomo di Assisi e una bella ragazza di Siena.
Scienziati, navigatori, poeti, letterati, santi. Una storia lunga più di duemila anni, che affonda le sue radici nella leggenda e nel mito, come tutte le storie vere. Questa é l'Italia. 
Retorica? Virgilio e Dante hanno cantato la missione divina e provvidenziale di Roma e del nostro popolo; i giornali di oggi, con scarso successo, descrivono pomposamente l'"impresa" dei Mille a altri fattacci. 

A conti fatti, chi ha più ragione?


Viva l'Italia.

martedì 15 marzo 2011

"Spogliati di tutto, l'essenziale é Colui che regge l'affanno del nostro cuore". Lettera dal Giappone

Un'incredibile e commovente lettera dal Giappone, pubblicata su Tracce.it. Non esiste luogo di miseria e devastazione, siano i posti di lavoro della nostra quotidianità come quel paese prostato dal cataclisma e dalla paura, dove qualcuno di desto non cammini fra le macerie portando il fuoco.



Prefettura di Miyagi, i soccorsi dopo il sisma.
Prefettura di Miyagi, i soccorsi dopo il sisma.

GIAPPONE «Perché sono qui proprio ora?»

14/03/2011 - Pubblichiamo la lettera di una studentessa di Zurigo, a Tokio per un semestre Erasmus. Dopo il terremoto, si è spostata a Hiroshima. Adesso è al sicuro. «Ma cosa vuol dire? Siamo veramente salvi?»
Cari amici,
grazie per tutti i messaggi che mi state scrivendo e per le vostre preghiere. Sto tentando di rispondervi singolarmente ma il tempo stringe.
Sono arrivata qualche ora fa ad Hiroshima. Ci siamo spostati da Tokyo a causa del rischio di emanazione di materiale radioattivo dalle centrali danneggiate. Viviamo ora per ora. Siamo al sicuro, ma cosa vuole dire? Temiamo tutti tanto. Siamo letteralmente affidati nelle mani del Signore.
Purtroppo sono già le tre del mattino e domani mi aspetta una giornata… potete capire. Quindi mi scuserete se vi mando il pezzo di una mail che ho scritto a uno di voi.

Ho trovato il coraggio di venire in Giappone perché mi sono accorta di diversi fatti che sono accaduti e di intuizioni, di sussulti nel petto che ho avuto e che mi hanno fatto capire che questa era la cosa giusta per me. Poi, dopo tre settimane di intensissime scoperte e ricchi rapporti... Chi poteva immaginare che il Signore mi guidasse a condividere questo dramma cosmico in prima persona?
Cosa ci faccio io qui? Perché proprio adesso? Signore, cosa posso fare? Cosa mi chiedi?
Come vedi, amico mio, anch’io sono abbastanza in alto mare. Ma sono certa che il Signore mi accompagna. Ne sono assolutamente certa. La Grazia del Signore mi accompagna in ogni luogo io vada. Questo è il solo motivo di speranza, specialmente quando la situazione si fa così urgente come in questi giorni.
Capisci, potrei dire: “Bene, sono a Hiroshima, lontana, sono al sicuro, posso prendere un aereo quando voglio”. Ma mi basta questo? Proprio per niente. Sono letteralmente tesa a cogliere ogni minimo accenno, che mi indichi perché il Signore mi ha mandato qui ora, perché ora mi trovo con queste persone (3 adulti e 4 bambini della comunità di Comunione e Liberazione di Tokyo), come Cristo vince ancora qui, ancora ora.
Ti assicuro, sono le due di notte, stamattina mi sono svegliata alle quattro e poi alle sette per parlare con i miei e decidere sul da farsi, il mio animo è in pena per decine di milioni di persone, sono a pezzi. Ma sono certa, non posso che continuare a scrivere per dire che Dio c'è, e nella drammaticità del momento ci accompagna.
Egli ci avvolge nella carezza della sua Presenza. È questo che emerge quando guardo agli altri che sono qui con me, all'attenzione di uno per l'altro, alla coscienza di essere completamente affidati nelle Sue mani (e due donne qui hanno lasciato oggi i mariti a Tokyo, e molti altri amici sono rimasti). Perché la dolorosa serenità che ci riempie non viene dal fatto di essere al sicuro; non basta! Anche se ce ne siamo andati, possiamo dirci veramente salvi?
Certo, io avevo poche cose con me, ma questi miei compagni di viaggio oggi sono partiti da casa lasciando tutto (tutto! amici, lavoro, casa) e non sanno neanche se potranno ritornare. Abbandonare tutto, che obbedienza ci vuole!
Eppure proprio così, spogliati di tutto, ancora più potentemente emerge che l'essenziale non è in quello che ci portiamo appresso, ma in Colui che solo è in grado di reggere tutto il nostro affanno del cuore, tutta la nostra domanda di vita. Se non avessi questa certezza sarei come già morta, schiacciata dagli avvenimenti.
Eppure è sufficiente alzare lo sguardo e commuoversi di fronte a un gruppo di vecchiette sedute su seggioline da pellegrinaggio che stamattina ho visto intente a ricopiare - con una serietà tutta giapponese - la facciata di una chiesetta neogotica, spuntata chissà come nel groviglio delle strade di Tokyo per ritornare ad essere investita da una voglia di affermare la vita incontenibile. Anche se io passavo con le mie valige e dicevo: chissà che sarà di loro...
O ancora mentre ammiravo il panorama mozzafiato dalla terrazza dell'appartamento di questi amici con cui sono partita, questa moltitudine di scintillanti grattacieli abbracciati da una nube di luce... Non ho mai visto niente di più bello... Potessi portarmeli via tutti con me e con la popolazione dentro!
Tutto il mio intimo mi si rivolta contro se penso che tutto questo deve finire in niente. Sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato: Egli morendo ci ha donato la più vera delle speranze, ci ha mostrato come l'amore al Padre porti alla Resurrezione.
Per questo, costantemente pregate, ma non solo per i terremotati e le vittime, ma perché ogni uomo sperimenti qual è la verità della vita, verità che in questi momenti così drammatici stride e deve venire fuori. Perché se no siamo già come morti.
Non smettere di pregare, Dio è la sola sorgente che dà vera speranza.
Un abbraccio,

Betty

domenica 13 marzo 2011

Vandea, 13 marzo 1793

Stained glass window of the Sainte-Gemme church in Sainte-Gemme-la-Plaine presenting Jean Ripoché defending a cross against French republican soldiers


"Marzo 1793: la Vandea Militare (770 comuni, ripartiti su 10mila chilometri quadrati e 4 dipartimenti: il nord della Vandea e le Deux-Sévres, il Sud del Maine-et-Loire, e la Loira Inferiore) insorge come un sol uomo, prendendo le armi contro la Convenzione di Parigi. Per spiegare l'origine di questa sollevazione sono state avanzate un certo numero d'ipotesi, ma la verità s'impone da sé. Gli abitanti della regione avevano a lungo subito conculcazioni e vessazioni, e dunque insorgevano a difesa di quanto avevano di più caro: in senso lato la libertà, specificamente la libertà di credere. A questo, infatti, si opponeva decisamente la Convenzione, che mirava a creare un ordine sociale e politico completamente nuovo. L'unica alternativa rimaneva dunque quella della resistenza armata, secondo i princìpi già definiti dalla filosofia di san Tommaso d'Aquino e poi ripresi anche nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, del giugno 1793, all'articolo 35: "Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione é, per il popolo e per qualunque parte di esso, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri".

L'elemento scatenante fu però indiscutibilmente la coscrizione di quel marzo 1793. La Francia, dichiarata guerra allo straniero il 20 aprile 1792 allo scopo di esportare la Rivoluzione, aveva patito una serie di sconfitte così cocenti per numero e gravità che, onde fronteggiare le invasioni derivatene, decise di arruolare 300mila nuovi uomini. Della coscrizione vengono incaricate le municipalità, che scelgono soprattutto fra gli oppositori della rivoluzione. Ai vandeani non rimane dunque che scegliere fra l'arruolamento a difesa di un regime odiato che dà la caccia ai loro sacerdoti, ai loro parenti e ai loro amici, finendo peraltro così per lasciare ancora più indifese le proprie genti di fronte al potere abusivo dello Stato, e la resistenza armata."

Reynald Secher, Vandea 1793-1794 da StoriaLibera.it

 
"Jacques è venditore ambulante. Attraversa il paese, i villaggi e le fattorie a vendere pettini e saponette, filo e aghi, lana e fazzoletti di Cholet, zucchero e sale, medaglie e corone del rosario, che vanno a ruba presso i suoi clienti angevini. Gioviale e servizievole, franco e leale, robusto e fine, con il volto vivace e dolce, la voce chiara e conquistante, vende la sua mercanzia e commenta le novità. Che sono cattive. La Costituzione Civile del clero vuol separare vescovi e sacerdoti da Roma e imporre loro il giuramento che a Le Pin come a La Chapelle-du- Genêt rifiutano. È l’ora della prova e della persecuzione. Cathelineau moltiplica i pellegrinaggi a Notre-Dame de Charité, a Saint-Laurent-de-la-Plaine e a Notre-Dame de Bon Secours a Bellefontaine. Di notte, con la croce processionale davanti, i parrocchiani supplicano la Vergine di conservare la fede cattolica: "Confido, Vergine, nel vostro soccorso". Un suo amico, don Cantiteau, ne è testimone: "Spesso solo lui era la guida, il conduttore di centinaia di persone che lo seguivano. Già sostenuto — come pare — da qualcosa di più che umano, percorreva avanti e indietro, per quindici o diciotto volte, tre leghe, cantando e facendo in questo modo il viaggio". Oggi non è un sacerdote a guidare la processione. Domani non sarà un nobile a guidare l’insurrezione. È Jacques Cathelineau, un laico, un semplice fedele, fedele alla sua fede e alla sua coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini."

S. Em. Card. Paul Poupard, Jacques Cathelineau, "il Santo dell'Anjou", un combattente sotto lo stendardo del Re del Cielo




martedì 8 marzo 2011

Chi ride di Dio e chi ascolta Dio ridere: la deriva nichilista dell'umorismo

Davvero interessante e lucida questa analisi di Rodolfo Casadei da La Bussola Quotidiana
a proposito di nichilismo e dissacrazione da parte di una satira ormai intoccabile. Sono messi ben in luce gli agghiaccianti meccanismi della nostra società: la scomparsa del senso dell'autorità, del sacro, la messa in ridicolo della sola idea dell'esistenza  di qualcosa o Qualcuno di più grande a cui portare rispetto. Rimane solo il riso beffardo di chi vuole coprire il vuoto dentro di sé.

Grazie a Dio, per dirla con Chesterton, conosco molta gente capace tutt'oggi di far tuonare una risata come non se ne sentivano dal Medioevo.

Miei i passaggi in rosso.

Michel de Montaigne

La risata di Dio e la satira nichilista

di Rodolfo Casadei
05-03-2011


Spiega Umberto Eco ne Il nome della rosa che se è possibile ridere di tutto, si deve poter ridere anche di Dio, e questa è la suprema garanzia contro ogni dogmatismo. Secondo un vecchio proverbio yiddish le cose stanno esattamente all'incontrario: «l'uomo pensa, Dio ride». L'umorismo deve solo decidere da quale di queste due posizioni vuole prendere le mosse. Se muoverà dalla prima, sarà un umorismo nichilista, blasfemo e violento. Se resterà in sintonia con la seconda, assolverà la sua funzione antidogmatica, di relativizzazione dei poteri terreni, sia quelli secolari che quelli clericali; servirà a difendere il popolo e gli individui dalle pretese di altri individui e altri popoli che si atteggiano a divinità incarnate. Se darà retta a Umberto Eco, partorirà i Vauro che cercano di far ridere coi cadaveri dei terremotati dell'Aquila, il Calvario ridotto a macchietta, i preti etichettati come tutti indistintamente pedofili, o le analoghe bassezze dei Daniele Luttazzi. Se darà retta alla saggezza ebraica, produrrà i Rabelais, i Montaigne e, venendo al giorno d'oggi, i Paolo Cevoli e i Gioele Dix.

Il vero umorismo prende le mosse dalla risata di Dio che ride dell'uomo, non dalla risata dell'uomo che deride Dio. Dio ride  della presunzione umana di poter governare gli eventi col pensiero, della pretesa dell'uomo di capire e di spiegare l'agire divino; ride dell'illusione dell’uomo di essere sempre al centro di quel che accade. Il monito di Jahvé attraverso Isaia, «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» suona drammaticamente solenne e un po' arcigno. La saggezza rabbinica ne ha portato alla luce il contenuto ironico. Dio ride dell'uomo che si crede chissà chi, che crede di incarnare compiutamente Ragione, Storia, Potere, Libertà, Fede, ecc. Che crede di essere Dio o che Dio sia al suo servizio. Se l'uomo udisse la risata divina, sarebbe più modesto, comprenderebbe che le altre persone e il creato non sono a sua disposizione, mostrerebbe maggiore empatia. E se l’uomo che ode la risata fosse un re o un papa, governerebbe meglio o sarebbe un pastore migliore. Se il re o il papa sono duri di orecchi, viene in soccorso dell'umanità l'umorista, che provvede a rendere udibile a tutti la risata divina.

Quando Montaigne scrive che anche i re scoreggiano, o quando scrive che per quanto sia alto il trono su cui siede il re, ci siede col culo, lo scopo è relativizzare i poteri terreni, aiutare a non confondere l'umano col divino. Disse Milan Kundera ricevendo il premio Gerusalemme per la letteratura quasi trent'anni fa: «Amo immaginare che François Rabelais abbia udito un giorno la risata di Dio, e che così sia nata l'idea del primo grande romanzo europeo. (...) L'arte ispirata dal riso di Dio è, per essenza, non tributaria, ma contraddittoria delle certezze ideologiche».

Si può discutere all'infinito sulla tiepida religiosità di Montaigne e di Rabelais, ma è certo che il loro umorismo ante litteram non era diretto a ridimensionare Dio, ma a ridimensionare l'uomo che tende a farsi Dio. Soprattutto se è uomo di potere. I fautori della derisione di Dio come necessaria premessa della satira contro i potenti affermano che ridere di Dio è necessario per abbattere il dogmatismo. Ma il dogmatismo non l'ha inventato Dio, l'hanno inventato gli uomini per difendere le loro posizioni di potere. Perciò la derisione di Dio non ci libera dal dogmatismo, ma piuttosto dal rispetto per tutto ciò che ha valore; dall'idea stessa che ci sia qualcosa che vale e perciò merita rispetto. Nella satira contemporanea la dissacrazione non è un mezzo, ma un fine. Attraverso la dissacrazione si mostra che non c'è nulla che meriti rispetto e timore reverenziale. E come potrebbe esserci, se è stata inquinata la fonte della sacralità (Dio)? Annientata l’origine del sacro, niente più è sacro.

Non appena si gratta un po' la vernice sgargiante della satira politica, quel che si trova è un nichilismo di fondo. Un nichilismo che tutto avvolge e che di fronte a nulla si arresta. L'enfasi sul carattere greve della nostra corporeità, che da Plauto a Rabelais svolge la funzione di moderare l'orgoglio umano, precipita nella profanazione di cadavere. Per fare satira sul proposito governativo di stimolare l’economia con un provvedimento sospettato di sanare abusi edilizi, l’aumento delle cubature delle unità immobiliari di residenza, Vauro evoca l’aumento delle cubature dei cimiteri intorno all’Aquila, pochi giorni dopo il rovinoso terremoto, con il disegno di una bara smisurata. Per satireggiare su Berlusconi, che anche dopo morto potrebbe occupare gli schermi televisivi con messaggi pre-registrati, Luttazzi scrive: «Sei morto, Silvio. I vermi ti stanno mangiando. Per una volta, lascia che parli qualcun altro». E degli omaggi alla salma: «Le spoglie di Berlusconi dovrebbero giungere stanotte al Quirinale, dove resteranno esposte finchè l’odore o Maurizio Costanzo lo consentiranno».

Nessuno, da Plauto a Rabelais, aveva mai fatto questo. Ci volevano gli umoristi nichilisti del XXI secolo. I quali si difendono dalle accuse rivendicando la loro storica funzione di cani da guardia contro gli eccessi del potere. Il punto è che nel frattempo la storia ha camminato, il tempo delle monarchie assolute è finito, così come quello delle repubbliche oligarchiche. Siamo in democrazia, che per quanto imperfetta possa essere nella sua realizzazione politica, appare indubbiamente egemone sul piano culturale: l’idea dell’eguaglianza assoluta degli individui, che implica la criticabilità continua e all’infinito di chi detiene responsabilità di governo, anche quando la critica è esercitata nei modi necrofili di un Vauro o di un Luttazzi, domina incontrastata. Perché se non fosse illimitatamente criticabile, così va il ragionamento, l'uomo di governo non sarebbe più uguale, ma privilegiato rispetto agli altri individui. Le sentenze della Corte costituzionale che hanno bocciato in tutto o in gran parte leggi che mettevano dei limiti alla processabilità delle alte cariche dello Stato hanno confermato l’egemonia dell’idea egualitaria anche in ambito giuridico. In nome della democrazia, ovvero dell’idea di uguaglianza ad essa sottesa, la satira politica non deve avere limiti, e di fatto non ne ha.

Questo però, paradossalmente, crea una situazione dove il principio egualitario è violato: agli umoristi è permesso ciò che a nessun altro è permesso. Se un comune cittadino ingiuriasse gli uomini politici nello stesso modo in cui lo fanno loro, verrebbe querelato e infine condannato. Invece qualunque tentativo di punire o di limitare la libertà d’espressione degli umoristi viene respinto. Dal 1997 in Italia non si registra virtualmente alcuna sentenza giudiziaria di condanna definitiva di umoristi per battute o vignette su temi politici o religiosi. L'unico problema che possono avere è quello di essere allontanati da trasmissioni televisive, per il timore delle emittenti di perdere introiti pubblicitari o di doversi impegnare in costose controversie giudiziarie (anche se è certo che si concluderebbero con l'assoluzione del denunciato). Pesi massimi come Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi hanno dovuto ritirare la loro querela o hanno perso la loro causa per diffamazione. Vauro se l'è cavata con una settimana di sospensione televisiva per la sua vignetta sui cimiteri post-terremoto dell'Aquila; Daniele Luttazzi fu allontanato da La7 per aver attaccato Giuliano Ferrara che collaborava con la stessa tivù, non per i contenuti delle sue battute.

Il potere giudiziario italiano ha stabilito che gli esponenti politici non hanno diritto ad alcuna forma di immunità, nemmeno quando ricoprono alte cariche istituzionali, ma gli autori di satira invece sì. Suona scandaloso ma non strano, perché ciò interpreta perfettamente la deriva nichilista e profanatrice dello spirito democratico del tempo. Gli autori di satira sono diventati divinità intoccabili perché assolvono una funzione carissima allo spirito del tempo: mostrare che non esiste alcuna eccellenza da riconoscere come tale, alcuna superiorità a cui inchinarsi, alcuna grandezza davanti a cui arrestarsi. L'egualitarismo non tollera infrazioni al suo ordine omologatorio, e gli umoristi sono gli inflessibili azionatori della ghigliottina democratica che ristabilisce identiche misure per tutti.

Scrive Alain Finkielkraut: «Il riso contemporaneo proclama alto e forte l'ideale della de-idealizzazione. Che l'uomo superi infinitamente l'uomo, che egli possa avere una vocazione spirituale, che non sia ridotto alle sue funzioni organiche, ecco una possibilità che questo riso intende far scomparire dal mondo. Esso si accanisce contro la trascendenza, non tollera alcun genere di eminenza, bracca la grandezza sotto qualunque forma si manifesti, vendica la mediocrità dell'affronto che la superiorità gli infligge (…) I buffoni che un tempo avevano l'ufficio di opporre resistenza ai re, sono oggi i re adulati e temuti della democrazia radicale. Essi propagano, sotto le macerie della promessa comunista, il calore revanscista della comune bassezza».

A questo punto si capisce bene perché satira contro i politici e satira antireligiosa vadano a braccetto. Colpe ed errori dei politici sono solo un pretesto per negare il simbolismo del loro ruolo: l'essere un'incarnazione dell'autorità, il loro rimandare a un'idea di ordine gerarchico della realtà. E questo vale a maggior ragione per il sacro e i suoi rappresentanti terreni. Che sono quanto di più contrario si possa immaginare alla democrazia intesa come “comune bassezza”. Scrive Roger Scruton: «La dissacrazione è una specie di difesa dal sacro, un tentativo di distruggere le sue pretese. Nella presenza di cose sacre le nostre esistenze sono giudicate, e per sfuggire a quel giudizio noi distruggiamo la cosa che sembra giudicarci».

Dunque bisogna dire che tutti i preti sono pedofili e che il Papa è il loro complice al fine di rendere inattendili e inincidenti i giudizi del magistero della Chiesa. Fa niente se il prezzo del sollievo amorale di poter sfuggire a quel genere di giudizi è che tutto diventerà profanabile e di fatto profanato: corpi dei viventi, membra dei defunti, simboli religiosi, ecc. E se gli umoristi si trasformeranno, da coscienza critica dei potenti, in professionisti del linciaggio. Come scrive Finkielkraut, la soppressione satirica del sacro coincide con l'ennesima resurrezione del più primitivo dei meccanismi sacrali, il sacrificio del capro espiatorio: «Il riso dell'umorismo scombussola le unioni sacre, il riso dei buffoni odierni indica le vittime sacrificali; il primo sfida il branco, il secondo lo scatena».

domenica 6 marzo 2011

La realtà, perché gli uomini Lo cercassero

Cristo architetto dell'universo



"Quello che voi adorate senza conoscere, io ve l'annunzio. Dio ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché gli uomini Lo cercassero, se mai arrivino a trovarLo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: di Lui noi siamo la stirpe".

At 17,23.27s



"Il povero Ludvig non era mosso dalla religione, ma dal misticismo, perché la particolarità del misticismo non é la religiosità ma l'isolamento col quale l'individuo si vuol mettere in rapporto immediato con Dio senza tener conto di alcuna relazione con la realtà data".

Aut-aut, Kierkegaard 



"La cittade ove la donna mia fu posta dall'Altissimo Sire".

Vita Nova  2.11, Dante

giovedì 3 marzo 2011

Nessun più felice e beato cavaliere: estetica, etica, disperazione. Discussioni notturne con Soren Kierkegaard


Soren Kierkegaard


E' una settimana che faccio tardi la notte: succede infatti che quando inizio a leggere Soren Kierkegaard faccio un'enorme fatica a mettere giù il libro. A partire dalla prima lezione in classe sul filosofo danese, ho subito capito di avere di fronte un uomo ferito che parla al mio cuore. Il pomeriggio stesso ho comprato "Aut-aut" e ordinato altri libri.
E' un vero e proprio incontro, e del tutto inaspettato per di più; l'incontro con un uomo e la sua esperienza del mondo, un incontro ricco di mistero e di passione per l'umano. L'estetica e il seduttore, l'etica e il marito, lo stadio religioso e Abramo; la disperazione come riconoscimento del proprio limite e della propria inadeguatezza e quindi l'amore a Dio. Come ho detto oggi in classe, ho trovato un amico e attraverso il suo percorso sto arricchendo e riguadagnando da altre profondità e punti di vista il mio incontro con Cristo.

Non c'è pagina della mia copia di "Aut-aut" che non abbia sottolineature. Il primo estratto che propongo si colloca nella prima parte, dove sono messi a nudo tutti gli inganni dell'esteta seduttore e di come la sua non-scelta di vivere la vita esteticamente non corrisponda alla sua natura. 
Il secondo, uno degli efficaci esempi di Kierkegaard, si colloca invece nella trattazione della disperazione come passaggio dallo stadio estetico a quello etico, grazie alla quale l'uomo sceglie se stesso nel suo eterno valore di uomo.


"Non ti turba vedere tutti gli splendori del mondo, perché col pensiero sei sopra di essi; se te li offrissero diresti come sempre: "Sì, una giornatina la potrei dedicare a queste cose". Non ti preoccupa non esser diventato milionario, e se te lo offrissero probabilmente risponderesti: "Sì, sarebbe abbastanza interessante l'esserlo stato, e un mesetto lo potrei occupare così". Anche se ti offrissero l'amore della più bella fanciulla risponderesti: "Sì, per un mezz'annetto potrebbe andare bene". Io non voglio ora unirmi alle critiche che sento spesso fare sul tuo conto, che sei insaziabile; preferisco dire: in un certo senso hai ragione; nulla di finito, infatti, nemmeno l'intero mondo può soddisfare l'animo umano, che sente il bisogno dell'eterno".


da Aut-aut, pag. 58 ediz. Mondadori



"La condizione della tua disperazione é bella, eppure ve ne é una più bella ancora. Immagina un giovane intelligente come te. Supponiamo che ami una fanciulla, che l'ami tanto quanto egli ama se stesso. Supponiamo che in un'ora di raccoglimento egli mediti su quali fondamenti egli abbia costruita la sua vita e su quali essa debba costruire la sua. Hanno l'amore in comune, ma egli sentirà che vi sono delle differenze. Essa forse ha il dono della bellezza, ma per lui non ha importanza, é tanto effimera; essa forse ha l'animo allegro della gioventù, ma quella gioia non ha una vera importanza per lui. Egli invece ha i doni dello spirito (le capacità del seduttore, nda) e ne sente il potere. Egli la vuole amare in verità e perciò non gli verrà mai in mente di darglieli, e nemmeno l'umile animo di lei li vorrebbe da lui. Ma vi é una differenza, ed egli sentirà che questa deve sparire per poterla veramente amare. Allora egli sentirà l'animo suo precipitare nella disperazione. Non dispera per se stesso ma per lei, eppure anche per se stesso; così il potere della disperazione corroderà tutto, finché egli troverà se stesso nel suo eterno valore; ma in questo modo egli avrà trovato anche lei; e nessun cavaliere sarà mai ritornato dalle sue più pericolose spedizioni più felice e più beato di lui al ritorno da questa lotta colla carne e col sangue e colle vane differenze della finitezza. Poiché colui che dispera trova l'uomo eterno".


da Aut-aut, pag. 66 ediz. Mondadori  


martedì 1 marzo 2011

"Well, if it's just a symbol, to hell with it". Flannery O'Connor, la Grazia e il mestiere di scrivere

Da La Bussola Quotidiana, un'intervista davvero da non perdere.



La scrittura "rock" della cattolica Flannery


di Antonio Giuliano
01-03-2011




Ci vuole occhio per essere scrittori. E la narratrice statunitense Flannery O’Connor (1925-1964) non ha mai nascosto la sua prospettiva: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». E anzi: «Proprio perché sono cattolica non posso permettermi di esser meno di un’artista». Una rivendicazione orgogliosa, così stridente con una certa cultura dominante, al punto da sospettarne la censura. Come dimostra una raccolta di saggi ancora stranamente inediti che esce domani da Rizzoli Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mistero di scrivere (Rizzoli, pp. 180, euro 9). Scritti giudicati mai degni di pubblicazione ora presentati per la prima volta dal gesuita Antonio Spadaro, critico letterario de La Civiltà Cattolica, folgorato dall’autrice statunitense di cui da anni è impegnato a farne conoscere l’opera, ora anche attraverso un sito (www.flanneryoconnor.it). Stroncata dal lupus, a Flannery O’Connor bastarono 39 anni per diventare una scrittrice di culto grazie a ventisette racconti e due romanzi: “La saggezza nel sangue” e “Il cielo è dei violenti” in cui spiccano trame forti e scioccanti, e personaggi tragicomici. Non è un caso, ci dice Spadaro, che registi pulp come Quentin Tarantino o i grandi del rock abbiano tratto ispirazione dalle sue opere.

Perché Flannery O’Connor sente il bisogno di manifestare chiaramente la sua fede?

È la sua visione del mondo. Flannery non è né bigotta né intellettuale o interleckchul (intellettualoide) come diceva lei. La sua fede certamente illumina la sua ispirazione artistica, lei stesso scrive: «Credo che se non fossi cattolica, non avrei ragione di scrivere, nessuna ragione di vedere, nessuna ragione di provare orrore, o di provare piacere in nulla... Non ho mai percepito l’essere cattolica come un limite alla libertà dello scrittore, piuttosto l’opposto». Per lei la fede è vedere le cose: la fede è una sorta di motorino di avviamento della percezione e, quindi, della scrittura: «La fede, nel mio caso almeno, è il motore che aziona la percezione». Chi ha fede ha l’occhio giusto per essere scrittore. «Per lo scrittore di narrativa, non credere in niente equivale a non vedere niente». E così le si amplia il campo visivo su un mondo che Flannery ha definito come Christ-haunted, cioè “infestato da Cristo”.

Un cattolicesimo, quello della scrittrice, che lei nella prefazione definisce hardcore (duro), in cui la fede sembra diventare una sorta di lente di ingrandimento…
Sì secondo lei «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo “non cattolico”, da non poter fornire materiale». La O’Connor è particolarmente sensibile agli aspetti più drammatici e paradossali dell’incisività della grazia, che può arrivare fino all’abbrutimento del personaggio. Anzi, l’irruzione della grazia non sempre migliora la vita personale e sociale dei personaggi e, nel suo caso, è proprio esattamente il contrario. La sua narrativa allora non potrà che risultare “selvaggia”, insieme violenta e comica, per via delle discrepanze che cerca di ricomporre.

Una scrittura che comunque colpisce per la concretezza, per una dura realtà…
Per Flannery «l’universo visibile è un riflesso di quello invisibile». Dio è un dato dell’esperienza non un’intuizione della mente. La scrittrice dà alla dimensione spirituale una consistenza materiale o “sacramentale”. Quando una sua collega scrittrice le diceva di considerare l’Eucarestia solamente come un simbolo, la sua risposta fu netta: «Beh, se è un simbolo, che vada al diavolo» (“Well, if it’s a symbol, to hell with it”). E aggiungeva: «Non sono scrittrice dell’impercettibile, io».

Nella scelta dei protagonisti delle sue trame sembra esserci una preferenza per personaggi del Vangelo, come storpi, ciechi…
Il suo modello è la Bibbia. Non si fanno storie senza una storia di riferimento e la Bibbia fornisce una storia nella quale «chiunque possa riconoscere la mano di Dio e la sua discesa». E infatti per Flannery la nostra reazione della vita sarà diversa se «ci hanno inoculato soltanto una definizione della fede o se abbiamo tremato insieme ad Abramo che levava il coltello su Isacco». Ma lei stessa lamentava che la Bibbia «non ha fatto breccia nel profondo della nostra coscienza» e la cultura ha eliminato il mistero. La scrittrice attacca non tanto gli atei, quanto coloro che ammettono l’esistenza di un essere divino che non ha niente a che fare con la storia.

Non solo per la rivendicazione della fede: mi pare raggiunga vette di anticonformismo nel panorama culturale (anche di quello cattolico) parlando spesso di diavolo. Secondo la scrittrice per fare la prova dell’esistenza di Satana basta provare a resistere a una qualsiasi tentazione per cinque minuti….
Flannery dice di essere interessata all’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo. La scrittrice riconosce che il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace. Il senso del male è garanzia del nostro senso del mistero e dunque il diavolo diventa, in qualche modo, una necessità drammatica dello scrittore. Più anticonformista di così…

Perché anche critici nostrani come Fernanda Pivano, l’hanno ignorata?
Non solo lei. Flannery è scomoda per tutti. Imbarazzante. Nelle opere della O’Connor i personaggi sono sempre e in ogni momento tutti allineati al principio di tutte le loro possibilità. Così la salvezza può venire da un assassino e, invece, un cieco egoismo può essere l’espressione tipica di un filantropo umanista. Ogni ideologia esplode, e così ogni prevedibilità. E poi la O’Connor è sempre stata defilata rispetto al mondo delle mode.

Perché alcuni grandi del rock le sono debitori?
Nick Cave come la O’Connor assume dalla Bibbia, e in particolare dall’Antico Testamento immagini e linguaggio. Cave trova nella tough prose, la prosa dura del Vecchio Testamento una lingua perfetta, allo stesso tempo misteriosa e familiare. Il mondo dei personaggi di Springsteen è un mondo cupo: se per la O’Connor la grazia agisce in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo, così anche per Springsteen: ogni forma di grazia possibile si trova soltanto in badlands (bassifondi) e darkness (oscurità), per usare due delle tante metafore possibili. La luce brilla solamente se ci sono tenebre. Ma l’eredita “oconnoriana”, in realtà, è più estesa e dunque si dovrebbe prendere in considerazione, ad esempio, almeno In God’s Country e l’intero album The Joshua Three degli U2, il disco Murmur dei R.E.M., Blood Money di Tom Waits.

Parliamo di una donna che nonostante la propria malattia non ha mai imputato a Dio la sofferenza, nè l’inspiegabilità del male.
La sua è una visione radicalmente escatologica. Vede il mondo under construction, in costruzione, non finito, e così tiene il suo sguardo lasciando intatto il senso del mistero. Non si accontenta della tenerezza: vuole andare oltre, avere una visione del significato del male, e comprende che a volte l’eccessiva tenerezza distrae l’occhio e lo rammollisce. Scrive testualmente: «Una tenerezza staccata dalla persona di Cristo è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas». Il rischio è la trasformazione della carità in idea, o meglio, in ideologia del bene per l’umanità. La carità che non sa accettare l’incompletezza della condizione umana, e non solo la debolezza, rischia di rimanere cieca. Da qui deriva l’utopia di un uomo e di un mondo perfetto e ideale, in cui non c’è più dolore e male: non a caso in nome della realizzazione di paradisi in terra, sono stati commessi delitti atroci nella storia.

Per questo rifugge anche nei suoi scritti da un certo sentimentalismo?
Lei mostra non una generica attitudine alla tenerezza, ma un occhio profetico capace di vedere anche nel dramma la traccia di un destino. L’occhio deve vedere che il suo orizzonte finito non offre spiegazioni plausibili. Non cerca risposte dinanzi al male. Non fa neanche alcun rinvio alla responsabilità dell’uomo come alibi per “assolvere” Dio e per aiutare l’uomo ad essere più moralmente vigile. Parte dal fatto che il poeta è cieco per tradizione, ma il poeta cristiano è come il cieco toccato da Cristo, che guardò e vide uomini come fossero alberi. È una visione distorta, ma è quella che interessa a Flannery: descrivere gli uomini come alberi che camminano. Ciò che queste “strane visioni”, come lei le definisce, fanno saltare subito per aria è il “buon senso” vagamente laico, razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione artistica.