Non saprei dire quanti dei miei venticinque lettori se ne siano accorti, magari qualcuno sì. L'anno corrente é il 2011, anno di celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia; sono già passati tre mesi, eppure in questo blog non ho ancora scritto nulla al riguardo. Come alcuni sanno, in realtà, ho scritto molto (circa venti pagine, e solo per iniziare), in vista di una serie di dossier di futura pubblicazione; ma scuola e avventure varie, per il momento, mi impediscono di concentrarmi come vorrei sul fronte Risorgimento.
Intanto osservo, e giudico. Mentre una nauseante retorica riempie giornali, salotti tv, librerie e talk show, discorsi politici, già mi immagino il momento in cui il petto gonfio delle rane gracidanti scoppierà come una bolla. E' sempre stato così: ci si commuove per la storiella agiografica del nazional risorgimento e per le sue schiere di santini e poi si torna cupi al presente perché "siamo sempre i soliti italiani" e non sappiamo amare il nostro Paese.
Non proseguo oltre, l'ho detto; molto ho già scritto e molto avrò da scrivere in momenti più tranquilli, con l'unica pretesa di apportare un piccolo e personale contributo, nulla più.
Non proseguo oltre ma almeno qualcosa mi va di dire, oggi, nell'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia. Nelle discussioni a scuola, nelle pubblicità o sui giornali, ogni volta che sento parlare dei centocinquant'anni di un popolo come il nostro mi stupisco di un qualcosa che gli altri, almeno i più, sembrano non vedere.
Siamo sicuri di avere solo centocinquant'anni? Perché amputiamo la nostra storia di quasi duemila anni se non di più? Parafrasando Chesterton, io mai dimenticherò ciò che é stato fondato da Enea e rifondato da San Pietro. L'Italia può vantare una storia che non ha eguali nel mondo intero: dietro le nostre monete non ci sono i volti di Garibaldi e Cavour, ma la Venere di Botticelli, il Colosseo e Dante Alighieri.
Certo, é vero: noi non siamo per nulla patriottici in confronto alla Francia o agli Stati Uniti; ma io sono convinto che a noi italiani sia stata data l'immensa grazia di un patriottismo più alto, quello di una nazione che bene o male ha dato al mondo gran parte dei suoi tesori, senza nulla togliere al sano amor di patria delle altre nazioni.
Sentite qua:
Sentite qua:
"Per duemila anni l'Italia ha portato in sé un'idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma é stato proprio così?) ma che cosa é venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E' sorto un piccolo regno di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioò non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne é derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!".
Sono sagge parole uscite dalla penna di Dostoevskij.
C'è molta più Italia nell'Ausonia cantata da Virgilio che nell'omonima loggia massonica della Torino risorgimentale; é la bieca retorica di un De Amicis o i capolavori di Michelangelo che ci fanno sentire più italiani? E si può dire che all'estero ricordano più la cupola del Brunelleschi che l'Altare della Patria? All'estero, ma anche qui.
No, non sono un nostalgico dell'Ancien Régime, sebbene per i Custodi del Tricolore chiunque non concordi con la vulgata rosa fiori ed eroismo sia un reazionario borbonico. E, per dirla tutta, non divido nemmeno gli schieramenti in bianchi contro neri, sebbene da una parte soprattutto molto nero é difficile non trovarlo.
Ma non per questo taccio di fronte ad un teatrino a suo modo divertente, e sconfortante, di cui presto se ne accorgeranno molti.
Perché non si può parlar male di Garibaldi quando Garibaldi ha parlato male dell'Italia? Per l'Eroe dei due mondi (??) e non solo, l'Italia era un paese che aveva vissuto secoli di schiavitù politica, sociale e morale; occorreva rigenerare le masse, in vista del bene dell'Umanità (leggano Mazzini, lo leggano tutti quelli che oggi sbandierano il Risorgimento e l'attualità dei suoi valori fondativi). Non trovo chiosa migliore a tutto questo che le parole del vandeano Charette, che esortava i suoi soldati contadini a combattere contro i giacobini dicendo che "loro la patria ce l'hanno in testa, noi la sentiamo sotto i nostri piedi".
Chi ha fatto il Regno d'Italia, perlomeno i principali artefici, lo ha voluto edificare, ideologicamente, contro tutto quello che l'Italia é stata fino ad allora. Affermare questo non significa invocare la secessione o il ritorno al passato, ma dichiarare un dato di fatto.
I santi d'Italia, con buona pace di tutti, non sono Cavour e Vittorio Emanuele II, ma un giovane uomo di Assisi e una bella ragazza di Siena.
Scienziati, navigatori, poeti, letterati, santi. Una storia lunga più di duemila anni, che affonda le sue radici nella leggenda e nel mito, come tutte le storie vere. Questa é l'Italia.
Retorica? Virgilio e Dante hanno cantato la missione divina e provvidenziale di Roma e del nostro popolo; i giornali di oggi, con scarso successo, descrivono pomposamente l'"impresa" dei Mille a altri fattacci.
A conti fatti, chi ha più ragione?
Viva l'Italia.
C'è molta più Italia nell'Ausonia cantata da Virgilio che nell'omonima loggia massonica della Torino risorgimentale; é la bieca retorica di un De Amicis o i capolavori di Michelangelo che ci fanno sentire più italiani? E si può dire che all'estero ricordano più la cupola del Brunelleschi che l'Altare della Patria? All'estero, ma anche qui.
No, non sono un nostalgico dell'Ancien Régime, sebbene per i Custodi del Tricolore chiunque non concordi con la vulgata rosa fiori ed eroismo sia un reazionario borbonico. E, per dirla tutta, non divido nemmeno gli schieramenti in bianchi contro neri, sebbene da una parte soprattutto molto nero é difficile non trovarlo.
Ma non per questo taccio di fronte ad un teatrino a suo modo divertente, e sconfortante, di cui presto se ne accorgeranno molti.
Perché non si può parlar male di Garibaldi quando Garibaldi ha parlato male dell'Italia? Per l'Eroe dei due mondi (??) e non solo, l'Italia era un paese che aveva vissuto secoli di schiavitù politica, sociale e morale; occorreva rigenerare le masse, in vista del bene dell'Umanità (leggano Mazzini, lo leggano tutti quelli che oggi sbandierano il Risorgimento e l'attualità dei suoi valori fondativi). Non trovo chiosa migliore a tutto questo che le parole del vandeano Charette, che esortava i suoi soldati contadini a combattere contro i giacobini dicendo che "loro la patria ce l'hanno in testa, noi la sentiamo sotto i nostri piedi".
Chi ha fatto il Regno d'Italia, perlomeno i principali artefici, lo ha voluto edificare, ideologicamente, contro tutto quello che l'Italia é stata fino ad allora. Affermare questo non significa invocare la secessione o il ritorno al passato, ma dichiarare un dato di fatto.
I santi d'Italia, con buona pace di tutti, non sono Cavour e Vittorio Emanuele II, ma un giovane uomo di Assisi e una bella ragazza di Siena.
Scienziati, navigatori, poeti, letterati, santi. Una storia lunga più di duemila anni, che affonda le sue radici nella leggenda e nel mito, come tutte le storie vere. Questa é l'Italia.
Retorica? Virgilio e Dante hanno cantato la missione divina e provvidenziale di Roma e del nostro popolo; i giornali di oggi, con scarso successo, descrivono pomposamente l'"impresa" dei Mille a altri fattacci.
A conti fatti, chi ha più ragione?
Viva l'Italia.

2 commenti:
25 lettori eh?? :)
cmq bello, grazie. Dosto come sempre la sapeva lunga
Piccola nuova: dal punto di vista politico l'Italia sarà anche conquistata dal Piemonte, ma fu la Chiesa a donare i servizi più importanti, scuole e ospedali, al nuovo stato. Il governo, dopo aver imposto l'unione non si preoccupò molto del suo popolo
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