martedì 30 novembre 2010

La statura dell'uomo é in ciò che attende e desidera

Allegory on Seeking and Striving, by Michael D. O'Brien


"(...) L’attesa, l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono… Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.
Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore? E questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna? Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, cioè di un Consacrato, discendente del re Davide, che avrebbe finalmente liberato il popolo da ogni schiavitù morale e politica e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. Neppure lei lo avrebbe mai pensato, eppure nel suo cuore l’attesa del Salvatore era così grande, la sua fede e la sua speranza erano così ardenti, che Egli poté trovare in lei una madre degna. Del resto, Dio stesso l’aveva preparata, prima dei secoli. C’è una misteriosa corrispondenza tra l’attesa di Dio e quella di Maria, la creatura “piena di grazia”, totalmente trasparente al disegno d’amore dell’Altissimo. Impariamo da Lei, Donna dell’Avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con il sentimento di un’attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare".

Benedetto XVI, Angelus di domenica 28 novembre 2010

domenica 28 novembre 2010

John Waters: "Oltre la consolazione, c'è bisogno di speranza"

Da Avvenire.it


Le guglie della cattedrale di St. Patrick, patrono d'Irlanda, fra i grattacieli della 5^ Avenue a NYC. Foto mia, estate 2009



27 novembre 2010

IL CASO

Waters: «Avevo ucciso Dio sull’altare del ’68»

Prima la triste vicenda degli abusi sessuali di minori da parte di preti cattolici, con la forte opera di espiazione promossa da Benedetto XVI, ora la crisi finanziaria col rischio di "bancarotta pubblica". Questi due fatti hanno riacceso le luci della ribalta sull’Irlanda, paese considerato "tout court" cattolico. La nazione "verde" è un esempio emblematico di un certo cattolicesimo "popolare", ma stretto nella morsa di una tradizione che non interloquisce più con il popolo e un mainstream culturale progressista, che svilisce la religione nel suo afflato di verità. In questa tenaglia è caduto (ma si è pure liberato), John Waters, uno dei giornalisti e commentatori più apprezzati a Dublino, arrivato a scrivere dopo un’esistenza avventurosa in cui ha fatto diversi lavori manuali (magazziniere, benzinaio, …), amico degli U2 e già compagno di Sinead O’Connor, la celebre e trasgressiva pop star.

Quella di Waters è una vita «da profugo a pellegrino», come recita il sottotitolo della sua appassionante autobiografia Lapsed Agnostic (Marietti, pagine 230, euro 22), sentenza che gioca sull’ambiguità del termine "lapsed", "rinnegato", usato di solito da chi si allontana dalla fede. Nella vicenda di Waters si nota la parabola di molta intellighenzja europea rispetto al cattolicesimo, transitata dagli sberleffi giovanili del ’68 alla sofferta decisione di ritornare a casa: «Mi ha colpito molte volte il pensiero che nasciamo con un senso di Dio, ma poi veniamo convinti dal mondo e da noi stessi che è troppo bello per essere vero.

Ci vogliono anni di punizione per ridurci a una condizione a causa della quale non ci viene lasciata altra opzione se non quella di riscoprire questo senso perduto». Il j’accuse di Waters (già intervenuto al Meeting di Rimini grazie alla conoscenza "libraria" con don Giussani) è ferocemente ironico verso quella che lui chiama "generazione Peter Pan", gli ex sessantottini ora ascesi nelle stanze del potere, culturale, mediatico, politico. Per i quali «Dio, essendo loro imposto da una generazione che sono giunti a disprezzare, dovrebbe essere abolito». Così nascono altri idoli, ad esempio «l’ossessione per la giovinezza» o la «cultura orizzontale» invece di quella «verticale», basata solo su «musica pop, film, televisione».

Ma la morte di Dio, o meglio «l’assassinio di Dio perpetrato nella cultura post-sessantottina», non ha liberato l’uomo: «La responsabilità grava solo sulle mie spalle, e questo mi provoca un’ansia e una paura così intollerabili che non sono capace di fare neanche le cose più ordinarie senza incappare in ulteriori fonti di stress». Profetiche, rispetto alla crisi economico-finanziaria di questi giorni nella terra di San Patrizio, queste parole del commentatore: «Benché godiamo di una maggiore ricchezza, di cure sanitarie più avanzate, di un ambiente più sicuro e di un assortimento di congegni risparmia-fatica più vasto che mai, una serie di ansie ostacola la crescita della vera soddisfazione.

Enormi guadagni in termini di ricchezza materiale non hanno conseguito alcun aumento significativo di felicità». L’angoscia, per Waters, ha avuto il volto della dipendenza dall’alcol fino ai 35 anni: «Tutti gli alcolisti hanno ceduto alla tentazione di togliere Dio dal Suo trono e di sedercisi loro». Dal rifiuto della bottiglia per l’editorialista dell’Irish Times è iniziato un cammino di conversione che l’ha portato a una drammatica confessione di fede: «La mia esperienza mi dice che possiamo giungere a Dio solo non credendo in Lui. Possiamo trovarLo solo quando lo abbiamo rifiutato e siamo tornati, abbattuti, alla disperata speranza di esserci sbagliati».

Dalla sua esperienza Waters trae poi linfa per nuovi giudizi circa il valore pubblico della religione. Ne è prova Soggetti smarriti (Lindau, pagine 312, euro 26), un poderoso saggio in cui il commentatore d’Irlanda riflette su «come siamo diventati troppo intelligenti per ricercare Dio e il nostro stesso bene». L’autore prende a testimone il grande dissidente cecoslovacco Vaclav Havel, il quale soleva dire: «Io ho la fede, una condizione di apertura costante e produttiva, un continuo interrogarsi, il bisogno di "sperimentare il mondo" ancora e ancora». Come i credenti devono rispondere alla sfida di un mondo post-secolare? Andando «oltre la consolazione» (titolo originario del testo di Waters) e offrire la speranza: «C’è qualcosa di sbagliato nella nostra cultura se consente a qualcuno di rivendicare come razionalità superiore una interpretazione della realtà basata solo sullo scetticismo, sul pessimismo, sul cinismo e sulla disperazione. Ogni giorno questo rumore di fondo culturale schiaccia l’individuo in cerca di una via per esprimere la sua dimensione infinita. Il risultato è una popolazione che ha fame di qualcosa che non sa più esprimere, avendo perso le parole con cui sperare».
 
Lorenzo Fazzini

venerdì 26 novembre 2010

Solid ground - Coldplay






Oh, when I get back on solid ground
I'm gonna crawl my way to you.

Oh, I once was lost and now I'm found
I'm gonna do what I should do,
and when I get back on my feet again
I'm gonna run my way to you.

Oh, when all is lost and come undone
I'm gonna sing out, and see ya through.

(...)

giovedì 25 novembre 2010

"Il centro vitale di ogni vera religiosità: il cristocentrismo". B-XVI su Caterina da Siena

Non potevo non riportare la catechesi del Papa di ieri, sulla figura di Santa Caterina da Siena; era da tanto che l'aspettavo, da quando B-XVI ha cominciato a parlare delle grandi donne del Medioevo. E ora eccola, con grande gioia.


Questa foto fa parte di un piccolo trittico con alcuni momenti della vita di Caterina, in questo caso lo scambio di cuori con Gesù. E' una foto mia, scattata nell'estate 2009 al Metropolitan Museum di NYC



Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlarvi di una donna che ha avuto un ruolo eminente nella storia della Chiesa. Si tratta di santa Caterina da Siena.

Il secolo in cui visse - il quattordicesimo - fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste e ancor oggi ella ci parla e ci sospinge a camminare con coraggio verso la santità per essere in modo sempre più pieno discepoli del Signore.

Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì a Roma, nel 1380. All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un’adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati.

Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo il Venerabile Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d’Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia.

Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla. Le misero accanto un frate dotto ed umile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generale dell’Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo “figlio spirituale”, scrisse una prima biografia completa della Santa. Fu canonizzata nel 1461.

La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di una ricchezza tale che il Servo di Dio Paolo VI, nel 1970, la dichiarò Dottore della Chiesa, titolo che si aggiungeva a quello di Compatrona della città di Roma, per volere del Beato Pio IX, e di Patrona d’Italia, secondo la decisione del Venerabile Pio XII.

In una visione che mai più si cancellò dal cuore e dalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Gesù che le donò uno splendido anello, dicendole: “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che conserverai sempre pura fino a quando celebrerai con me in cielo le tue nozze eterne” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 115, Siena 1998). Quell’anello rimase visibile solo a lei. In questo episodio straordinario cogliamo il centro vitale della religiosità di Caterina e di ogni autentica spiritualità: il cristocentrismo. Cristo è per lei come lo sposo, con cui vi è un rapporto di intimità, di comunione e di fedeltà. Egli è il bene amato sopra ogni altro bene.

Questa unione profonda con il Signore è illustrata da un altro episodio della vita di questa insigne mistica: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Capua, che trasmette le confidenze ricevute da Caterina, il Signore Gesù le apparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse e disse: “Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora ti do il mio, e d’ora innanzi starà al posto che occupava il tuo” (ibid.). Caterina ha vissuto veramente le parole di san Paolo, “… non vivo io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Come la santa senese, ogni credente sente il bisogno di uniformarsi ai sentimenti del Cuore di Cristo per amare Dio e il prossimo come Cristo stesso ama. E noi tutti possiamo lasciarci trasformare il cuore ed imparare ad amare come Cristo, in una familiarità con Lui nutrita dalla preghiera, dalla meditazione sulla Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto ricevendo frequentemente e con devozione la santa Comunione. Anche Caterina appartiene a quella schiera di santi eucaristici con cui ho voluto concludere la mia Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis (cfr n. 94). Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è uno straordinario dono di amore che Dio ci rinnova continuamente per nutrire il nostro cammino di fede, rinvigorire la nostra speranza, infiammare la nostra carità, per renderci sempre più simili a Lui.

Attorno ad una personalità così forte e autentica si andò costituendo una vera e propria famiglia spirituale. Si trattava di persone affascinate dall’autorevolezza morale di questa giovane donna di elevatissimo livello di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomeni mistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito.

Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate.

“Figlio vi dico e vi chiamo - scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini -, in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio” (Epistolario, Lettera n. 141: A don Giovanni de’ Sabbatini). Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici era solita indirizzarsi con queste parole: “Dilettissimo e carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù”.

Un altro tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Le lacrime esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Marta e Maria, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 16: Ad uno il cui nome si tace).

Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo.

La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363).

Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Elevandosi attraverso questi scaloni, l’anima passa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell’amore, l’unione dolce e affettuosa con Dio.

Cari fratelli e sorelle, impariamo da santa Caterina ad amare con coraggio, in modo intenso e sincero, Cristo e la Chiesa. Facciamo nostre perciò le parole di santa Caterina che leggiamo nel Dialogo della Divina Provvidenza, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-ponte: “Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per misericordia volesti conversare con le creature. O Pazzo d’amore! Non ti bastò incarnarti, ma volesti anche morire! ... O misericordia! Il cuore mi si affoga nel pensare a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non trovo che misericordia” (cap. 30, pp. 79-80).

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 24 novembre 2010

Prossima uscita: "Carrying the fire. Elogio de 'La strada'"




Assieme al prossimo numero di Letture Cattoliche (dicembre 2010), uscirà un mio inserto sul libro di Cormac McCarthy "La strada" e sul film del 2009 da esso tratto "The Road", con Viggo Mortensen. Si tratta di un saggio dal titolo: "Carrying the fire. Elogio de 'La strada'". 
E' una storia che mi ha dato molto, quella raccontata da McCarthy, e nello scrivere queste pagine ho messo tutto me stesso; spero davvero che l'aver cercato di guardare nel profondo di questo luminoso e drammatico mito post-moderno possa aiutare ad accostarsi a questa storia (capolavoro letterario e grande film) come ad una possibilità per la vita di ciascuno, proprio come lo é per me.
Carrying the fire.

Dopo l'uscita su LC, il mio saggio sarà disponibile su questo blog in una pagina apposita.
Per ricevere LC sulla vostra casella di posta, non avete che da chiederlo.


lunedì 22 novembre 2010

About saints, poets and nature

"Transcendence", by Michael D. O'Brien.

"It means that the world is radiant with signs. Heaven is pouring out continual messages, but we can hardly read them, you see, because we are blind and deaf and do not know who we really are. The signs in the earth, inanimate and organic, living and dead, are not divine in themselves, but they are creations of the divine, and this sense is being lost because we -"
He pauses to catch his breath.
"Lost, Josip? Perhaps mankind has never really found it?"
"Some have found it. Some - the great saints like Sveti Franjo - Saint Francis of Assisi".
"And John of the Cross", she adds with a smile, enjoying her guest's expressiveness, which in her experience of him is a rare outburst.
"Yes, and the great poets too!" Josip goes on. "And when a saint is also a poet, we have an amplification of the power of language".
"And if a poet is also a saint?"
"The same, but a true saint is first and foremost alter Christus, a kind of Christ living among us. He is never first and foremost a poet who happens to be a saint".
"Aren't you make a false  distinction, Josip? If man is not a collection of components, his poetry will always be the language of his love for Christ, don't you think?"
"Yes, of course" Josip nods, "I said it badly. But, Miriam, is it not wonderful! Is it not splendid! We live and move and have our being within a vast masterpiece. Nature itself is speaking or, rather, God is speaking through nature -"
"Yes, everything speaks because it is given by the Creator of all things".
"His hand is upon it all, the damaged and the undamaged. We must learn to see the original intention even in the damaged".


(from "Island of the world" by Michael D. O'Brien, Ignatius Press, pag. 628 - 629. Found in the highest bookshelf of one of the huge aisle of Strand's bookshop, near Union Square, my last night in NYC, summer 2010 )

venerdì 19 novembre 2010

Accettando la circostanza, partecipiamo alla morte di Cristo, cambiamo il mondo: preghiera per i cristiani d'Iraq

Comunicato stampa

CL: domenica 21 novembre preghiamo per i cristiani in Iraq

Comunione e Liberazione aderisce all’appello dei Vescovi italiani a pregare domenica 21 novembre per i cristiani dell’Iraq, «che soffrono la tremenda prova della testimonianza cruenta della fede» (Comunicato finale dell’Assemblea CEI, 11 novembre 2010).
Il movimento invita tutti i suoi aderenti a partecipare alle messe secondo le intenzioni di Benedetto XVI, che il giorno dopo il gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad che ha causato decine di morti e feriti, ha detto: «Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!» (Angelus, 1° novembre 2010).

Rivolgendosi a tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione, don Julián Carrón ha detto che «la partecipazione alle messe domenicali secondo le intenzioni del Papa e dei Vescovi è un gesto di comunione reale e di carità perché sentiamo come nostri amici i cristiani dell’Iraq, anche se non li conosciamo direttamente».

Come dice don Giussani, «se il sacrificio è accettare le circostanze della vita, come accadono, perché ci rendono corrispondenti, partecipi della morte di Cristo, allora il sacrificio diventa la chiave di volta di tutta la vita […], ma anche la chiave di volta per capire tutta la storia dell’uomo. Tutta la storia dell’uomo dipende da quell’uomo morto in croce, e io posso influire sulla storia dell’uomo − posso influire sulla gente che vive in Giappone adesso, sulla gente che sta in pericolo sul mare adesso; posso intervenire ad aiutare il dolore delle donne che perdono i figli adesso, in questo momento −, se accetto il sacrificio che questo momento mi impone» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 389−390).

Per questa ragione, ha aggiunto Carrón, «se un gesto di preghiera può influire sul cambiamento della gente in Giappone, può cambiare qualcosa anche in Iraq. Il sacrificio che facciamo per i cristiani iracheni e la preghiera di domenica siano un gesto con cui invochiamo, imploriamo da Dio la protezione per loro».

l’ufficio stampa di Cl
Milano, 18 novembre 2010.

mercoledì 17 novembre 2010

Rimanete in Me

Da Tracce.it . Grande film.



 

UOMINI DI DIO Quel bacio di padre Luc

di Luca Fiore
16/11/2010
Padre Amédée e padre Luc, fra i protagonisti del film.
L’obiettivo spazia sul panorama brullo dell’Atlante algerino. Due uomini stanno riparando un muricciolo di pietra, sul pendio di una collina. Uno è un ragazzo musulmano, l’altro è un giovane monaco. Quest’ultimo si ferma a guardare verso l’orizzonte. L’altro se ne accorge: «Padre, che cosa fa? Si è incantato?».
Il primo motivo per cui Uomini di Dio (Des hommes et des dieux), del regista francese Xavier Beauvois, è straordinario è che in questo film l’esperienza cristiana assume una forma cinematografica credibile. Se oggi noi siamo cristiani è perché un giorno della nostra vita abbiamo incontrato qualcuno che ci ha testimoniato in modo credibile la convenienza umana della fede. E questa persuasività è una ragionevolezza che non si esaurisce nella coerenza di un discorso: è una sovrabbondanza di umanità che ha fatto breccia in noi.
Ma questo tipo di persuasività è un aspetto quasi del tutto assente nei tentativi di trasporre al cinema personalità cristiane significative. Anche in quelli più riusciti, il più delle volte l’esperienza cristiana in quanto tale - e in particolare la vocazione religiosa - o assume le fattezze della macchietta o possiede un ultimo residuo di stramberia. Questo nell’opera di Beauvois non accade mai.
Il film narra la storia vera dei monaci del monastero di Nostra Signora dell'Atlante a Tibhirine, in Algeria, che nel 1996 furono uccisi in circostanze ancora misteriose. La vicenda è stata ricostruita dalle testimonianze dei due monaci sopravvissuti e dai diari lasciati dagli altri, ripercorrendo la storia dal momento in cui la comunità si rende conto di essere obiettivo dei fondamentalisti islamici. Ciascun monaco dovrà trovare le ragioni per restare o abbandonare il monastero.
È difficile individuare gli ingredienti dell’alchimia con la quale il registra è riuscito ad ottenere questo risultato. Tuttavia quello decisivo è il talento degli attori. Tanto quanto i brevi dialoghi, asciutti ed efficacissimi, valgono i primi piani su cui il regista indugia in un crescendo che arriva alla grande scena dell'"ultima cena", quando i monaci vengono ritratti in tutta la loro commovente umanità. Sullo schermo appaiono uomini veri, di una autenticità straordinaria. C’è l’abate, intellettuale e ascetico, c’è il giovane energico e tormentato, c’è quello che ha una paura da morire e quello che invece paura non ne ha. C 'è il vecchio che si salva nascondendosi sotto il letto, e quello che ammette che in Francia non c’è nessuno ad aspettarlo. Senza questo lavoro sullo spessore umano dei personaggi, il film rimarrebbe nella schiera dei mille film cristiani ai quali abbiamo sempre preferito quei grandi film che cristiani non sono.
Il secondo motivo per cui questo film resterà come una pietra miliare nella storia del cinema - non solo religioso - è che mostra quanto l’esperienza cristiana - e la vocazione alla verginità in particolare - sia un’esperienza di compimento affettivo. Il film, infatti, mostra chiaramente come l’unica ragione che ha spinto ciascun monaco a non sottrarsi alla propria vocazione - fino all’ultimo non avranno la certezza che la chiamata sia davvero al martirio - è l’affezione alla persona di Cristo. Il rapporto personale con Cristo presente non toglie la paura, ma sostiene ciascuno e cementa l’unità e l’amicizia nella comunità monastica.
Che il tema centrale sia l’affettività lo si capisce sin dal primo dialogo: quello tra padre Luc - il ruvido monaco medico, vero protagonista del film - e una ragazza musulmana. «Padre, come si fa ad accorgersi che si è innamorati?». «Cara, è una cosa che si capisce». «Tu sei mai stato innamorato?». «Sì, diverse volte. È una cosa che ci si ricorda per tutta la vita». Da qui parte una parabola che arriva a uno dei momenti culmine della vicenda: quando padre Luc, nel segreto della propria cella, si avvicina alla riproduzione della flagellazione di Cristo di Caravaggio e la bacia. Nell’intensità di quel bacio c’è tutta la ragionevolezza, non solo della fede, ma anche del sacrificio. Fino al martirio. Come nell’istante in cui l’elicottero dell’esercito si avvicina minaccioso alla chiesa del monastero. I monaci interrompono la preghiera nel coro e si stringono in un abbraccio che rende in tutta la sua drammaticità la grandezza della loro amicizia.
In fondo, che la storia sia ambientata in un’Algeria nel bel mezzo della guerra civile tra governo corrotto e fondamentalisti islamici, risulterebbe quasi secondario se la vicenda non fosse realmente accaduta. Il fatto che questo amore per Cristo si giochi nella vocazione a restare - a costo della vita - vicino alla popolazione del villaggio musulmano, mostra che non c’è circostanza a cui, dentro questo rapporto, ci si può sottrarre senza ritrovarsi meno uomini, meno lieti. Il regista è riuscito a mettere il dito nella questione decisiva: la contemporaneità di Cristo oggi.


domenica 14 novembre 2010

"Will Hunting - Genio Ribelle"

Lo sapevate che Topolino ha fondato una loggia massonica? Ma non preoccupatevi....



Da Avvenire di ieri.


13 novembre 2010

IL CASO

Quando Topolino diventò massone

Il numero 34 della collezione - preziosa per l’attenta ricostruzione filologica - Gli anni d’oro di Topolino, pubblicata dalla Rcs Quotidiani e intesa a ripresentare in italiano tutto il Topolino di Floyd Gottfredson (1905-1986), fa cenno, riproducendole la tavola iniziale, a una serie del tutto ignota in Italia. Si tratta di Mickey Mouse Chapter, realizzata a partire dal dicembre 1932 da un animatore e disegnatore della Walt Disney, Fred Spencer (1904-1938). La peculiarità di questa serie di Topolino è che è apparsa su una pubblicazione massonica, l’International DeMolay Cordon, e che in queste storie a fumetti il topo più famoso del mondo aderisce all’organizzazione giovanile della massoneria, anzi ne fonda una loggia.
Che cosa era successo? La massoneria degli Stati Uniti si è preoccupata per tempo del reclutamento delle nuove leve, fondando nel 1919 a Kansas City l’Ordine Internazionale di DeMolay, aperto ai ragazzi dai 12 ai 21 anni, cui sono insegnati i principi massonici e che li prepara a un’eventuale adesione alla massoneria. Se la simbologia è patriottica e vagamente cavalleresca, profondamente massonico è il riferimento ai templari e al loro Gran Maestro Jacques de Molay (ca. 1240/1250-1314). Molti storici pensano che de Molay fosse in realtà un buon cattolico, ingiustamente calunniato e mandato a morire sul rogo dal re di Francia Filippo il Bello (1268-1314), che - forse bello, ma certamente squattrinato - voleva impadronirsi delle favolose ricchezze dei templari. Ma nella simbologia massonica settecentesca e ottocentesca de Molay diventa - in modo piuttosto anacronistico - un campione del libero pensiero, vittima dell’alleanza della monarchia di Francia e della Chiesa Cattolica, e i massoni s’impegnano a vendicarlo combattendo i troni e gli altari. Questi riferimenti mostrano come l’organizzazione giovanile della massoneria - che conta ancora oggi diciottomila membri, in cui si è formato per esempio Bill Clinton, e che ha una sua piccola filiale anche in Italia - non sia completamente innocua.
È nota l’appartenenza massonica di Walt Disney (1901-1966). Meno noti sono l’entusiasmo con cui egli accompagnò le prime attività dell’Ordine DeMolay, e la sua amicizia con il fondatore di questa massoneria per ragazzi, l’imprenditore Frank Sherman Lang (1890-1959). Fino a quando compì quarant’anni, benché fosse ormai fuori età, Disney continuò a portare con orgoglio al dito l’anello dell’Ordine DeMolay. Assunse pure come animatore un altro ex-membro del DeMolay, appunto Fred Spencer, il quale - con l’approvazione dello stesso Disney - nel dicembre 1932 iniziò a disegnare tavole con Topolino, di specifico orientamento massonico, per l’International DeMolay Cordon, il quale, nonostante il nome pomposo, era poco più che un bollettino dell’Ordine.
Qui comincia una sorta di mistero, perché - benché anche produzioni minori siano sempre state archiviate dalla Disney - di questa serie "segreta" non c’è traccia negli archivi della Walt Disney Company, e lo stesso Ordine DeMolay dichiara di non avere conservato la collezione del bollettino. Gli storici disneyani, che non sono pochi, sono stati in grado finora di recuperarne solo tre tavole. Nella prima Topolino con alcuni amici, fra cui Orazio, fonda un chapter ("capitolo", l’equivalente di quella che per gli adulti è una loggia), del DeMolay. Nella seconda e nella terza Pluto fa irruzione in una riunione di loggia, creando notevole scompiglio. S’ignora perfino quando la serie sia finita, probabilmente già molto prima della tragica morte di Spencer in un incidente stradale nel 1938.
Sbaglierebbe chi da questo curioso episodio - e dalla dichiarata passione di Disney per la massoneria - volesse ricavare un giudizio su tutta la produzione disneyana come ispirata ai valori massonici. Da una parte, Disney si è limitato alla supervisione di prodotti confezionati da numerosi artisti, di diversissime sensibilità. Molti dei principali disegnatori e sceneggiatori disneyani  non solo non erano massoni ma s’ispiravano a valori piuttosto conservatori e anche esplicitamente cristiani. Dall’altra, nella California dell’epoca in cui Disney diventa massone, negli anni 1920, i membri delle logge sfioravano i centomila. Questo significa che essere massoni - al di fuori dei cattolici, ben consapevoli della condanna della Chiesa - in California non era riservato a un’élite: era del tutto comune per i borghesi, e anche per i piccoli borghesi di successo. Una forma - lo hanno notato storici delle idee come Margaret Jacobs - di "sociabilità diffusa", pur sempre massonica come dimostrano i simboli scelti ma lontana dalla forte caratterizzazione ideologica delle logge italiane o francesi dell’epoca. Tranne che nella serie "sparita" di Fred Spencer Topolino, dunque, non è massone, e l’affiliazione massonica del suo creatore non è penetrata nelle storie, specie quelle delle origini, scritte da non massoni e ricche di valori morali, oltre che di delicatezza e di poesia. La serie DeMolay resta dunque solo una curiosità.
 
Massimo Introvigne

venerdì 12 novembre 2010

C'è bisogno di uomini innamorati e desiderosi di Bellezza, non di cinici eruditi: contro "Il cimitero di Praga"

Grazie a Google, ho trovato quest'articolo comparso oggi su Il Foglio e che ho deciso subito di riportare. L'autore é Roberto de Mattei, lo stesso di quella Apologia della Crociata che a suo tempo riportai. Qui si parla dell'ultimo romanzo di uno degli uomini d'oggi più tristi, Umberto Eco: "Il cimitero di Praga". 
Da oggi questo blog esiste anche per propugnare lo spirito contrario a questo romanzo: abbiamo bisogno di scrittori, artisti e studiosi che ci facciano innamorare della Bellezza, che ci infiammino per un Ideale per cui valga la pena anche faticare.
Non di un uomini cinici e vuoti. C'è davvero tanto, tanto bisogno che ci venga indicata la via della Bellezza, come ad esempio ha fatto il Papa a Barcellona.
Lo vedo a scuola, lo vedo con i miei amici. E lo penserò ancora di più domani, quando passerò in libreria affianco a pile di pagine inneggianti al nulla, le colonne promozionali del romanzo di Eco, e me ne uscirò magari con un'Eneide (tutto ciò che amo di più, da Dante a Tasso a molto altro mi porta all'opera di Virgilio, quindi...) o con un altro libro di certo nulla a che vedere con quel cimitero dell'umano.
Com'è bello battersi per la Bellezza. 


Vandeano in preghiera, prima della battaglia


“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010). Ma il discorso merita di essere approfondito. Eco tiene ad assicurarci che nel suo romanzo nulla è fantasioso, ma tutto è storico, tranne la figura del protagonista, Simonino Simonini, l’unico personaggio inventato, che però “è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi” (p. 515). Per la verità, il geniale falsario Simonini, “incapace di nutrire sentimenti diversi da un ombroso amore di sé, che aveva a poco a poco assunto la calma serenità di un’opinione filosofica” (p. 103), ci appare come una sorta di controfigura dello stesso Eco. Il punto è che, ne “Il Cimitero di Praga”, Eco non si limita a sostenere la falsità di opere come i “Protocolli dei Savi di Sion”, ma è convinto della falsificabilità di ogni documento storico. Simonini – scrive – “ci teneva a che i suoi falsi fossero, per così dire, autentici” (p. 428). D’altronde, “chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi” (p. 121). Ma se nessun documento è, in sé, vero, tutti i documenti sono, almeno potenzialmente, falsi e se nessuno è certamente vero, di nessuno si può dire che è certamente falso. Per dire infatti che un documento è falso, occorre che ve ne sia almeno uno vero, il che non è, non tanto perché non esistano di fatto documenti veri, quanto perché, per Eco, la verità stessa non esiste in sé. Con ciò arriviamo al punto centrale del discorso di Eco: un relativismo assoluto che pretende dissolvere non tanto la verità filosofica quanto quella fattuale, che costituisce la trama oggettiva della storia.

Le radici di questo relativismo stanno nel nominalismo medioevale, che non ha niente a che vedere con la Scolastica, ma ne rappresenta il momento di crisi e di decadenza. Umberto Eco si è formato alla scuola tomista e ci ha consegnato uno dei migliori studi sull’estetica medioevale (“Il problema estetico in san Tommaso”, Torino 1956). Da allora però la sua deriva intellettuale ha seguito il percorso che dal nominalismo (di cui ha fatto l’apologia ne “Il nome della Rosa”) conduce all’illuminismo. Dell’illuminismo torinese del Novecento, tanto bene analizzato da Augusto Del Noce, se Norberto Bobbio costituisce la versione neokantiana, Eco incarna quella neolibertina, più dissacrante, ma anche più coerente di quella dei “padri nobili” azionisti.

Eco spinge il suo relativismo al punto di considerare correlativi vero e falso, non solo sul piano filosofico e morale, come voleva Spinoza, ma anche su quello fattuale. Ma se il falso storico è indistinguibile dal vero, solo la parola del falsario e dei suoi complici potrà attestare la non veridicità del falso. Con ciò Eco restituisce dignità storica ai “Protocolli dei Savi di Sion”, perché se tutto può essere falsificato e nulla esiste di certamente vero, la verità non è altro che la maschera soggettiva dell’interesse. E’ vero ciò a cui il documento attribuisce verità. Se, come scrive Eco, “non c’è che parlare di qualcosa per farla esistere” (p. 385), c’è da chiedersi se definire falso un documento è sufficiente a metterne in dubbio l’esistenza e, di conseguenza, se il suo libro contribuirà a diminuire il numero dei lettori dei “Protocolli dei Savi di Sion” o non contribuirà piuttosto ad aumentarli, stimolandone la morbosa curiosità.

“Il Cimitero di Praga” è l’apologia implicita di quel cinismo morale che segue necessariamente all’assenza di vero e o di bene. Nelle oltre cinquecento pagine del libro non c’è un solo impeto ideale, né figura che si muova spinta da amore o idealismo. “L’odio è la vera passione primordiale. E’ l’amore che è una situazione anomala” (p. 400) fa dire Eco a Rachkovskij. “Odi ergo sum” (p. 23) ripete Simonini, a cui Rachkovskij insegna cinicamente che “mentre si lavora per il padrone di oggi bisogna prepararsi a servire il padrone di domani” (p. 499). E tuttavia, malgrado le figure spregevoli e i fatti criminosi di cui il libro è infarcito, manca nelle sue pagine quella nota tragica che sola può far grande un’opera letteraria. Il tono è piuttosto quello sarcastico di una commedia in cui l’autore si fa beffe di tutto e di tutti, perché l’unica cosa in cui veramente crede sono i filets de barbue sauce hollandaise che si mangiano da Laperouse al quais des Grands-Augustin, le écrevisses bordelaises o le mousses de Volailles del Café Anglais di rue Gramont, i filets de poularde piqués aux truffes del Rocher du Cancale in rue Montorgueil. Il cibo è l’unica cosa che esce trionfante dal romanzo, continuamente celebrato dal protagonista, che confessa: “La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso. Forse un’impronta che mi hanno lasciato i preti” (p. 24). Eco è tecnicamente un grande giocoliere, perché si prende gioco di tutti: dei suoi lettori, dei suoi critici e soprattutto dei cattolici che lo invitano nei loro convegni alla stregua di un oracolo, dimenticando che al “quid est veritas” di Pilato, Gesù Cristo risponde con le parole “Ego sum via et veritas et vita” (Gv, 14, 6), affermazione esclusiva e sfolgorante pervicacemente negata da tutti i relativisti, da duemila anni a questa parte. “Il Cimitero di Praga” costituisce una conferma, a contrario, dell’esistenza di questa verità, senza la quale tutto è privo di senso e di significato e si spalanca per l’uomo l’abisso dell’orrido, senza possibilità di riscatto.

giovedì 11 novembre 2010

Viva la Rivoluzione!



Un castello bavarese. Baviera, patria di Seewald e di B-XVI



"Da un certo punto in poi il lavoro e il riavvicinarmi alla Chiesa sono andati di pari passo. Ho iniziato a chiedermi: cos'è la religione per me? Com'è possibile che un ex comunista torni alla Chiesa? E poi un giorno ho capito che gli ideali che mi avevano affascinato da giovane li ritrovavo tutti nel messaggio di Cristo. Basta leggere il Vangelo. Lì ci sono le risposte alle domande di un tempo, risposte molto più radicali di quelle che si trovano nel manifesto di Marx"


Peter Seewald, giornalista bavarese autore di tre libri intervista con Ratzinger, l'ultimo dei quali "La luce del mondo" in uscita per Libreria Editrice Vaticana il 23 novembre prossimo, da un intervista a Il Foglio di oggi.

mercoledì 10 novembre 2010

"Finché ci sarà una bella ragazza che ammira la Sagrada Familia e viene alla messa del Papa..."

 Due articoli del poeta Davide Rondoni su cosa é accaduto domenica a Barcellona.


La Sagrada Familia di Gaudì, Barcellona


Dalla newsletter di ClanDestinozoom

Gaudì batte Zapatero 2-0. E in Egitto...
 
A Barcellona quando il Papa consacra la più celebre basilica dell'epoca moderna il Presidente Zapatero non c'è. Ci sono i reali, con Juan Carlos con la faccia di uno simpatico con cui andresti al bar a passare una serata, e ci sono milioni di Spagnoli che vivono l'evento. Molte migliaia sono qui. Vicino a me e ai miei figli tra la folla ci sono alcune ragazzine, simpatiche, molto carine, ben vestite alla moda. Partecipano alla messa, pregano. E così capisco che Zapatero (e quelli come lui) non vincerà mai nella sua furba crociata contro la chiesa. Finché ci sarà una bella ragazza che decide di ammirare l'opera di Gaudì e di venire a messa del Papa (e qui ce ne sono parecchie...) significa che il tentativo banale di far sembrare moderno, spigliato e più bello e futuro un laicismo anticlericale e di stampo radicaloide non avrà il dominio che vorrebbe.
Non è per nulla detto che la bellezza salverà il mondo. Ma le belle ragazze salveranno di certo la Chiesa. E questa Sagrada familia, con la sua bellezza, la sua storia di monumentalità e di carità, con la sua luce e il suo slancio anch'essa sembra proprio una bella ragazza in mezzo a un'epoca di profili risentiti e accidiosi.
Gaudì ha battuto Zapatero. Nessuno qui ha sentito la sua mancanza. Che a Barcellona si consacri la Sagrada la settimana dopo che in Egitto, al Cairo, alcuni amici mussulmani han dato vita a un meeting culturale ospitando i loro amici del Meeting di Rimini (compreso il giurista ebreo J. Weiler) sono segni - grandi e più piccoli - di una vitalità che nessuna acidità polemica, nessuna rimostranza e nessun livore possono spegnere. Una bellezza, appunto. Reale e veduta.
dr


Da Avvenire di domenica 7 novembre

La Sagrada Familia monumento di fede


Oggi il Papa la consacra. Si «completa» la basilica, fatta anche del sangue dei costruttori


DA BARCELLONA DAVIDE
RONDONI

B
arcellona ha una luce di Napoli, di Genova, di Pisa. Affollata, sorridente. Ma non è un posto tranquil­lo. Ha grandi ombre, e rapide serpi di nervosismo filano sulle tempie e sugli occhi. La storia della Sagrada Fa­milia è un inno dove il dolore e la bellezza salgono insieme. La croce è segno totale per Gaudí, fonda il cosmo nel­la unità di dolore e resur­rezione. Barcellona è pie­na di gente che viene qui per la fiera nautica, per il 'mito' della città sul mare. Per visitare il museo e i negozi del Barça al Camp Nou. Anche mio figlio Bartolomeo di quin­dici anni ci si infila dentro, e io con lui. Dicono che il museo di Messi e co. è uno dei monumenti più visitati di Spagna. Carlotta, invece, non vede l’ora di percorrere le ramblas. Le immagina come viali pieni di maghi, artisti, giocolieri. Barcellona ha pensato bene di fare sciopero in alcune li­nee importanti di metropolitana. Sarà più chiassosa e in­tasata che mai. C’è il Papa e c’è la festa per la Sagrada Fa­milia. Ci sono state polemiche, magliette idiote, offensive, lo stanco corteo di polemiche che non sa più come fare a rendere odioso una persona, il Papa, che non lo è. Qui, in mezzo al traffico di Barcellona, io a oc­chi chiusi penso che se non ci fosse sta­ta Isabel non ci sarebbe stata la Sagra­da Familia. Isabel è il nome di una ancora non pre­cisata benefattrice che mise in grado Gaudí di fare quel che aveva in cuore.

Senza di lei e la iniziale, decisiva sua donazione pudica e maestosa, il giovane architetto di 31 anni non avrebbe potuto deviare dal corso tracciato dal primo incaricato di costruire sul terreno dove sorgeva un ippodromo questa cattedrale della pietà e della espiazio­ne. Grazie alla fede e al gesto di Isabel, Gaudí deviò nei cie­li della sua immaginazione. Poté farlo perché i catalani riconoscevano in questa opera una opera comune. Da­vano soldi le ricche dame come Isabel, le vedove di pos­sidenti latinoamericani, o poveracci che venivano a muovere pietre e a fare da modelli gratis.

Il movimento di cui Gaudí è stato fiore e interprete ha ra­dici profonde. Un vescovo come De Urquinaoma e altri e­sponenti di un cattolicesimo attento ai bisogni dei nuovi poveri vollero questa opera corale, che mentre cresceva dava da lavorare, faceva sorgere accanto a sé scuole per i figli degli operai, costituiva un centro propulsore di devo­zione e una casa di carità e di bellezza.

Gaudí a 31 anni era già nel giro degli architetti che conta­no. Da allora non cessa di mettere a disagio – tra ammira­zione e polemiche – gli architetti di ogni parte del mondo. Barcellona aveva anche allora questa luce da Napoli, da Ge­nova, da Pisa. E aveva come ora grandi ombre.

Un libro appena edito da Jaca Book – curato, tra gli altri, da Maria Antonietta Crippa – ci racconta e ci fa vedere la vicenda della Sagrada Familia che è molto più di un ro­manzo. Ci fu l’impeto iniziale, la polemica rinuncia del primo architetto (avevano in mente una cosa tipo il Sa­cro Cuore di Montmartre, a Parigi, sorta pochi anni pri­ma con lo stesso metodo di sottoscrizione popolare e per espiazione in un’epoca dura per la fede). E poi ci fu il ge­nio rampicante, vegetale e arioso di Gaudí. Uno che mai separò la fede dall’ispirazione. Che finì la vita dormen­do nel ventre della sua creatura che stava crescendo. E morì per le ferite che gli procurò una carrozza di tram investendolo una sera, mentre andava a Messa. Lo cer­cavano, lo avevano ricoverato in una corsia affollata di poveracci, andava in giro con una vestaglia e in cia­batte. Il mondo era la sua casa. Era il ’26. Aveva chie­sto soldi a tutti, c’era crisi. I suoi amici si diedero un gran daffare. Dopo furono incendi, persecuzioni.

Durante la guerra civile tra repubblicani e franchisti – il regime poi provò a usare la Sagrada Familia, ma
di fatto non ne favoriva la edificazione – negli anni ’37-’39 ci furono dodici uccisi tra le file dei continuatori e aiutan­ti di Gaudí. Insieme a Isabel e a Antoni, oggi fanno festa an­che don Gil, Consol, Clodomir, don Anton, Ramon suo fra­tello, Ramon B., Frances Xavier, Francese de Paula, don August J, Francese e Mercé Dieguez e altri di cui nessuno sa il nome, ma il cui destino, il cui sangue e la cui possibi­le santità è legata a questa supplica di pietra e di luce che oggi grida nel lem­bo estremo d’Europa.

Anche il successore di Gaudí nella gui­da della fabbrica, Dominich Su­granyes fu di fatto vittima della vio­lenza. Di fronte all’incendio che i gruppi di comunisti e di anarchici a­vevano compiuto nella Sagrada Fa­milia mormorò: «Ormai tutto è per­duto », e morì di crepacuore qualche settimana dopo. Ma nella luce di Barcellona, invece, la chiesa ha continuato a salire. I catalani hanno ridato sol­di. Il popolo e i signori. I fedeli e quelli con una fede co­sì così. A dispetto di intellettuali alla moda e di polemi­che. Un esempio di arte totale. Quella che negli stessi an­ni di Gaudí un altro testimone cristiano, Pavel Floren­skij,
di cui arrivano nuovi scritti ora in Italia per Monda­dori grazie alla bella cura di Natalino Valentini, metteva al centro della sua riflessione. Anche lui vedeva nel Mo­nastero della Trinità e di San Sergio quel che è diventata la Sagrada Familia: «Una sorta di stazione sperimentale, di laboratorio per lo studio dei problemi più importanti dell’estetica contemporanea».

Barcellona ha una luce da Napoli, da Genova. Da fine del mondo. Ha molte ombre. E ora la sua Sagrada Fa­milia – monumento e simbolo – viene abitato dalla Mes­sa. Dall’evento del Dio che ci fa carne. Benedetto XVI è venuto a deporre al centro della chiesa e della sua sto­ria di luci e di ombre il corpo di Dio che si fa cibo. Lo scandalo e la tenerezza cristiana. Fino a ieri e per sem­pre l’opera di Gaudì, di Isabel e dei loro amici sarà uno spettacolare monumento di bellezza tra le luci e le om­bre di Barcellona e del mondo. Ma oggi la Sagrada Fa­milia è anche una cesta, una tavola, quasi una gavetta, panierino, un fazzoletto annodato, un sacchetto di car­ta. Oggi qui non solo si ammira con sgomento e umiltà lo slancio dell’uomo all’infinito e la fioritura dei simboli cristiani, ma ci si nutre. Ora è un posto dove l’infinito diviene corpo, e Dio si fa pasto per ogni nostra sperdu­ta
e profondissima fame.

Non sarà più soltanto uno spettacolare luogo di bellezza da ammirare, ma anche la mensa in cui ci si nutre del corpo di Cristo.

lunedì 8 novembre 2010

"Le carni potranno unirsi senza riserve in un bacio di pace, che sarà altresì un inno lacerante al Salvatore"

Prezioso articolo di Antonio Socci.


Salutation of Beatrice, Dante Gabriel Rossetti


 
Posted: 07 Nov 2010 02:22 AM PST

“Che bello! E’ il teletrasporto!”. Così esclamò mio figlio, dodicenne, appassionato di tecnologie, fantascienza, computer, effetti speciali (va matto per il 3D).
Ma espresse quella sua meraviglia dopo avermi sentito parlare non di tecnologia, bensì di San Tommaso d’Aquino che stavo leggendo per un mio libro su Giovanni Paolo II.
Precisamente stavo chiacchierando con amici delle pagine in cui Tommaso illustra come saremo dopo la resurrezione dei corpi. Dicevo che avranno “sottilità e agilità”, cioè, pur essendo effettivamente di carne, non saranno più sottoposti ai limiti di tempo e di spazio come oggi, ma saranno sotto il perfetto dominio dallo spirito, dell’anima, della mente (e per questo saranno immortali).
Quindi – fra l’altro –potremo spostarci semplicemente col pensiero, superando qualsiasi barriera fisica o distanza (come riferiscono i vangeli di Gesù dopo la sua resurrezione).
Che la nostra futura “agilità” sia la realizzazione dell’odierno sogno (scientifico e fantascientifico) del teletrasporto – come dice mio figlio – non ci avevo pensato, ma è divertente da considerare.
In fondo i fenomeni di bilocazione che sono testimoniati nella vita di alcuni santi, come padre Pio, sono albori del giorno della gloria.

Rivelazione

La questione dei “corpi gloriosi” è in effetti assai poco conosciuta e anche assai poco spiegata dalla Chiesa. Sembra quasi “un tema teologico congelato” come ha scritto il filosofo Giorgio Agamben.
Invece è straordinariamente affascinante e opportunamente il numero appena uscito di “Civiltà Cattolica” gli dedica un saggio di padre Mario Imperatori, il quale critica l’unilaterale predicazione della sola salvezza dell’anima, da parte dei cristiani, sottolineando la necessità di annunciare (più giustamente e completamente) la resurrezione dei corpi.
La mentalità dei credenti è ancora molto gravata e inquinata dall’antico dualismo platonico che contrappone anima e corpo. Ma questo è l’opposto del cristianesimo, ha spiegato il grande Tommaso d’Aquino, che “in senso espressamente antispiritualista” fonda la teologia sulla Scrittura anziché su Platone. Il cristianesimo infatti non annuncia che esiste Dio, ma che Dio si è fatto carne, che è per noi morto e risorto nella sua stessa carne. 
Ecco perché in queste pagine di Tommaso, riproposte dalla rivista dei gesuiti, non c’è nulla della paura del corpo e della sessualità che a volte ha connotato certi ambienti religiosi, più platonici che cristiani. C’è invece in Tommaso la straordinaria esaltazione del corpo e della sessualità umana.

Il senso del sesso

Visto il gran parlare (ossessivo e malato) che si fa di sesso e di corpi, su giornali e tv, vista la tracimazione della questione sessuale nel dibattito pubblico e anche nelle vite private, è veramente interessante leggere queste pagine per sondare fino in fondo che senso abbia il misterioso intrico dei nostri corpi, questa oscura sete di infinito che rende febbrile la carne, questo spasmodico desiderio del piacere che è al tempo stesso un modo per esorcizzare l’invecchiamento e la morte e una ricerca inconsapevole dell’estasi.
Come lo è la droga, che fornisce un’illusione di estasi “liberando” dai limiti e i dolori del corpo.
Noi infatti come sentiamo il corpo? Oscilliamo tra due estremi: da un lato è percepito come una fonte di piacere che diventa perfino ossessiva, totalizzante.
Dall’altra come un limite doloroso, una prigione da cui sfuggire e – in fondo – la fuga rappresentata dalle droghe o dall’alcol, pur diversissima, persegue lo stesso obiettivo cercato dalle religioni orientali.
Invece san Tommaso indica nella rivelazione cristiana la via (l’unica via) della felicità del corpo e dell’anima. Contemporaneamente. Quella felicità piena che sembrerebbe impossibile, quel piacere – anche dei sensi – che non finirà mai.
Ma andiamo con ordine, seguendo le interessanti pagine della rivista dei gesuiti.
Tommaso d’Aquino anzitutto mostra che nello stato originario, la sessualità di Adamo ed Eva – diversamente dalla nostra – era sottoposta alla ragione “il cui ruolo non era affatto quello di reprimere il piacere dei sensi che, al contrario, ne sarebbe risultato addirittura maggiorato”.
Si può fare un paragone per capirci: una persona in condizioni normali, di sobrietà, può gustare e godere di un ottimo vino molto più di un ubriaco che neanche si accorge più della qualità di ciò che beve.
Nel primo caso il piacere è maggiorato, nel secondo caso il consumo è compulsivo, malato e fa star male. E’ questa la conseguenza del peccato originale che ha sottratto il corpo al dominio dell’anima (e l’ha esposto fra l’altro alla malattia e alla morte).
Tommaso afferma peraltro che nell’uomo “l’anima è l’unica forma del corpo” e ciò significa che niente di quel che l’uomo fa è puramente animale, puramente biologico.
Né il mangiare e bere, né l’accoppiamento sessuale. Diversamente dall’animale, che semplicemente esaudisce un bisogno fisico, l’uomo ha dentro una domanda, una mancanza esistenziale, un desiderio di infinito che spiega perché è sempre insoddisfatto e perché nessun “consumo”, nessun possesso, lo appaghi.
La sua è una “fame” assai superiore al bisogno biologico. Infatti nasce dalla testa.
Tommaso trae un’ulteriore conseguenza dalla sua affermazione: la separazione di corpo e anima è “contro natura”. E la loro riunione, con la resurrezione finale, farà sì che godremo molto di più il piacere del Paradiso o soffriremo molto di più le pene dell’inferno, perché percepiremo il piacere o la sofferenza con tutti i nostri cinque sensi.

Il Sommo Piacere

Per questo – come scrive san Paolo – il nostro stesso corpo geme nell’attesa della piena redenzione, o del “sommo piacere”, come dice Dante. Infatti parteciperemo con il corpo stesso alla vita di Dio. E’ quello che la teologia ortodossa chiama “divinizzazione”. I padri della Chiesa ripetono: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio”. Un destino dunque che – per grazia – è superiore addirittura a quello degli angeli.
I risorti saranno sempre fisicamente maschi e femmine, infatti Tommaso nega la presunta supremazia del maschio e – diversamente da quanto crede Aristotele – afferma che la donna non è affatto un uomo mancato, ma è opera di Dio pari all’uomo e la diversità dei loro corpi appartiene al disegno della creazione.
Anzi è un riflesso di quell’unità nella distinzione che connota le persone divine della Trinità.
Quindi la bellezza femminile, come pure la bellezza maschile, saranno parte della beatitudine eterna. Nei beati ci sarà un vero e proprio “splendore corporale”. Una bellezza tanto maggiore quanto più luminosa è l’anima.
Essi potranno vedere la divinità, cioè godere del “Sommo bene”, nei suoi effetti corporali “soprattutto nel corpo di Cristo, poi nel corpo dei beati e finalmente in tutti gli altri corpi”.
Questa “profonda associazione del corpo umano all’eterna beatitudine” è la sua inimmaginabile esaltazione. I risorti, maschi o femmine – dice Tommaso – “si serviranno dei sensi per godere di quelle cose che non ripugnano allo stato di in corruzione”.

Inimmaginabile beatitudine

Se qualcuno si poneva la domanda sul Paradiso e sul piacere sessuale, come lo conosciamo quaggiù sulla terra, avrà già trovato la risposta.
Ma – per chiarire meglio – la rivista gesuita riporta una fulminante pagina del filosofo ebreo-francese (e convertito) Hadjadj: “Tramite il sesso vogliamo essere sconvolti dall’anima. I genitali erano soltanto il mezzo difettoso di questa penetrazione dell’altro fino all’impenetrabile.
Con la risurrezione, a partire da un’anima che la visione beatifica di Dio fa ricadere sul corpo, è l’intera carne che possiede la penetrabilità fisica dell’altro sesso e l’impenetrabilità spirituale dello sguardo (…).
Inutile quindi unire le parti basse. L’intensità dell’amplesso e l’altezza della parola si sposeranno con questi corpi profondi all’infinito.
Le carni potranno unirsi senza riserve in un bacio di pace, che sarà altresì un inno lacerante al Salvatore”.
E’ il Paradiso.

Antonio Socci

Da “Libero” 7 novembre 2010

Per gli amici di Chesterton




Domani comprate Il Foglio, avete un'eccellente ragione in più per farlo. Siete davvero inescusabili.

martedì 2 novembre 2010

"Arquitectura cristiana universal": l'ultima grande cattedrale

Da IlFoglio.it. Ho ancora impresse in me le immagini di questo grandioso tempio l'ultima volta che sono stato a Barcellona.

Il santo costruttore

Gaudí non era un’archistar iconoclasta come certi suoi colleghi italiani che progettano chiese non-vive. La Sagrada Familia è un capolavoro di liturgia e teologia. Di pietra

Gaudí era un architetto santo e siccome gli architetti contemporanei sono degli indemoniati bisogna usare la Sagrada Familia come si usavano l’aglio e il crocefisso contro i vampiri. Bisogna riempire le loro caselle e-mail con immagini del “gigantesco poema di pietra”, bisogna procurarsi dei modellini del tempio di Barcellona e mostrarglieli per farli indietreggiare, perché smettano di affondare i loro canini iconoclasti nel collo del cattolicesimo italiano. Botta, Gregotti, Purini, Piano, Fuksas, Meier, Quintelli e Sartogo sono architetti non-morti che disegnano chiese non-vive (senza campanili croci tabernacoli o con campanili croci tabernacoli invisibili allo scopo di occultare la presenza vivificante ed esigente di Cristo). Il confronto con l’arte abbagliante del maestro catalano li denuncia così come il sorgere del sole denuncia Dracula.

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Gaudí era un patriota, per la precisione un patriota catalano, all’epoca in cui il centralismo castigliano girava per le strade armato fino ai denti e soltanto parlare la lingua che fu dei sovrani aragonesi e dei papi Borgia esponeva a grossi rischi. Il cantiere della Sagrada Familia attirava grandi personaggi. Andò a visitarlo il filosofo Unamuno e Gaudí parlò in catalano, prima di congedarlo bruscamente perché era suonata la campana dell’Angelus e doveva ritirarsi in preghiera. Andò a visitarlo il medico Albert Schweitzer e anche a lui parlò in catalano, spiegandogli che solo nella sua piccola lingua neolatina gli era possibile descrivere il proprio lavoro. Andò a visitarlo Alfonso XIII, il re di Spagna, e perfino al simbolo dell’unità nazionale Gaudí parlò in catalano, e la cosa dovette avere il suono della provocazione, se non dell’insubordinazione. Come se oggi al presidente Napolitano in visita a Treviso le personalità locali si rivolgessero dall’inizio alla fine in veneto stretto. “Gaudí non aveva mai nemmeno fatto il minimo sforzo per promuovere se stesso”, scrive lo storico Gijs van Hensbergen nella biografia “Gaudí” pubblicata in Italia da Lindau e qui abbondantemente saccheggiata. L’11 settembre 1924 la guardia civile impedì l’ingresso nella chiesa dove si doveva celebrare la messa per i martiri catalani di un’antica sollevazione, Gaudí protestò e venne arrestato, quindi, nonostante la fama e l’età, trascinato in cella. “L’aggressività nei miei confronti era dovuta al fatto che avevo parlato loro in catalano”. Oggi lo studio genovese del più famoso architetto italiano si chiama Renzo Piano Building Workshop e il sito internet è completamente in inglese.

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Gaudí era un asceta. Nel 1894 il digiuno quaresimale lo portò quasi alla morte. Quando mangiava, mangiava pochissimo, i suoi pasti erano composti quasi esclusivamente di lattuga e di latte. In tasca era solito portare un uovo oppure uva passa o noci, riserve di energia a cui attingere senza bisogno di sedersi a tavola e staccarsi dal lavoro. Non usò mai occhiali, credeva nell’esercizio oculare, non prese mai una medicina, credeva nella dieta e nella preghiera (e infatti pur essendo stato un bambino molto cagionevole, con parto traumatico, battesimo d’emergenza e prognosi ripetutamente infauste, morì vecchio e non di malattia). Vestiva così modestamente che un giorno, mentre aspettava il tram, fu scambiato per un accattone e gli fu offerta l’elemosina. I soldi finirono nella cassa del sacro cantiere, destinazione di tanti suoi compensi professionali. Non si vergognava di sollecitare le indispensabili donazioni e di raccoglierle di persona. Ogni giorno passava da un negozio dei dintorni dove ogni giorno il negoziante gli dava una peseta per la gloria di Dio. Josep Maria Bocabella, il libraio che per primo ebbe l’idea della Sagrada, per stimolare il sostegno anche del popolo minuto era solito ripetere: “Abbiamo bisogno di pietre di tutte le dimensioni”. Si capisce che se la Sagrada Familia è la Sagrada Familia e il Cubo di Foligno è il Cubo di Foligno, idolo di cemento che ha sconsacrato il santo paesaggio umbro, lo si deve anche al diverso tipo di finanziamento: il capolavoro di Gaudí è stato pagato soldo su soldo dalla comunità locale, coinvolta fin dall’inizio, il mostro di Fuksas è stato finanziato dalla Cei, un remoto, incontrollabile centro di potere che non ci ha pensato due volte a schiacciare la fede e la sensibilità dei cristiani del posto.

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Gaudí era un maestro, non un professore. Gli studenti di architettura visitavano quotidianamente il cantiere, rapiti dal carisma di don Antoni a cui piaceva sostenere, in quei pomeriggi febbrili, che la Catalogna era stata prescelta da Dio per traghettare nella modernità l’antica e nobile tradizione della “arquitectura cristiana universal”. Gregotti è un professore, non un maestro. Mi scrive un ex studente della facoltà di Architettura di Venezia: “Teneva uno dei cinque corsi di composizione architettonica. Ha insegnato per anni. Beh, non lui direttamente (solo per cautela, per non rischiare di ustionare gli allievi con la troppa esposizione alla luce dell’astro). A fare lezione erano i suoi assistenti che non beccavano una lira, lui si mostrava in facoltà forse una o due volte all’anno e tutti ne rimanevano abbronzati. Regolare invece il passaggio all’incasso della ricca busta da ordinario. Ma insomma se hai presente la produzione gregottiana diretta puoi solo immaginare quella indiretta uscita dalle matite dei suoi assistenti o addirittura da quelle ancora più stemperate che per l’esame di composizione hanno lavorato con gli assistenti, vedendo il titolare da molto lontano, sui cataloghi e sulle Casabelle monografiche a lui dedicate”. Naturalmente Gregotti, che conosce il mio indirizzo e-mail per avermi gentilmente spedito il suo intervento all’ultimo convegno in Bicocca, ha la più ampia facoltà di replica. Se ritiene che il mio corrispondente sia disinformato o mendace deve solo farmelo sapere che lo rimetto subito in riga, quello screanzato. Se ritiene di aver garantito ai suoi studenti di composizione architettonica una presenza costante sarò lieto di rilasciargli regolare rettifica: “Il professor Gregotti, pur non avendo mai progettato nulla che somigliasse nemmeno lontanamente alla Sagrada Familia, a Venezia si è dimostrato didatta assiduo”.

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Gaudí era cattolico, cattolicissimo, riuscì a cattolicizzare perfino un condominio alto-borghese (che fra parentesi non ne voleva sapere): le 150 aperture di Casa Milà rappresentano i 150 grani del rosario. Artista eclettico, alle feste patronali organizzava fuochi d’artificio culminanti con “un trionfo multicolore di lettere gigantesche che formavano le parole Jesús, María, Josep”. Sulla panca sinuosa che delimita la terrazza del Parco Guell fece apporre la scritta “María” capovolta, “così che fosse più facile leggerla dal cielo”. Amava il canto gregoriano e siccome non è mai troppo tardi a sessantaquattro anni suonati decise di impararlo, iscrivendosi a una scuola apposita. La sua giornata-tipo: Messa mattutina, lavoro alla Sagrada Familia, confessione serale. Ogni santo giorno per decenni. Quando venne investito dal tram fatale gli trovarono in tasca un Vangelo. Morì all’ospedale mormorando “Jesús, Déu meu!”, il crocefisso stretto nella mano destra. Per tutta la vita aveva letto la Bibbia (in particolare l’Apocalisse) e il Messale Romano, testi essenziali a cui i progettisti di edifici di culto dovrebbero aggiungere l’Ordinamento Generale che è un po’ il libretto di istruzioni del Messale. Sono poche pagine leggendo le quali chiunque (non c’è bisogno di essere specialisti) può capire quanto la nuova chiesa di San Giovanni Rotondo sia liturgicamente perciò teologicamente sbagliata. Una chiesa senza inginocchiatoi! Adesso un esercizio facile facile: sapendo che secondo i Padri del deserto il diavolo, a causa o per effetto della sua superbia, non possiede ginocchia, e che secondo Joseph Ratzinger (“Introduzione allo spirito della liturgia”) “l’incapacità a inginocchiarsi appare come l’essenza stessa del diabolico”, si ricavi il nome del Principe che si è giovato dell’opera dei tre responsabili dell’edificio, l’architetto Piano, il liturgista Valenziano, il vescovo D’Ambrosio.

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Gaudí era caritatevole. A un malato di poliomielite riservò un posto all’ingresso della cripta dove grazie al viavai poteva raccogliere buone elemosine, a un anziano ambulante diede il permesso di vendere le cartoline raffiguranti la chiesa: tutti i bisognosi dovevano poter ricorrere (sono parole sue) “al cappotto caldo del Tempio”. Quando un operaio diventava troppo vecchio non lo licenziava ma gli assegnava lavori più leggeri. Scoprì che un muratore aveva allestito un piccolo orto in un angolo del cantiere e anziché punirlo per l’occupazione abusiva autorizzò gli altri dipendenti a fare lo stesso. Questa benevolenza non gli era naturale, anzi, le testimonianze sulla sua insocievolezza sono unanimi. Solo il cristianesimo può fare di un uomo che non crede nell’uomo un uomo che aiuta gli uomini. Soltanto Santiago Calatrava, l’architetto più amato dagli ortopedici (il suo ponte di Venezia, dai gradini straordinariamente maldisegnati, fornisce loro molti pazienti), poteva infamarlo così: “Il Dio, o piuttosto la Dea, che Gaudí venerava era l’architettura stessa”. Lui di idolatria sì che se ne intende.

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C’era un ragazzo partito da Reggio Emilia per Barcellona, un giorno d’estate del secolo scorso, non era ancora stato inventato l’Erasmus o forse sì ma ancora non se ne parlava, comunque la capitale catalana era già considerata il nuovo Paese dei Balocchi e aveva cominciato a suggestionare i suggestionabili ragazzi italiani. Il ragazzo, arrivato insieme a un amico che si trovava in vacanza in Liguria, a Porto Maurizio, e quindi raccolto grosso modo a metà strada, si fece subito una gran scorpacciata di Gaudí sia perché gli piaceva Gaudí sia perché a Barcellona, almeno così gli parve, altre cose importanti da vedere non ce n’erano (ad esempio: il mare dove caspita era finito? eppure sulle cartine Barcellona risultava sulla costa…). Vide il parco Guell, la casa Batllò, la casa Milà, o Pedrera che dir si voglia, e ovviamente la Sagrada Familia, dove salì gli innumerevoli gradini di pietra di una torre altissima e sottile, e nonostante il turismo e il barcellonismo non gli sembrò di essere in un luna park (qualcosa tipo le montagne russe che aveva sempre odiato) ma dentro un cuore lanciato verso Dio oltre l’ostacolo dell’indifferenza. Il giorno dopo il ragazzo, sempre accompagnato dall’amico, andò a Montserrat: le finalità erano mariane anche se poi della visita al santuario trattenne soltanto la visione di una bellissima ragazza con bellissimi occhiali da sole, una specie di lolita kubrickiana però mediterranea quindi con la pelle più scura e più compatta. Vicino alla stazione della funivia ci fu un tentativo di conversazione, presto abortito non tanto per la differenza linguistica peraltro assai lieve (il catalano sarà mica una lingua straniera), quanto per la sorveglianza dei genitori. Passò a Barcellona l’ultima notte spagnola, il ragazzo aveva lavorato come bagnino in Romagna e sapeva che l’ultima notte di vacanza è quella in cui anche le ragazze più ritrose concedono qualcosa, come se a casa dovessero portarsi a tutti i costi il ricordo almeno di un bacio, indispensabile per riscaldare di nostalgia l’inverno tedesco o bolognese, e gli venne la medesima smania e dopo un giro in locali uno peggiore dell’altro si ritrovò sulla rambla non esattamente sobrio e a distanza molto ravvicinata con una creatura di genere incerto, nemmeno lei esattamente sobria. All’ultimo momento l’amico lo strappò da quel pericoloso abbraccio, adducendo motivi sanitari più che morali. Fu un bene: di Barcellona il ragazzo si portò a casa il ricordo della Sagrada Familia e non di un corpo nudo, che di corpi nudi ne avrebbe visti ancora mentre di chiese così mai più nessuna. Per qualche tempo l’amico gli fece presente, specie quando aveva bisogno di un favore o di un prestito, di averlo salvato da aids sicuro ma il ragazzo non ne era così convinto, per quanto la creatura della rambla apparisse effettivamente promiscua e zozzetta, e comunque considerava inelegante l’eccessivo attaccamento alla vita mostrato dai salutisti, dagli atei e dai vecchi. Aids o non Aids, pensava che sarebbe morto ben prima della trasformazione del sogno di Gaudí in realtà, un momento che situava, a naso, nel famoso anno del mai. I giorni sono scivolati come acqua di fiume, senza chiedere permesso sono arrivati un nuovo millennio, una nuova moneta, un nuovo mezzo di comunicazione, tutto un nuovo mondo ha conquistato la scena ma quel ragazzo non è morto e forse domenica 7 novembre riuscirà a vedere, nello schermo del suo computer, Papa Benedetto (che Dio ce lo conservi) consacrare la Sagrada Familia.