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sabato 5 maggio 2012

Abbiamo tanta strada da fare

Ecco l'articolo di Julian Carròn uscito su Repubblica del 1 maggio.


Abbiamo tanta strada da fare

Julián Carrón la Repubblica

01/05/2012

Caro Direttore, leggendo in questi giorni i giornali sono stato invaso da un dolore indicibile dal vedere cosa abbiamo fatto della grazia che abbiamo ricevuto. Se il movimento di Comunione e Liberazione è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo aver dato.
E questo sebbene Cl sia estranea a qualunque malversazione e non abbia mai dato vita a un “sistema” di potere. Né valgono le pur legittime considerazioni sulla modalità sconcertante con cui queste notizie vengono diffuse, attraverso una violazione, ormai accettata da tutti, delle procedure e delle garanzie pur previste dalla Costituzione.
L’incontro con don Giussani ha significato per noi la possibilità di scoprire il cristianesimo come una realtà tanto attraente quanto desiderabile. Per questo è una grande umiliazione costatare che a volte per noi non è bastato il fascino dell’inizio per renderci liberi dalla tentazione di una riuscita puramente umana. La nostra presunzione di pensare che quel fascino iniziale bastasse da solo, senza doversi impegnare in una vera sequela di lui, ha portato a conseguenze che ci riempiono di costernazione.
Il fatto che don Giussani ci abbia testimoniato fino alla morte che cosa può essere la vita quando essa è afferrata da Cristo mostra che non manca nulla alla sua proposta cristiana. Tanti che lo hanno conosciuto confermano quello di cui noi, suoi figli, abbiamo potuto godere in una convivenza più o meno stretta con lui: che la sua persona traboccava Cristo. Questa convinzione ci ha portato a chiedere l’apertura della causa di canonizzazione, certi del bene che è stato ed è don Giussani per la Chiesa, per rispondere alle sfide che il cristianesimo ha oggi davanti a sé. Chiediamo perdono se abbiamo recato danno alla memoria di don Giussani con la nostra superficialità e mancanza di sequela. Spetterà ai giudici determinare se alcuni errori commessi da taluni costituiscano anche reati. D’altra parte, ciascuno potrà giudicare se, tra tanti sbagli, siamo riusciti a dare un qualche contributo al bene comune.
Quando un membro soffre, tutto il corpo soffre con lui, ci ha insegnato san Paolo. Noi, i membri di questo corpo che è Comunione e Liberazione, soffriamo con coloro che sono alla ribalta dei media, memori della nostra debolezza per non essere stati abbastanza testimoni nei loro confronti; e questo ci rende più consapevoli del bisogno che abbiamo anche noi della misericordia di Cristo.
Tuttavia, con la stessa lealtà con cui riconosciamo i nostri sbagli, dobbiamo anche ammettere che non possiamo strappare via dalle fibre del nostro essere l’incontro che abbiamo fatto e che ci ha plasmato per sempre. Tutto il male nostro e dei nostri amici non riesce a cancellare la passione per Cristo che l’incontro con il carisma di don Giussani ci ha inoculato. La febbre di vita che lui ci ha comunicato è così grande che nessun limite riesce a eliminare e ci consente di guardare tutto il nostro male senza legittimarlo o giustificarlo.
L’avvenimento dell’incontro con Cristo ci ha segnato così potentemente che ci consente di ricominciare sempre, dopo qualsiasi errore, più umili e più consapevoli della nostra debolezza. Come il popolo di Israele, possiamo essere spogliati di tutto, andare perfino in esilio, ma Cristo, che ci ha affascinato, rimane per sempre. Non è sconfitto dalle nostre sconfitte. Come gli israeliti, dovremo imparare a essere coscienti della nostra incapacità a salvarci da soli, dovremo imparare da capo quello che pensavamo già di sapere, ma nessuno ci può strappare di dosso la certezza che la misericordia di Dio è eterna. In quante occasioni ci siamo commossi sentendo don Giussani parlare del “sì” di Pietro dopo il suo rinnegamento.
Per questo non abbiamo altra lettura di questi fatti se non che essi sono un potente richiamo alla purificazione, alla conversione a Colui che ci ha affascinato. È Lui, la sua presenza, il suo instancabile bussare alla porta della nostra dimenticanza, della nostra distrazione che ridesta in noi ancora di più il desiderio di essere suoi. Speriamo che il Signore ci dia la grazia di rispondere con semplicità di cuore a tale chiamata. Sarà il modo migliore di testimoniare che la grazia data a don Giussani è molto più di quanto noi, suoi figli, riusciamo a mostrare.
Solo così potremo essere nel mondo una presenza diversa, come tanti tra noi già testimoniano nei loro ambienti di lavoro, in università, nella vita sociale e in politica o con gli amici, per il desiderio che la fede non sia ridotta al privato. Lo sa bene chi ci incontra: resta così colpito che gli viene voglia di partecipare a quello che è stato dato a noi. Per questo dobbiamo continuamente riconoscere che “presenza” non è sinonimo di potere o di egemonia, ma di testimonianza, cioè di una diversità umana che nasce dal “potere” di Cristo di rispondere alle esigenze inesauribili del cuore dell’uomo. E dovremo ammettere che quello che cambia la storia è quello che cambia il cuore dell’uomo, come ciascuno di noi sa per propria esperienza. Questa novità la potremo vivere e testimoniare solamente se ci mettiamo alla sequela di don Giussani, verificando la fede nell’esperienza, tanto egli era persuaso che solo se la fede è una esperienza presente e trova conferma in essa della sua utilità per la vita, potrà resistere in un mondo in cui tutto, tutto dice l’opposto.
Abbiamo ancora un lungo cammino davanti e siamo felici di poterlo percorrere.

venerdì 13 aprile 2012

"Ti va di prendere il largo?"

Da Tracce.it




QUASI AMICI «Ti va di prendere il largo?»

di Maurizio Caverzan

12/04/2012 - Philippe: ricco, tetraplegico e un po' depresso. Assume come badante Driss, un giovane africano menefreghista. Ne nascerà un'amicizia inaspettata. Tratto da una storia vera, una pellicola divertente che sovverte molti luoghi comuni



 L’incontro tra due opposti. L’arricchimento, forse anche la rinascita che deriva dall'altro da sé. Due esseri, due persone che più lontane non possono apparire, che si completano, si integrano, si giovano reciprocamente alla grande. Uno è ricco, colto e rassegnato perché tetraplegico. L’altro è rozzo, ignorante, muscolare e vitalissimo. Uno è un bianco dell’Europa progredita e stanca. L’altro è nero dell'Africa selvaggia. Quasi amici è il film rivelazione della stagione, forse dell’anno, campione d’incassi in Francia e successo anche da noi, grazie soprattutto ad un passaparola determinante al botteghino. Una parte della critica l’ha targata come una pellicola “furbetta” perché indulge ai buoni sentimenti. In realtà l’opera di Olivier Nakache ed Eric Toledano (consumato binomio della cinematografia d’Oltralpe) è ispirata alla vera storia di Philippe Pozzo di Borgo, il nobile patron dello champagne Pommery che, in seguito ad un incidente in parapendio rimase paralizzato dal collo in giù e, dopo la morte della moglie Béatrice, trovò in Abdel, magrebino della banlieue parigina, il suo nuovo assistente. La storia è narrata con esattezza di dettagli in Il diavolo custode (Ponte alle Grazie). Qui è adattata alla narrazione cinematografica che procede in senso circolare, con un prologo spiazzante che si compie alla fine.

Adrenalina pura, nella prima scena vediamo Abdel, nel film si chiama Driss ed è interpretato da Omar Sy, al volante di un bolide lanciato nella notte a tutta velocità a dispetto di ogni norma stradale. L’inseguimento della polizia a sirene spiegate è inevitabile. Anzi, è lo scopo del gioco eversivo della coppia, come si evince quando Philippe (François Cluzet) simula una crisi epilettica che convince i poliziotti pronti alla sanzione, a scortarli al vicino ospedale, dove i due vengono lasciati mentre si precipitano gli infermieri. Ovviamente la crisi rientra e risparmiamo la battuta di Philippe al suo autista per non privare lo spettatore del divertimento.

Irriverente, scorretto, sovvertitore dei luoghi comuni più radicati quando ci si confronta con l'handicap, Quasi amici sfreccia sul filo della provocazione e della risata liberatoria e sanamente sfacciata. Il casting per la scelta del badante, per esempio, è un capolavoro di pragmatismo e insolenza. Di fronte alle buone intenzioni umanitarie dei numerosi candidati, lo spregiudicato Philippe sceglie il nero uscito di galera che si presenta solo per ottenere la firma utile per il sussidio di disoccupazione. «Fai attenzione», lo mette in guardia un amico, «questa è gente che non ha nessuna pieta». E l’assenza di pietà è esattamente il motivo per cui l’aristocratico, paralizzato e depresso scrittura come suo compare quel nero menefreghista e vitale. Pian piano la sua esistenza riprende quota in una escalation di regole infrante, smaglianti goliardate, conformismi e moralismi spediti bellamente al macero. Come nella scena della serata all’Opéra o in quella dell’azzimata festa di compleanno. Ma anche l’ex malavitoso ha un punto debole che rischia di pregiudicare quel sodalizio sempre in bilico sul precipizio...

Un piccolo gioiello, senza troppe fumisterie ideologiche: anche la vita di un menomato dalla testa in giù può essere piena e addirittura “spericolata” (Cfr Imperdibile lettera di Beatrice Vio al Corriere della Sera, la ragazzina priva di gambe e braccia sarà tedofora alle prossime Paralimpiadi).
Nel ritorno alla vita di Philippe grazie all'incontro con Driss c'è anche la metafora di un'Europa perbenista, ma ingessata che si rianima grazie all'impatto con un'Africa scorretta, ma pulsante.

Quasi amici
Un film di Olivier Nakache e Eric Toledano
con François Cluzet e Omar Sy




venerdì 24 febbraio 2012

Cercatelo tra i vivi

Da Tempi.it.





Don Giussani. La sua presenza cercatela tra i vivi

Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede». Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo. 
 
in Attualità
 
22 Feb 2012
 
 
Il 22 febbraio di sette anni fa moriva don Luigi Giussani, prete, uomo, maestro, semplice battezzato – «per essere cristiani basta essere battezzati», diceva ai suoi – che fece assaporare l’osso della vita a tanti che oggi sono insegnanti, medici, professionisti, operai, persone rispettabili ed ex farabutti (i ciellini hanno un debole per i briganti redenti). Sette anni fa nel parcheggio di una scuola di periferia gente di ogni risma s’incolonnava triste ma composta per un ultimo saluto davanti al corpo del “capo”. Una fila paziente e orante, che colpì anche l’immaginazione di Giuliano Ferrara per quel suo modo così “silenziosamente fisico” di rendere l’estremo addio a un padre. Saluto che trovò poi magnificenza qualche giorno appresso in un Duomo (e una piazza) di Milano stracolmi come un dì di festa, per le esequie celebrate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro Papa e amico del fondatore di Comunione e Liberazione. E oggi? Sette anni dopo, dove si può trovare un’orma di quella storia iniziata in un liceo milanese? Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede».
Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo, «un genio dell’educazione», come lo ha definito don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo e fra i primi discepoli del fondatore di Cl. «Giussani – ha detto Camisasca – ha preso per mano migliaia di ragazzi, portandoli a scoprire la convenienza umana di quella fede che molti davano per scontata e molti non conoscevano più. Il suo metodo era mostrarne la ragionevolezza attraverso un coinvolgimento personale: ci portava in montagna, ci raccontava le letture che lo avevano segnato di più, ci faceva ascoltare la musica che lo aveva affascinato durante gli anni di seminario… Tutto diventava per noi strada a Dio perché lo era stato e lo era anzitutto per lui». C’era qualcosa di nuovo nella voce roca di quell’insegnante di religione. «Quando l’ho incontrato – ha narrato Adriana Mascagni, voce storica di Cl – è stato per me un rivolgimento. Non aveva niente di schematico. Era una persona viva, che interloquiva in maniera diversa e seria. Non capivo molto il suo discorso, ma intuivo che era molto diverso da quelli che avevo ascoltato fino ad allora. Non sembrava che parlasse di religione. Parlava dell’umano, dell’uomo, delle sue problematiche vive».

Ne rimase colpito, qualche anno fa, anche un uomo assai lontano da Cl, Adriano Sofri, che in un’intervista a Tempi riconobbe al sacerdote «un’estrema fluidità e prontezza a cogliere qualunque occasione per dire delle cose mai rilegate, mai dogmatizzate, impossibili da trasmettere in una scuola di partito, mettendo al primo posto l’incontro, e poi addirittura la bellezza».

La bellezza, il fascino, una certa inconsueta dose d’allegria (o di «baldanza ingenua», come la chiamava lui) sono parole che hanno sempre trovato agio nel discorso giussaniano. Lo ha rilevato di recente anche il cardinale Julien Ries, tra i maggiori antropologi viventi: «Per riscoprire la Chiesa è necessario trasmettere un entusiasmo per Cristo, che la nostra generazione ha quasi perso. Ma ai giovani è possibile. Si tratta di ritrovarlo nel Vangelo: ci vogliono profeti per la nostra epoca. Ce ne sono stati di recente, come don Giussani, Chiara Lubich e altri». E anche don Antonio Villa, fondatore di una scuola a Tarcento, ha ricordato a tempi.it che il prete di Desio – «che noi chiamavamo “il mungitore” perché si metteva tutto nella spiegazione, gesticolava, stringeva i pugni» – è stato un uomo «per cui valeva la pena vivere. Mi chiamava “il Vilìn”. Questo soprannome è l’asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».

Salvezza. Come è possibile la salvezza? Solo attraverso “un’esperienza”, avrebbe detto il prete di Desio ripetendo una delle parole che più hanno contraddistinto il suo insegnamento. Per questo c’è bisogno di una comunità, di un popolo, di una Chiesa che corregga, indirizzi, sostenga. Altrimenti la fede è uno svolazzo da azzeccagarbugli di sacrestia o l’ultimo buon proposito prima delle ninne nanne equosolidali. «Don Giussani – ha spiegato don Camisasca – è stato il creatore di un popolo: non possiamo mai disgiungere la sua persona da ciò che è nato intorno a lui. Chi guarda la storia d’Italia degli anni Settanta e Ottanta, non può non riconoscere che egli ha letteralmente salvato dalla morte o da una vita disastrata un’intera generazione di giovani. Potevano essere dei terroristi, dei drogati o alcolizzati, dei borghesi… attraverso di lui sono stati e sono uomini felici di vivere, drammatici, capaci di affrontare le difficoltà della vita, fecondi e creativi». Cercatelo tra i vivi, si diceva. «Don Giussani – ha ripetuto ancora don Camisasca – è vivo e continua dal cielo ad assistere ciò che è nato attraverso di lui. Rimane il movimento da lui fondato, guidato da don Julian Carrón, che don Giussani ha scelto come suo successore. Rimangono le persone che sono state a lungo a fianco di don Giussani e quelle nuove che verranno. Rimangono le sue parole, scritte e nei nostri cuori. Rimane tutta la storia che è nata da lui e che è di fondamentale importanza per capire il presente».

domenica 29 gennaio 2012

E se fosse per sempre

Da Tempi.it. Alain Finkielkraut sarà domani sera a Milano per l'incontro organizzato dal Centro Culturale di Milano presso la Sala di via S. Antonio, 5 dal titolo: "Realtà ed esperienza: donaci un cuore intelligente".







E se fosse per sempre. Intervista sull'amore a Alain Finkielkraut

Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L'autore ha scritto il ilbro "Et si l'amour durait". Pubblichiamo l'intervista uscita sul numero 3 di Tempi

23 Gen 2012


E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.

Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.


Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?

La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.


Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?

Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.


Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?

Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.


Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?

Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi pepetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.


Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?

Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

mercoledì 11 gennaio 2012

ChestertonBomb

Che siamo nel pieno di un nuovo rinascimento per la figura di Chesterton, come afferma un articolo sul Sole24ore, é ormai indiscusso. L'uscita dell'edizione italiana della Chesterton Review ne é soltanto l'ultimo segnale lampante (che poi agli infopoint delle più grandi librerie di Milano ti guardino come un marziano é un altro discorso).
E' giunto il momento che la gioiosità scomoda del buon GKC (terribile per i moralisti e gli ideologi) venga allo scoperto e faccia parlare di sé. Che poi si cerchi di screditare la sua figura con notizie false fa parte del gioco, e allora é meglio seguire bene questa sana polemica, o meglio questa splendida battaglia.
Sulle colonne del Corriere della Sera del 27 dicembre Alberto Melloni ha recensito una raccolta di articoli di GKC sul matrimonio dal titolo La superstizione del divorzio, riportando in auge le favole sul Chesterton fascista e antisemita. Leggere per credere. E' quindi con enorme piacere che riporto qui di seguito, facendo per quanto possibile da cassa di risonanza e cogliendo l'occasione per ringraziare pubblicamente, la risposta dell'amico Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana e autore di un grande blog che in questa vera e propria rinascenza cavalca in prima linea.


Chesterton fascista? Antisemita? Tutte balle. Un dono del Novecento.





In merito al Suo articolo del 27 Dicembre 2011 apparso su Il Corriere della Sera
Egregio professor Alberto Melloni,
prendo in mano carta e penna per amore di Verità, in quanto ritengo che il Suo articolo apparso su Il Corriere della Sera lo scorso 27 Dicembre 2011 e riguardante il volume La Superstizione del Divorzio di Gilbert Keith Chesterton, ma più ampiamente il pensiero e l'opera di questo grande scrittore, contenga degli errori e soprattutto l'intento chiaro di screditarlo agli occhi dei lettori.
Sono il presidente della Società Chestertoniana Italiana e ritengo mio dovere difendere il pensiero e la memoria di colui che riteniamo uno dei massimi pensatori del XX secolo, checché Lei ne dica (mi spiace me l'abbia messo a fianco di Romano Guardini, del quale penso la stessa cosa) e soprattutto sventare, per quel che mi è possibile, un'operazione di discredito. Su quest'ultima mi profonderò più avanti. Ora debbo farLe notare alcune cose:
  1. Lei prende le mosse da una raccolta di saggi recentemente uscita per i tipi della San Paolo e ben tradotta da Pietro Federico e Tommaso Maria Minardi: anzitutto non condivido quanto lei dice a proposito dell'edizione: "senza una riga che spieghi il contesto politico-ideologico concreto, con un'introduzione che parafrasa il testo e una postfazione che non data nulla". Se lo scopo è screditare, ho capito che è bene screditare anche l'edizione, a scanso di equivoci. Le sue preoccupazioni di carattere storico avrebbero un fondamento se il testo di per sé non fosse così chiaro ed interessante da brillare anche adesso per attualità e validità dottrinale. Se l'estensore di prefazione e postfazione si profonde in citazioni, vedo d'altro canto che Lei non lo fa minimamente, il che mi lascia pensoso. E nonostante ciò, trova modo di dare a Chesterton del fascista e di considerare il testo un'accozzaglia di idee antimoderne, il che, nella temperie attuale, fa molto discredito. Il che continua a farmi pensare.
  2. E' nella migliore delle ipotesi un'imprecisione dire che si tratta di articoli raccolti dopo essere apparsi sul The New Witness: basta leggere la Nota Introduttiva al testo redatta da Chesterton stesso e leggibile a pagina 9 per comprendere che si tratta solo per la prima parte di articoli apparsi sul settimanale del fratello Cecil e di Hilaire Belloc ma che comprende altri scritti occasionati dalla riunione in volume degli scritti sulla polemica sul divorzio (una delle tante in cui si impegnò GKC e per cui divenne famosissimo e molto amato anche all'estero, anche in quell'America sempre criticata nei suoi scritti). Doveva essere un pamphlet ma divenne una sorta di piccolo classico.
  3. E' storicamente falso che The New Witness e gli altri periodici su cui scrisse Chesterton fossero "ammaliati dalla destra europea e mussoliana". Anzitutto The New Witness smise di essere pubblicato quando Mussolini era all'inizio della sua parabola politica. Chesterton ha parole di interesse per Mussolini in un unico testo, La resurrezione di Roma, in cui descrive il suo incontro personale con il duce come pure con Papa Pio XI (ovviamente con toni molto differenti, di curiosa iniziale stima per Mussolini, cosa all'epoca riferibile a molti, di deciso entusiasmo e commozione circa l'incontro con il Papa, che si professò suo lettore: a proposito, la invito a leggere questo testo molto bello e per nulla fascista senza paura di contaminarsi); parliamo della Roma a cavallo del Novembre 1929 e le prime settimane del 1930.
  4. Chesterton scrisse su tantissimi periodici, dei quali nessuno può essere ricondotto nemmeno per errore alla destra europea e a quella mussoliniana. Consideri che The Speaker, il Daily News (giornale di tendenze laburiste radicali), l'Illustrated London News (collaborazione quest'ultima durata dal 1905 sino alla morte) non possono assolutamente essere annoverati così come lei vorrebbe, neanche con la migliore volontà.
  5. Che Chesterton eviti di toccare la Chiesa d'Inghilterra è ovvio, perché non era il suo obiettivo polemico; la sua polemica non tocca minimamente il cosiddetto piano religioso o confessionale bensì quello puramente razionale: Chesterton vuole dimostrare che la posizione favorevole al divorzio ha basi solo nella superstizione, ossia nel contrario del corretto uso della ragione. Altrove e per altri motivi GKC non lesina critiche alla Chiesa d'Inghilterra (provi a leggere La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito dalla Lindau con una mia breve prefazione), quella chiesa nella quale nacque, che abbandonò seguendo i genitori nella cosiddetta Chiesa Unitariana, cui si unì nuovamente grazie a sua moglie Frances e all'amicizia di alcuni ecclesiastici anglicani quali Conrad Noel (detto "The Red Vicar" per le sue idee apertamente socialiste, antiimperialiste e filoirlandesi: che strano "fascista", questo Chesterton, no, professore?), Percy Dearmer (altro socialista, liturgista anglicano: sempre più inusuali, per lei, queste amicizie fraterne che durarono per tutta la vita; eppure Chesterton per lei sarebbe fascista. Come facevano questi due socialisti, il primo dei quali fondatore del British Socialist Party, ad andarci a pranzo senza contaminarsi?).
  6. La polemica sul divorzio fu nel 1918 e i saggi furono raccolti solo nel 1920. Chesterton non era ancora cattolico, quindi ogni possibile polemica con la Chiesa anglicana non aveva ragion d'essere.
  7. Chesterton non fu mai antisemita. Aveva tra i suoi migliori amici numerosi ebrei, uno dei quali, Lawrence Solomon, decise di trasferirsi con la famiglia a Beaconsfield assieme all'antisemita Chesterton. Un bell'esempio di sindrome di Stoccolma, no, professore? Maurice Baring, convertitosi prima di lui al cattolicesimo grazie anche ai suoi scritti, non lo abbandonò mai per tutta la vita. Sin dalla più tenera età si circondò di amici ebrei, che difese anche fisicamente da attacchi di antisemitismo. La leggenda del suo antisemitismo è un altro mezzuccio messo in giro dopo la sua morte per "farlo fuori" in Inghilterra dove era troppo amato e popolare. Se non crede sufficiente ciò che le ho elencato, Le consiglio la lettura di Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton, Sheed and Ward, Londra 1944, pagine 191 e seguenti, oppure se ha modo anche William Oddie, Chesterton and the romance of orthodoxy, Oxford Press, 2009, pagine 79 e 80, che contiene testimonianze di prima mano oltre che le risultanze dei diari e dei taccuini di GKC presenti presso la British Library, e il volumetto collettaneo curato dallo stesso Oddie (che è il mio omologo inglese ed è editorialista di punta del Catholic Herald, oltre che suo precedente direttore) The "Holiness" of G. K. Chesterton che contiene un intero capitolo sull'argomento, documentatissimo. Gli ultimi a sostenere l'antisemitismo di Chesterton siete A. N. Wilson e lei, privi di evidenze. Tenete duro come ultimi samurai.
  8. Shaw non ridicolizzò mai Chesterton, con il quale ebbe un'amicizia lunga una vita pur pensandola in maniera diametralmente opposta. Polemizzarono e concionarono in pubblici dibattiti per partecipare ai quali la gente pagava il biglietto ed al termine dei quali veniva proclamato il vincitore, che quasi sempre era il popolarissimo Chesterton. Il fabiano Shaw non credeva nella filosofia politica di Chesterton e Belloc, il distributismo, che -questa sì- ridicolizzava capitalismo e socialismo e per la quale Chesterton creò il suo ultimo settimanale, il G. K.'s Weekly, nel 1926. Il distributismo trova la sua radice nella Rerum Novarum, sta ritornando -in questo momento di crisi del capitalismo- sulle bocche dei più lucidi ed avveduti. Alcuni tratti si ritrovano anche nei discorsi di Papa Benedetto XVI. GBS amò con sincera amicizia GKC, questa è la verità storica.
  9. Mi perdoni la pedanteria, sono certo che si tratti di un refuso, ma Shaw parlava, a proposito di GKC e Hilaire Belloc, del Chesterbelloc e non dei Chesterbelloc. Voleva sottolineare l'unità di idee e di intenti dei due scrittori, e Chesterton ci rise talmente che ne fece anche occasione per un'autocaricatura. Togliatti lo lasci riposare in pace, è meglio per tutti.
  10. Che Chesterton abbia polemizzato con Dickens mi risulta inesistente oltre che impossibile. Il mondo e le idee di Chesterton erano un po' anche il mondo e le idee di Dickens. Chesterton sin dalle prime esperienze di scrittore si dovette cimentare come critico con le opere di Dickens, tanto che il frutto di questo cimento finì in due volumi. Egli criticò Dickens amandolo profondamente. Poi polemizzare con un morto...
  11. Se Chesterton era un gigante, Guardini cos'è? Un gigante anche lui, ma il paragone secondo me non c'entra nulla. Che Chesterton fosse un gigante del pensiero lo considerano tutti quelli che non sono ammorbati dall'ideologia o dalla necessità di dimostrare una tesi (il che è praticamente la stessa cosa). Fra tutti basti citare lo studioso di San Tommaso d'Aquino Etienne Gilson: "Chesterton fu uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Fu profondo perché aveva ragione". Gilson definì la biografia del Bue Muto di Chesterton la migliore mai scritta e la definì degna di un genio. Ecco servita la "modestissima profondità dottrinale" di Chesterton, professore... Detto da un Gilson, poi, mi perdoni, ma non so a chi credere.
  12. Comprendo che Chesterton in questo libro e nella sua lunga carriera abbia sempre attaccato i suoi idoli, professore, senza i quali Lei si sente forse smarrito, abituato com'è a distinguerci tra progressisti e conservatori, o meglio fascisti, mentre forse non si capacita che esista un Chesterton così, vero uomo vivo, cattolico a tutto tondo. Ma tant'è. Lei lo considera un antimoderno con un certo astio, mentre il moderno Chesterton ha la sola colpa di non essere modernista.
  13. Secondo me non si è avveduto che di Chesterton lei critica proprio la modernità, ossia il criticare il divorzio non per motivi religiosi bensì per motivi puramente razionali. Con ciò lei viola il principio di non contraddizione, e forse non gliene importerà nulla. Per me conta.
  14. Che la San Paolo pubblichi un testo clericofascista mi risulta impossibile... Una risatina tipo quella evocata da Luca Negri su L'Occidentale forse ci starebbe bene.
  15. Comunque diceva saggiamente un mio giovane amico chestertoniano: il suo pare un prevedibile attacco tipico da Fase 2: GKC ha osato tornare alla luce, occorre quindi metterlo in cattiva luce. Il destrofilo, l'antisemita. Bella penna dall'anima nera. Man mano che il Nostro tornerà sulle labbra e nel cuore dei lettori (cosa che già è), fioriranno critiche simili pur d'impedirne la lettura. D'altronde sono quelli come lei che l'affossarono pian piano nel secondo dopoguerra in Italia: non essendo di destra o di sinistra, non essendo soprattutto organi o al cosiddetto cattolicesimo democratico che ha egemonizzato per decenni il panorama del pensiero cattolico, fu archiviato silenziosamente. Si figuri che i primi due testi di carattere distributista (Il profilo ella ragionevolezza e Cosa c'è di sbagliato nel mondo), pur essendo centrali nel suo pensiero, hanno visto la luce in Italia solo nel 2011.
Non la pensano come lei uomini del calibro di Emilio Cecchi, Italo Calvino (che disse di aver voluto essere il Chesterton comunista), Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien (o gira ancora anche per lui la storia che fosse fascista?), Bruno Bettelheim, Marshall McLuhan (che gli deve come molti altri la conversione al cattolicesimo), Sergei Averincev, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, sir Alec Guinness (anche lui grato per la conversione), Hanna Arendt, Neil Gaiman, Natal'ja Trauberg (che lo definì "il contravveleno" contro il nichilismo comunista), Gilberto De Mello Freyre, Orson Welles, Ernst Hemingway, Papa Luciani, Papa Montini, Papa Ratti, Papa Ratinger (ce ne sarà almeno uno che le va a genio?), Franz Kafka, Mircea Eliade e Roberto Benigni.
Basterebbe dire ciò che di lui disse una vicina di casa, una donnina del popolo che non frequentava facoltà teologiche: "era una specie di santo, no? - solo a guardarlo quando gli stendevi il cappello ti faceva sentire grandioso". Hilaire Belloc invece disse: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».
Le auguro di amare nello stesso modo il nostro caro Chesterton. E di leggerlo.

avv. Marco Sermarini
presidente della Società Chestertoniana Italiana


domenica 18 dicembre 2011

Pillole clanDestine

Un paio di pillole dall'ultima newsletter di ClanDestinozoom



Sei pronto per la felicità?
 
San Benedetto aveva scritto, lo ripetiamo, "c'è un uomo che ama la vita e desidera giorni felici?" Sulla base di questo ha coi suoi fratelli salvato tante cose del passato - in un tempo di malora peggio di questo - e inventato cose nuove.
Ora si tratta di fare lo stesso. Ma senza desiderare davvero la felicità - più e dentro ogni altra cosa - non si ripara nulla dalla malora, pur nelle difficoltà e nelle ferite, e soprattutto non si inventa nulla di nuovo.
A chi si sforza di tener su ciò che crolla diciamo: fatica sprecata. A chi si lamenta diciamo: aggravi il peso dei già afflitti. A chi ha il fuoco negli occhi diciamo: vieni con noi. A chi si guarda intorno smarrito e insicuro diciamo: stai perdendo la vita.
dr


A proposito del suicidio assistito di Magri, un lettore ci scrive: "“Val la pena vivere” è un'affermazione soggettiva e ovviamente non una verità incontrovertibile sulle singole esistenze di ciascuno di noi. Detta così è poco più di uno slogan e con gli slogan non sempre si vince la battaglia. C’è chi “la pena” non la trova adeguata alla fatica di proseguire e basta. Non è un esempio, non merita il nostro applauso o il nostro bravo dalle tribune, non è ciò che vorremmo per i nostri i nostri figli, né ciò che gli insegniamo. Chiunque potrebbe facilmente dimostrarci piuttosto che è una follia. Eppure questa storia di morte, che prima era stata anche la storia di un'esistenza vissuta con profondità e impegno, mi ha fatto ricordare una cosa che da tempo avevo dimenticato e che è invece l'unico messaggio di speranza che posso lasciare ai miei figli: eppure la vita è tua. ap". Vorremmo solo rispondergli, all'amico lettore, che la vita non ci appartiene, all'inizio non è nostra, ma ci è misteriosamente data. Non ne siamo padroni. E questo è un fatto, non una opinione. Poi, certo, è nostra, unica, possiamo viverla solo noi e ne rispondiamo. A noi stessi per primi. Tuttavia c'è allora forse un altro e più straordinario modo di invitare i nostri figli ad abbracciare la vita, con tutto quel che può comportare di misterioso e non facile: la vita è dono.

sabato 26 novembre 2011

Un gesto di carità, perché "un uomo vale più di tutto l'universo"

Da IlSussidiario.net






La ragione profonda della carità

venerdì 25 novembre 2011


Che senso ha, sabato 26 novembre, regalare parte della propria spesa a uno sconosciuto, uno dei 120mila volontari della Rete Banco Alimentare, che la farà arrivare a uno o più persone tra il milione e 400mila indigenti, attraverso più di 8mila strutture caritative sostenute? Che senso ha farlo in un momento di crisi in cui per molti anche un euro è prezioso per sopperire ai problemi della disoccupazione o dei difficili bilanci familiari? E poi non ha forse più ragione chi, confidando sui poteri taumaturgici della finanza e della “politica dei giusti” ha ripetuto per anni che “non serve la carità, ci vuole la giustizia”? Sono domande a cui paradossalmente questa crisi mondiale aiuta a trovare risposta.
L’abbiamo visto: la finanza, anche quando non fa addirittura danno, da sola non ce la fa; i paesi del Terzo mondo che crescono di più diminuiscono il loro gap verso i paesi ricchi, ma aumentano di molto le differenze interne tra ricchi e poveri; i paesi sviluppati, oberati di debito pubblico, riescono sempre meno con la spesa pubblica a rendere più dignitosa la vita dei meno abbienti. Non bastano e non basteranno mai progetti politici ed economici. Aveva ragione Benedetto XVI quando nella Deus Caritas Est diceva: “La carità sarà sempre necessaria”.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono… un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”. La nostra civiltà occidentale è intrisa, più ancora che dei segni di violenze e guerre, delle tracce del Buon samaritano, di San Martino che dona metà del suo mantello al povero che ne ha bisogno. La tradizione cristiana chiama tutto questo “carità”, dono di sé commosso per il bene dell’altro, perché non ci si può dimenticare che tutto quel che abbiamo ci è stato donato da un Dio che si è fatto uomo e ha accettato di soffrire e morire per salvarci.
A tal punto questa dimensione caratterizza la nostra civiltà, che anche sistemi di pensiero laici hanno dato vita a leghe di mutuo soccorso, cooperative, opere filantropiche, perché nella nostra civiltà è ancora fortemente radicata la coscienza che “un uomo vale di più di tutto l’universo”. Qualcosa di più di una generica solidarietà o di un semplice trasferimento di beni da una persona a un'altra, ma atti in cui, mossi dal desiderio di bene contenuto nel cuore, viene sacrificato qualcosa per rendere migliore la vita di altri uomini.

Certo, dobbiamo sperare e lottare per assetti politici, economici e finanziari più equi ed efficaci, ma senza questi gesti gli indigenti fra noi che non possono aspettare, vivranno peggio. E non sono solo i poveri ad aver bisogno di gesti così: ancora di più ne hanno bisogno coloro che li attuano, i buoni samaritani e anche i sacerdoti e i leviti di oggi che siamo un po’ tutti noi. Rispondendo con un gesto semplice al bisogno del prossimo sconosciuto, ci ricordiamo che ogni uomo è bisogno e desiderio infinito di cui l’indigenza materiale e spirituale sono solo segni.
E così si risveglia il nostro cuore intorpidito; si riapre la nostra ragione divenuta ottusa e incapace di creare, lottare, soffrire; rinasce in noi un desiderio non ridotto, fattore primo di ingegno, conoscenza, creatività, imprevedibile capacità di generare novità, ricchezza, bellezza, per sé e per gli altri. Così, la crisi diventa una sfida per un cambiamento, come recita un recente quartino di CL: da un gesto di carità come quello della Fondazione Banco Alimentare rinasce la speranza di un popolo perché possiamo essere più consapevoli di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo; e poi possiamo scoprire come questi gesti possono educare un popolo ad allargare l’orizzonte alle necessità di tutti.


mercoledì 9 novembre 2011

"Tutto quello che c'era di buono in lui cantò, alto in aria, come vento tra gli alberi"

Ecco l'introduzione di L'uomo che ride, la raccolta di articoli a cura di Edoardo Rialti uscita l'anno scorso su Il Foglio ed edita Cantagalli. Un'imperdibile occasione per fare conoscenza con GKC.
Potrei stare a scrivere pagine sul perché ne valga la pena, sul perché ce ne sia estremamente bisogno. Basti questo: per incontrare un uomo vivo, ecco tutto.





Il segreto di GKC

Tutto quello che c’era di buono in lui cantò

Introduzione a "L'uomo che ride", il libro che raccoglie tutte le chestertoniane pubblicate dal Foglio

Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre addosso una forza che non sospettava.

“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia: alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse – io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa che Satana stesso non può fare: posso morire". La soluzione dello scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore – ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello, amabile ci sià già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K. Chesterton. Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

E' questo il principio difeso con una vera e propria guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo perchè vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.

Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in “Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”. Invece l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della gioia e del dolore?” Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una storia d’amore.”Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perchè tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come sicuramente ama tutto ciò che è sé stesso ed è insostituibile”. Pochi anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza da “questa o quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”. E quella difesa, da parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia” Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”. Cos' è che ha sostenuto questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale. Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa strana solitudine che investe milioni di individui”.

Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:

“Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finchè queste non si staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.

Donami occhi miracolosi / perch'io possa vedere gli occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, / cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che vedono.

Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.

Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso sorridendo di aver combattutto almeno questa buona battaglia: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non cedere?

“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il contrario, perchè invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, e non ai suoi margini”. E chi si trovi davanti a una simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi esistenziali”. Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka, Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. E' proprio questa “centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il cattolico e l'ateo del “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel tratteggiare nel “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo “faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa fedeltà che l”Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia, trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettemante seria: il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode che all'alba che si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava, estuava e pareva sufficente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini della casa davanti, che aveva irriso sprezzante. Ed è sempre a difesa delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un' Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla, allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di tutto per sopportarla.” E questo perchè “quello che noi temiano di più è un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o Bernanos, scriverà nel “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo in nome della libertà si si fatto schiavo della più nebulosa e opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”. E questo “giacchè il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e di divino”. Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono per mancanza d’umorismo”. Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo, che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola terra, “Il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali, edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”. E questa segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il costante divertimento che si leggeva nello sguardo”. Andare a fondo di questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere alle domende ripetute più e più volte in questa introduzione, e raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La Ballata del cavallo bianco”.

Gli articoli qui raccolti
furono intesi sia per "descrivere solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come scrisse Chesterton stesso di  Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo, guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a correre a rinnovare le strade del mondo.

sabato 5 novembre 2011

La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla

Da Tracce.it.



Yosemiti Valley, foto di Ansel Adams



Il genio e la Natura

di Giovanni Zennaro

31/10/2011 - A Modena una mostra dedicata a Ansel Adams: rivoluzionò la tecnica fotografica per ritrarre i grandi paesaggi americani, facendosi testimone di ciò «che vive o è latente in tutte le cose».
 
Quello che più colpisce visitando la mostra Ansel Adams. La Natura è il mio regno (fino al 29 gennaio 2012 all’ex ospedale San’Agostino di Modena) è il senso di grandezza infinita che emana da quelle immagini. Dal massiccio granitico dell’Half Dome alle pareti spioventi di El Capitan, i due giganti della California. Da un fiume ghiacciato a un arido canyon in Arizona.
L’autore, statunitense, è uno dei più grandi fotografi del Novecento. Genio della tecnica, a lui si deve l’invenzione del sistema zonale, che rivoluzionò il modo di fotografare permettendo (già in fase di ripresa) un controllo precisissimo delle molteplici sfumature di grigio nelle immagini in bianco e nero. Fu fondatore del gruppo f/64 assieme ad altri maestri come Imogen Cunningham e Edward Weston, tutti sostenitori della straight photography: fotografia diretta, senza fronzoli, scattata in massima profondità di campo per ottenere una testimonianza della realtà fedele e chiara.
Questa è l’essenza del genio: la capacità di mettere tutta la conoscenza e la perizia tecnica al servizio di qualcosa d’altro. Per Adams, a servizio della bellezza. Ne sono prova le decine di scatti esposti (circa 80 stampe vintage originali, realizzate dallo stesso autore) in questa mostra, la prima interamente riservata ad Adams in Italia. Il pannello introduttivo parla di «un percorso intimo e quasi esclusivo, volto a celebrare la bellezza e a condividere con gli altri tali e tante meraviglie»: affascinato per tutta la vita dall’imponenza delle montagne e dalla vastità delle vallate, il fotografo osserva la grande natura americana. Yosemite, Jasper, Yellowstone sono alcuni dei grandi parchi nazionali in cui periodicamente ritorna in solitudine contemplativa, con il desiderio di essere testimone per gli altri di ciò che lui può vedere. Sono epiche, le fotografie di Adams. Tutto sembra vivo ed eterno. Ciò che accade è il mutare delle stagioni. Così vediamo le rocce dell’Half Dome brillare al chiaro di luna e le ritroviamo poi coperte dalla neve d’inverno. E ancora il Monte Williamson, in Sierra Nevada, illuminato di gloria dai raggi del sole che tagliano le nuvole. Le bianche cime del Colorado...
Adams non cerca i luoghi ignoti al mondo. Fotografa quei parchi sempre più affollati da un turismo distratto, che si lascia sfuggire la grandezza del creato dentro al cestino da picnic. Più volte nella vita si scaglia contro la costruzione di strade ed infrastrutture nei parchi nazionali, evidenziando l’assurdità di dover stendere chilometri d’asfalto per permettere a tutti di visitare la “natura incontaminata”. Il suo è un ambientalismo vero, è il grido di chi sa quanto vale la fatica di salire fino alla vetta per guardare il panorama. L’artista Adams non si batte per un’idea, ma per la vita: «Credo che l’approccio dell’artista e quello dell’ambientalista siano molto vicini poiché entrambi hanno a che fare, a un livello impressionante, con l’affermazione della vita», spiega il fotografo.
C’è un dialogo totale tra l’uomo e la natura: «La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico: un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica. Il diritto all’esperienza è fondamentale». Mistica ed esperienza non sono contrapposte, anzi è solo nella profonda contemplazione del creato che l’uomo inizia l’esperienza vera, non ridotta ad arido materialismo. «Fotografare in modo diretto e autentico significa guardare oltre la superficie e registrare le qualità della natura e dell’umanità che vivono o sono latenti in tutte le cose». La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla: questo è il percorso di Adams. Da qui la grandezza per noi oggi delle sue (bellissime) fotografie.

Ansel Adams. La Natura è il mio regno
Fino al 29 gennaio 2012
Ex ospedale Sant'Agostino

Largo Porta Sant'Agostino, 228, Modena
Da martedì a venerdì 11-13 e 15.30-19
sabato e festivi 11–20
Ingresso libero
Per informazioni: www.fondazionefotografia.it

domenica 2 ottobre 2011

Spalancare le finestre


Cape Cod, Morning, Hopper


Dal discorso di B XVI al Reichstag di Berlino

"La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto".

domenica 11 settembre 2011

Per mano

Ecco, da Tracce.it, un articolo di John Waters uscito nel settembre 2001, una finestra delle tante sulle migliaia di vite coinvolte in quel giorno tragico. Inoltre, ecco altri contributi.
Qui invece, vari articolo dal sito de Il Foglio.
 

«Quando ho iniziato a capire l'orrore»

di John Waters*

11/09/2011 - Ultimo articolo della serie. All'indomani della tragedia americana all'editorialista irlandese John Waters mostrano una foto: una coppia che cade dal World Trade Center. E di colpo si spalanca un mondo... (dall'Irish Times, settembre 2001)

Pensavo di aver compreso l’orrore di quanto era accaduto a Manhattan finché qualcuno non mi ha fatto notare una foto pubblicata da una rivista americana. Si vedeva la gente che si lanciava da una delle due torri prima che crollasse. Tra tutte le sagome di uomini e donne che precipitavano incontro alla morte, ce n’erano due, un uomo e una donna, che sembravano tenersi per mano.
È ormai un luogo comune dire che la tragedia del World Trade Center assomigliava al più incredibile film di fantascienza. Stavo guardando la scena pochi minuti dopo che il primo aereo aveva colpito la prima torre. C’era qualcosa di irreale, di incomprensibile in tutto ciò. Mi passò per la mente l’idea che abbiamo sviluppato forme di tecnologia capaci di mostrarci simili tragedie, ma non abbiamo nessuno strumento per intervenire.
Quando le torri cominciarono a cadere, la scena era in effetti spettacolare, e bisognava sforzarsi di tener presente che potevano esserci ancora migliaia di persone là dentro. Tante volte abbiamo visto immagini simili, create con effetti speciali, capaci di terrorizzarci pur sapendo che nulla era reale. Questa duplice risposta emotiva non si è cancellata nella mia memoria finché non mi sono costretto a guardare quella foto.
E ho dovuto costringermi a farlo. Quell’immagine andava oltre ogni parola, convinzione o comprensione, eppure in qualche modo ha permesso che cominciassi a capire. Il suo orrore, che è cominciato ad apparirmi chiaro, stava nella storia che poteva celarsi dietro a quello scatto.
Chi erano, quest’uomo e questa donna? Cosa erano l’uno per l’altra? Erano due innamorati o solo buoni amici? Cosa avevano pensato quella mattina, lavandosi i denti? Erano arrivati al World Trade Center poco prima, mano nella mano? Erano saliti insieme in ascensore? Forse erano soli, e ne avevano approfittato per sbaciucchiarsi? Avevano indugiato un momento in corridoio prima di andare alle rispettive scrivanie, accordandosi per il pranzo? Forse uno dei due aveva chiamato l’altro appena si erano separati? E nel fatidico momento in cui l’aereo aveva colpito la loro torre si erano precipitati a cercarsi, nell’improvvisa certezza che era giunta la fine? Che cosa avevano detto mentre cominciavano a capire cosa stava accadendo alla loro bella vita, alle speranze e ai sogni, ai loro piani di un futuro insieme? Che parole hanno usato, quest’uomo e questa donna, per esprimere l’inizio della fine della loro vita? Chi di loro ha fatto la prima mossa, chi ha avuto per primo il coraggio di esprimere in parole la paurosa logica della loro situazione? È stato lui a dirlo a lei, o lei a dire a lui “Stiamo per morire”? Come ha cominciato a farsi strada in loro questa coscienza? Forse entrambi, contemporaneamente, si sono visti scorrere davanti agli occhi la loro vita? Hanno avuto il tempo di scrutare nel tremendo baratro che si apriva tra ciò che essi avevano immaginato per la loro vita insieme e ciò che sarebbero stati i minuti o le ore che restavano, se essi non avessero preso in mano la propria vita? Come hanno potuto farsi una ragione di quella mostruosità, nel breve tempo rimasto loro per prendere una decisione? Oppure erano semplicemente troppo terrorizzati per riuscire a dir qualcosa? Forse la situazione e la sua spaventosa soluzione erano così ovvie che non era necessario né possibile dire nulla? Si sono scambiati solo le lacrime? È stato l’uomo a condurre la donna, o lei a condurre lui, in silenzio, verso la finestra, al loro comune destino? Cosa provavano, in quelle stanze devastate, in quelle torri ferite a morte, in quegli istanti finali, mentre tutto il mondo guardava attonito, senza poter far nulla, incapace persino di cogliere la differenza tra tutto questo e l’ultimo film dell’Uomo Ragno? C’era una logica in quel gesto finale? Era basato sulla ineluttabile coscienza della realtà che noi ora conosciamo fin troppo bene? Sapevano con certezza che la torre sarebbe crollata? Non c’era un barlume di speranza? È stata una scelta consapevole la loro, quella di lanciarsi nel vuoto piuttosto che bruciare vivi? Forse hanno invocato un miracolo, magari di cascare su un terrazzino sotto il livello dell’incendio. C’entrava Dio in tutto ciò? Hanno deciso di abbandonare questo mondo mano nella mano, per entrare così nell’altro mondo? Forse uno di loro, o entrambi, hanno fumato un’ultima sigaretta, o non l’hanno fatto perché era contro la legge? Sono saltati nello stesso istante, o uno dei due ha dovuto tirarsi dietro l’altro? Si sono detti le loro ultime parole d’amore? Forse c’erano altre persone in coda sul ballatoio, dietro di loro, così hanno dovuto lanciarsi in fretta, senza darsi nemmeno un addio, o buon viaggio, o ci vediamo nell’aldilà? Si sono parlati mentre volavano giù? Quanto ci è voluto prima che si schiantassero al suolo – quanto, intendo, in tempo reale – la stessa lunghezza di tempo che ci vuole per cosa? Per girare la pagina di un giornale o cambiare canale in TV? Hanno avuto il tempo di guardarsi attorno un’ultima volta, di gettare uno sguardo sul mondo che avevano dovuto abbandonare così all’improvviso? Forse uno di loro ha scorto in lontananza quello che poteva essere il flash di una macchina fotografica, prima che il cielo divampasse nella loro testa?
Io spero e prego che loro due ora siano assieme, quell’uomo e quella donna che abbiamo visto cadere come un tutt’uno, e che possano ricordare i loro sogni d’amore sulla terra e ridere di come fossero stati disposti ad accontentarsi di poco. Riposino nella pace e nell’amore.

*giornalista irlandese ed editorialista dell'Irish Times

mercoledì 7 settembre 2011

La via della bellezza

 Riporto il testo integrale (con un grazie ad Andrea per questa segnalazione, un testo che rischiavo di perdermi) dell'udienza generale di B XVI del 31 agosto sulla bellezza come via privilegiata nel rapporto con Dio.
Dove trovare oggigiorno un uomo che come il Papa sappia andare in modo così umano fino all'implicazione ultima di un'esperienza sempre sulla bocca di tutti ma quasi mai vissuta e penetrata per quello che é?
Una spada che trafigge, una ferita che si allarga, un cantico che si scioglie in ringraziamento. 



Cappella Sistina

 
Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.

Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.