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sabato 5 maggio 2012

Abbiamo tanta strada da fare

Ecco l'articolo di Julian Carròn uscito su Repubblica del 1 maggio.


Abbiamo tanta strada da fare

Julián Carrón la Repubblica

01/05/2012

Caro Direttore, leggendo in questi giorni i giornali sono stato invaso da un dolore indicibile dal vedere cosa abbiamo fatto della grazia che abbiamo ricevuto. Se il movimento di Comunione e Liberazione è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo aver dato.
E questo sebbene Cl sia estranea a qualunque malversazione e non abbia mai dato vita a un “sistema” di potere. Né valgono le pur legittime considerazioni sulla modalità sconcertante con cui queste notizie vengono diffuse, attraverso una violazione, ormai accettata da tutti, delle procedure e delle garanzie pur previste dalla Costituzione.
L’incontro con don Giussani ha significato per noi la possibilità di scoprire il cristianesimo come una realtà tanto attraente quanto desiderabile. Per questo è una grande umiliazione costatare che a volte per noi non è bastato il fascino dell’inizio per renderci liberi dalla tentazione di una riuscita puramente umana. La nostra presunzione di pensare che quel fascino iniziale bastasse da solo, senza doversi impegnare in una vera sequela di lui, ha portato a conseguenze che ci riempiono di costernazione.
Il fatto che don Giussani ci abbia testimoniato fino alla morte che cosa può essere la vita quando essa è afferrata da Cristo mostra che non manca nulla alla sua proposta cristiana. Tanti che lo hanno conosciuto confermano quello di cui noi, suoi figli, abbiamo potuto godere in una convivenza più o meno stretta con lui: che la sua persona traboccava Cristo. Questa convinzione ci ha portato a chiedere l’apertura della causa di canonizzazione, certi del bene che è stato ed è don Giussani per la Chiesa, per rispondere alle sfide che il cristianesimo ha oggi davanti a sé. Chiediamo perdono se abbiamo recato danno alla memoria di don Giussani con la nostra superficialità e mancanza di sequela. Spetterà ai giudici determinare se alcuni errori commessi da taluni costituiscano anche reati. D’altra parte, ciascuno potrà giudicare se, tra tanti sbagli, siamo riusciti a dare un qualche contributo al bene comune.
Quando un membro soffre, tutto il corpo soffre con lui, ci ha insegnato san Paolo. Noi, i membri di questo corpo che è Comunione e Liberazione, soffriamo con coloro che sono alla ribalta dei media, memori della nostra debolezza per non essere stati abbastanza testimoni nei loro confronti; e questo ci rende più consapevoli del bisogno che abbiamo anche noi della misericordia di Cristo.
Tuttavia, con la stessa lealtà con cui riconosciamo i nostri sbagli, dobbiamo anche ammettere che non possiamo strappare via dalle fibre del nostro essere l’incontro che abbiamo fatto e che ci ha plasmato per sempre. Tutto il male nostro e dei nostri amici non riesce a cancellare la passione per Cristo che l’incontro con il carisma di don Giussani ci ha inoculato. La febbre di vita che lui ci ha comunicato è così grande che nessun limite riesce a eliminare e ci consente di guardare tutto il nostro male senza legittimarlo o giustificarlo.
L’avvenimento dell’incontro con Cristo ci ha segnato così potentemente che ci consente di ricominciare sempre, dopo qualsiasi errore, più umili e più consapevoli della nostra debolezza. Come il popolo di Israele, possiamo essere spogliati di tutto, andare perfino in esilio, ma Cristo, che ci ha affascinato, rimane per sempre. Non è sconfitto dalle nostre sconfitte. Come gli israeliti, dovremo imparare a essere coscienti della nostra incapacità a salvarci da soli, dovremo imparare da capo quello che pensavamo già di sapere, ma nessuno ci può strappare di dosso la certezza che la misericordia di Dio è eterna. In quante occasioni ci siamo commossi sentendo don Giussani parlare del “sì” di Pietro dopo il suo rinnegamento.
Per questo non abbiamo altra lettura di questi fatti se non che essi sono un potente richiamo alla purificazione, alla conversione a Colui che ci ha affascinato. È Lui, la sua presenza, il suo instancabile bussare alla porta della nostra dimenticanza, della nostra distrazione che ridesta in noi ancora di più il desiderio di essere suoi. Speriamo che il Signore ci dia la grazia di rispondere con semplicità di cuore a tale chiamata. Sarà il modo migliore di testimoniare che la grazia data a don Giussani è molto più di quanto noi, suoi figli, riusciamo a mostrare.
Solo così potremo essere nel mondo una presenza diversa, come tanti tra noi già testimoniano nei loro ambienti di lavoro, in università, nella vita sociale e in politica o con gli amici, per il desiderio che la fede non sia ridotta al privato. Lo sa bene chi ci incontra: resta così colpito che gli viene voglia di partecipare a quello che è stato dato a noi. Per questo dobbiamo continuamente riconoscere che “presenza” non è sinonimo di potere o di egemonia, ma di testimonianza, cioè di una diversità umana che nasce dal “potere” di Cristo di rispondere alle esigenze inesauribili del cuore dell’uomo. E dovremo ammettere che quello che cambia la storia è quello che cambia il cuore dell’uomo, come ciascuno di noi sa per propria esperienza. Questa novità la potremo vivere e testimoniare solamente se ci mettiamo alla sequela di don Giussani, verificando la fede nell’esperienza, tanto egli era persuaso che solo se la fede è una esperienza presente e trova conferma in essa della sua utilità per la vita, potrà resistere in un mondo in cui tutto, tutto dice l’opposto.
Abbiamo ancora un lungo cammino davanti e siamo felici di poterlo percorrere.

sabato 10 marzo 2012

"Ditemi, strani uomini..."


 Volantone di Pasqua 2012

06/03/2012 - «Quello che abbiamo di più caro è Cristo stesso». È in distribuzione il Volantone di Pasqua di Comunione e Liberazione...

 

In un momento storico in cui il Papa ha indetto l’Anno della fede e in cui stiamo facendo la Scuola di comunità con a tema la fede in Cristo, come ci ha detto don Giussani, con gli occhi degli apostoli, per percorrere la strada che hanno fatto loro – dall’impatto con la sua umanità alla domanda sulla sua divinità –, riproporre il testo del Volantone permanente del movimento (uscito nel 1988), accompagnato dall’immagine di Cristo del Masaccio – che esprime l’attrattiva, la potenza della Sua divinità ora –, ci sembra per noi e per tutti il giudizio più consono alla situazione attuale in cui stiamo vivendo.
Usiamolo perciò nei nostri ambienti. È un’occasione per dire a tutti questo giudizio sulla storia nostra e di tutti. Lo leggo per farlo presente a tutti:
«L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: “Strani uomini… ditemi voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. Allora si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: “Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». […]
Non è ovvio che cosa abbiamo di più caro. Tante volte ci sorprendiamo a scoprire che quello che abbiamo di più caro non è proprio Cristo stesso, ma altre cose che sono conseguenze, non la Sua presenza, non la Sua persona. Il Volantone quindi, è un giudizio, un richiamo, per una memoria di che cosa è il cristianesimo.
Avendolo davanti per tutto l’anno ci auguriamo, come avevamo detto alla presentazione della Scuola di comunità, che cresca sempre di più il desiderio di Cristo […]: potremo non desiderare altro che questo, se capiamo di che cosa abbiamo bisogno; se invece il bisogno si riduce, potremo farne a meno e accontentarci di qualcosa di meno di Lui.

(Dagli Appunti della Scuola di Comunità con Julián Carrón, 29 febbraio 2012)

venerdì 24 febbraio 2012

Cercatelo tra i vivi

Da Tempi.it.





Don Giussani. La sua presenza cercatela tra i vivi

Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede». Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo. 
 
in Attualità
 
22 Feb 2012
 
 
Il 22 febbraio di sette anni fa moriva don Luigi Giussani, prete, uomo, maestro, semplice battezzato – «per essere cristiani basta essere battezzati», diceva ai suoi – che fece assaporare l’osso della vita a tanti che oggi sono insegnanti, medici, professionisti, operai, persone rispettabili ed ex farabutti (i ciellini hanno un debole per i briganti redenti). Sette anni fa nel parcheggio di una scuola di periferia gente di ogni risma s’incolonnava triste ma composta per un ultimo saluto davanti al corpo del “capo”. Una fila paziente e orante, che colpì anche l’immaginazione di Giuliano Ferrara per quel suo modo così “silenziosamente fisico” di rendere l’estremo addio a un padre. Saluto che trovò poi magnificenza qualche giorno appresso in un Duomo (e una piazza) di Milano stracolmi come un dì di festa, per le esequie celebrate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro Papa e amico del fondatore di Comunione e Liberazione. E oggi? Sette anni dopo, dove si può trovare un’orma di quella storia iniziata in un liceo milanese? Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede».
Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo, «un genio dell’educazione», come lo ha definito don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo e fra i primi discepoli del fondatore di Cl. «Giussani – ha detto Camisasca – ha preso per mano migliaia di ragazzi, portandoli a scoprire la convenienza umana di quella fede che molti davano per scontata e molti non conoscevano più. Il suo metodo era mostrarne la ragionevolezza attraverso un coinvolgimento personale: ci portava in montagna, ci raccontava le letture che lo avevano segnato di più, ci faceva ascoltare la musica che lo aveva affascinato durante gli anni di seminario… Tutto diventava per noi strada a Dio perché lo era stato e lo era anzitutto per lui». C’era qualcosa di nuovo nella voce roca di quell’insegnante di religione. «Quando l’ho incontrato – ha narrato Adriana Mascagni, voce storica di Cl – è stato per me un rivolgimento. Non aveva niente di schematico. Era una persona viva, che interloquiva in maniera diversa e seria. Non capivo molto il suo discorso, ma intuivo che era molto diverso da quelli che avevo ascoltato fino ad allora. Non sembrava che parlasse di religione. Parlava dell’umano, dell’uomo, delle sue problematiche vive».

Ne rimase colpito, qualche anno fa, anche un uomo assai lontano da Cl, Adriano Sofri, che in un’intervista a Tempi riconobbe al sacerdote «un’estrema fluidità e prontezza a cogliere qualunque occasione per dire delle cose mai rilegate, mai dogmatizzate, impossibili da trasmettere in una scuola di partito, mettendo al primo posto l’incontro, e poi addirittura la bellezza».

La bellezza, il fascino, una certa inconsueta dose d’allegria (o di «baldanza ingenua», come la chiamava lui) sono parole che hanno sempre trovato agio nel discorso giussaniano. Lo ha rilevato di recente anche il cardinale Julien Ries, tra i maggiori antropologi viventi: «Per riscoprire la Chiesa è necessario trasmettere un entusiasmo per Cristo, che la nostra generazione ha quasi perso. Ma ai giovani è possibile. Si tratta di ritrovarlo nel Vangelo: ci vogliono profeti per la nostra epoca. Ce ne sono stati di recente, come don Giussani, Chiara Lubich e altri». E anche don Antonio Villa, fondatore di una scuola a Tarcento, ha ricordato a tempi.it che il prete di Desio – «che noi chiamavamo “il mungitore” perché si metteva tutto nella spiegazione, gesticolava, stringeva i pugni» – è stato un uomo «per cui valeva la pena vivere. Mi chiamava “il Vilìn”. Questo soprannome è l’asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».

Salvezza. Come è possibile la salvezza? Solo attraverso “un’esperienza”, avrebbe detto il prete di Desio ripetendo una delle parole che più hanno contraddistinto il suo insegnamento. Per questo c’è bisogno di una comunità, di un popolo, di una Chiesa che corregga, indirizzi, sostenga. Altrimenti la fede è uno svolazzo da azzeccagarbugli di sacrestia o l’ultimo buon proposito prima delle ninne nanne equosolidali. «Don Giussani – ha spiegato don Camisasca – è stato il creatore di un popolo: non possiamo mai disgiungere la sua persona da ciò che è nato intorno a lui. Chi guarda la storia d’Italia degli anni Settanta e Ottanta, non può non riconoscere che egli ha letteralmente salvato dalla morte o da una vita disastrata un’intera generazione di giovani. Potevano essere dei terroristi, dei drogati o alcolizzati, dei borghesi… attraverso di lui sono stati e sono uomini felici di vivere, drammatici, capaci di affrontare le difficoltà della vita, fecondi e creativi». Cercatelo tra i vivi, si diceva. «Don Giussani – ha ripetuto ancora don Camisasca – è vivo e continua dal cielo ad assistere ciò che è nato attraverso di lui. Rimane il movimento da lui fondato, guidato da don Julian Carrón, che don Giussani ha scelto come suo successore. Rimangono le persone che sono state a lungo a fianco di don Giussani e quelle nuove che verranno. Rimangono le sue parole, scritte e nei nostri cuori. Rimane tutta la storia che è nata da lui e che è di fondamentale importanza per capire il presente».

domenica 1 gennaio 2012

Il tempo che passa e la schiavitù. Ma ricordiamoci sempre del Leone. Auguri

Riporto il nuovo editoriale di SamizdatOnline, come occasione per fare a tutti i miei auguri per il 2012. In particolare a coloro che hanno appena terminato di fare il bilancio dell'anno passato, fra vittorie e sconfitte, pregi e difetti, cose positive e negative, insomma un'attenta misurazione di ciò che si é stati in grado di fare e ciò a cui invece siamo venuti meno. Della serie "mi sono piaciuto, però in fondo avrei potuto...", con varianti annesse e connesse. Le stesse persone, dunque, che guardano a questo nuovo anno ricche dei famigerati buoni propositi, e quindi dei propri implacabili progetti di perfezione, tutto secondo i propri schemi. 
A queste persone in particolare e a tutti, dicevo, auguro di scoprire la verità di ciò che Chesterton affermava: la felicità vera é una crisi. Non un progetto, non un equilibrio. Una crisi. Proprio quella ventata di vibrante imprevedibilità che irrompe quando ci si innamora, quando si assiste alla nascita di un figlio o fratello, quando si rivede un'amico o se ne scoprono di nuovi, quando ci si appassiona ad una storia che si pensava già di conoscere. E così via.
Una crisi, come Dante davanti a Beatrice sulla cima del Purgatorio.
Il mio augurio é di aspettarsi dal nuovo anno ciò che delittuosamente ci dimentichiamo di chiedere per ogni singolo giorno: vivere tutta la vita fianco a fianco, nell'abbraccio, letteralmente e drammaticamente immersi in qualcosa di grande, con Qualcuno di grande.

Il ruggito del Leone é sempre in agguato, e, con esso, la vera libertà. Auguri.






2012 schiavi o liberi?


FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema schiavitù, quella della morte?
Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto: spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.
Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana, se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che pretendevano di liberare.
Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista, uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del manicomio.
Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna annullarsi, annichilirsi.
Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.
San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.
La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il “servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni: una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone (prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e uccidere, per infrangere le catene.
Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.

Gianluca Zappa

 

sabato 24 dicembre 2011

Gratitudine, umiltà, attesa drammatica. E allegria da trincea. Buon Natale


Nativià, Lorenzo Lotto


"Il Natale, per noi, nel Cristianesimo é diventato una cosa, in un certo senso, semplicissima. Ma, come tutte le verità della tradizione cristiana, esso é, in un altro senso, una cosa assai complessa. La sua unica nota é che esso tocca simultaneamente molte note: umiltà, gaiezza, gratitudine, paura mistica, e anche attesa drammatica. E' non soltanto un'occasione per pacifisti come per i gaudenti; é non solo una conferenza pacifista indù o una festa invernale scandinava. C'è in esso anche una sfida; qualche cosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta. Tutta questa indescrivibile atmosfera natalizia pende in aria come una fragranza non ancora svanita della esultante esplosione di duemila anni fa in quell'ora unica sui colli della Giudea. Ma é il sapore é nettamente riconoscibile; é qualche cosa di troppo sottile o di troppo solitario per esser reso da quel che intendiamo con la parola "pace"La gioia della caverna era simile all'allegria di una fortezza o di una tana di briganti; intesa nel suo vero significato, non sarebbe impertinente dire che era l'allegria di una trincea. Non solo é vero che quella stanza sotterranea era un rifugio contro i nemici, e che i nemici già stavano scorrazzando sulla sua volta di pietra. Non solo é vero che gli zoccoli dei cavalli di Erode possono esser passati rintronando sulla testa abbandonata del Cristo. Ma in quella immagine c'è anche l'idea di un posto avanzato, di una feritoia nella roccia, di un'apertura sul territorio nemico".


GKC, L'uomo eterno



Questa notte é l'inizio dell'unica vera rivoluzione, dell'unica vera ribellione per cui valga la pena vivere: portare ciò che ci é accaduto, portare Cristo nel mondo.

Buon Natale.

martedì 6 dicembre 2011

An attack of wonder, simply because you are alive

Segnalato dal blog della SCI, un immaginario e straordinario monologo di Chesterton dal sito dei Gesuiti britannici. Per leggerlo (e capirlo) basta stare seduti su una sedia.






You can be sitting quietly in a chair and suffer an attack of wonder, simply because you are alive. One moment everything seems boringly ordinary and the next it is suddenly and rapturously extraordinary. One moment you are sitting there with your daily but undramatic nihilism, where nothing seems very special, and the next a chink in your armour lets in a flood of novelty. You break out of the tiny theatre in which your own familiar plot is being played. This is the blessing of the sunrise of wonder. Indeed my main worry about people is that they might stay prisoners, stuck within all that seeming boredom. I wonder about their not wondering enough. You don’t have to be some special Alice to discover wonderland. You are in it all the time. It only needs ordinary imagination to see it. 

So the first fruit of an attack of wonder is the birth of gratitude, even of humility. All the saints in their different ways lived a bottomless abyss of thanks. And then they made their lives into divine poetry, a poetry that opens to an infinite ocean. I exist, I am alive, what a shock, but more so, what a gift. I am given to myself. Life is given to me. 

...




sabato 26 novembre 2011

Un gesto di carità, perché "un uomo vale più di tutto l'universo"

Da IlSussidiario.net






La ragione profonda della carità

venerdì 25 novembre 2011


Che senso ha, sabato 26 novembre, regalare parte della propria spesa a uno sconosciuto, uno dei 120mila volontari della Rete Banco Alimentare, che la farà arrivare a uno o più persone tra il milione e 400mila indigenti, attraverso più di 8mila strutture caritative sostenute? Che senso ha farlo in un momento di crisi in cui per molti anche un euro è prezioso per sopperire ai problemi della disoccupazione o dei difficili bilanci familiari? E poi non ha forse più ragione chi, confidando sui poteri taumaturgici della finanza e della “politica dei giusti” ha ripetuto per anni che “non serve la carità, ci vuole la giustizia”? Sono domande a cui paradossalmente questa crisi mondiale aiuta a trovare risposta.
L’abbiamo visto: la finanza, anche quando non fa addirittura danno, da sola non ce la fa; i paesi del Terzo mondo che crescono di più diminuiscono il loro gap verso i paesi ricchi, ma aumentano di molto le differenze interne tra ricchi e poveri; i paesi sviluppati, oberati di debito pubblico, riescono sempre meno con la spesa pubblica a rendere più dignitosa la vita dei meno abbienti. Non bastano e non basteranno mai progetti politici ed economici. Aveva ragione Benedetto XVI quando nella Deus Caritas Est diceva: “La carità sarà sempre necessaria”.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono… un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”. La nostra civiltà occidentale è intrisa, più ancora che dei segni di violenze e guerre, delle tracce del Buon samaritano, di San Martino che dona metà del suo mantello al povero che ne ha bisogno. La tradizione cristiana chiama tutto questo “carità”, dono di sé commosso per il bene dell’altro, perché non ci si può dimenticare che tutto quel che abbiamo ci è stato donato da un Dio che si è fatto uomo e ha accettato di soffrire e morire per salvarci.
A tal punto questa dimensione caratterizza la nostra civiltà, che anche sistemi di pensiero laici hanno dato vita a leghe di mutuo soccorso, cooperative, opere filantropiche, perché nella nostra civiltà è ancora fortemente radicata la coscienza che “un uomo vale di più di tutto l’universo”. Qualcosa di più di una generica solidarietà o di un semplice trasferimento di beni da una persona a un'altra, ma atti in cui, mossi dal desiderio di bene contenuto nel cuore, viene sacrificato qualcosa per rendere migliore la vita di altri uomini.

Certo, dobbiamo sperare e lottare per assetti politici, economici e finanziari più equi ed efficaci, ma senza questi gesti gli indigenti fra noi che non possono aspettare, vivranno peggio. E non sono solo i poveri ad aver bisogno di gesti così: ancora di più ne hanno bisogno coloro che li attuano, i buoni samaritani e anche i sacerdoti e i leviti di oggi che siamo un po’ tutti noi. Rispondendo con un gesto semplice al bisogno del prossimo sconosciuto, ci ricordiamo che ogni uomo è bisogno e desiderio infinito di cui l’indigenza materiale e spirituale sono solo segni.
E così si risveglia il nostro cuore intorpidito; si riapre la nostra ragione divenuta ottusa e incapace di creare, lottare, soffrire; rinasce in noi un desiderio non ridotto, fattore primo di ingegno, conoscenza, creatività, imprevedibile capacità di generare novità, ricchezza, bellezza, per sé e per gli altri. Così, la crisi diventa una sfida per un cambiamento, come recita un recente quartino di CL: da un gesto di carità come quello della Fondazione Banco Alimentare rinasce la speranza di un popolo perché possiamo essere più consapevoli di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo; e poi possiamo scoprire come questi gesti possono educare un popolo ad allargare l’orizzonte alle necessità di tutti.


martedì 22 novembre 2011

Cosa resta quando tutto crolla

Da L'Osservatore Romano del 18 novembre. A proposito di crisi.





 Cosa resta quando tutto crolla



«E Dio vide che (…) era cosa buona (…) era cosa molto buona». Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona. Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?
Questo atteggiamento sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva. Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele? Soltanto a motivo della sua storia.
L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà. Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore. C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità.
Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi. Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede. È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Isaia, 40, 12s., 26-28).
Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla. Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione. La chiave di volta è sintetizzata dalla frase: la realtà è positiva. Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così.
La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia (sarebbe una magra consolazione), ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (Luigi Giussani, Si può [veramente?!] vivere così?, Milano, Bur, 2011, pp. 292-293).
La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. È ontologicamente positiva la realtà. Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse, provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.
«Una crisi — dice Hannah Arendt — ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 229).
Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”.
In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida. Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.
Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale. Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana. Allora la fede è inutile. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza. Se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.
 
Julian Carròn

domenica 13 novembre 2011

Like a thousand sunrises







La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
"A modern retelling of the parables of The Good Sheperd and The Prodigal Son", secondo le parole dell'autore. Un padre alla ricerca di un figlio. Una trama universale, un poeta e un artista originale. Mi bastano queste parole per riaccendere la fame dello splendore e della bellezza dell'orizzonte che i romanzi di O'Brien testimoniano e spalancano: l'unico motivo per cui questo romanzo é qui ora fra le mie mani é semplicemente perché io ne ho bisogno. Bisogno di questo sguardo, di queste domande, di una storia ricca di dramma e contemplazione. 
Chesterton scriveva che chi ha coscienza della Chiesa come di una maestra viva si aspetta ogni giorno di scoprire una nuova e inaspettata verità, esattamente come fare colazione con Platone o ascoltare Shakespeare far tremare l'universo con una nuova poesia.
Questo accade realmente. Chi non vorrebbe dunque essere presente? E allora cosa altro aspettare quando esce un nuovo romanzo di O'Brien?  


Ecco il "trailer" del libro:




"This is a magnum opus in quality as well as quantity. All of O'Brien's large and human soul is in this book as in none of his shorter ones: father, Catholic, Russophile, Canadian, personalist, artis, storyteller, romantic. There is not one boring or superfluous page. When you finish The Father's Tale you will say of it what Tolkien said of The Lord of the Rings: 'It has one fault: it is too short'. A thousand pages of Michael O'Brien is like a thousand sunrises: who's complaining?"

Peter Kreeft, Ph. D., Boston College
Author, You Can Understand the Bible


"To enter the domain into wich this book take its readers is to find oneself in the precincts of Holiness, really. Everything is here: suspense, poignancy, darkness, goodness, radiance, courage and joy. George MacDonald, Charles Williams, Chesterton, Lewis, and, yes, Dostoyevsky, have ventured across the borders of this terrain. The scrim that lies between ordinariness and That Which Lies Beyond ordinariness is pierced. Michael O'Brien's achievement here is, I think, titanic."
Thomas Howard
Author, Dove Descending: T.S. Eliot's Four Qaurtets


"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."

David Lyle  Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University


"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels." 

Fr. Joseph Fessio, S.J. 




giovedì 20 ottobre 2011

The Father's Tale

Dalla newsletter di Michael D. O'Brien, una grandiosa e attesissima notizia: l'uscita di The Father's Tale, il suo ultimo romanzo.





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My novel, The Father's Tale has just been published by Ignatius Press. It is the story of Alex Graham, a quiet middle-age man waiting to die. A widower with two sons, he is the owner-manager of a small town bookshop, considered by all who know him to be a "boring man, an unimportant man," and he is contented to be so. When one of his sons disappears without explanation or any hint of where he has gone, the father begins a long journey that takes him for the first time away from his safe and orderly world. As he stumbles across the merest thread of a trail, he follows it in blind desperation and is led step by step on an odyssey that brings him to fascinating places and sometimes to frightening people and perils.

Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself.  This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.


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venerdì 14 ottobre 2011

A cosa può servire un cristianesimo senza Cristo?

Se c'è un motivo per cui da un po' di decenni a questa parte il cristianesimo ha perso in fascino e interesse é proprio perché ci si é dimenticati (o si é voluto dimenticare) che il cristianesimo é Cristo stesso. Questo ha lasciato in piedi un edificio di regole e schemi vuoto e pesante e in fin dei conti inutile. Di certo non influente o di scandalo (nell'accezione vera del termine). Non c'è da stupirsi quindi che oggi si acclami, da parte di un certo mondo laico, a quanti affermano addirittura la convenienza di un cristianesimo senza Cristo, perché "il bene é più importante della fede", come ad esempio accade nell'ultimo film di Ermanno Olmi. Ma davvero é così? Non siamo forse circondati da gente stanca di fare il bene "perché deve", di sforzarsi di essere brava, di seguire regole e "valori"? C'è ancora qualcuno che é disposto ad alzarsi e darsi da fare semplicemente per "fare il bene"? 
Certo, un aiuto e una buona azione rimangono tali comunque; ma non si corre il rischio che anche questa diventi una nuova ideologia? Con le conseguenze di tutte le ideologie, cioé l'annichilimento umano di chi si vota a esse.
 
E poi, quanto possono durare i frutti senza la loro radice? Serve davvero un cristianesimo senza Cristo? Sarebbe come sposarsi senza una moglie.


Da Tracce.it






IL VILLAGGIO DI CARTONE Serve un cristianesimo senza Cristo?

di Maurizio Caverzan

07/10/2011 - Esce nelle sale l'ultimo film di Ermanno Olmi. La storia di un prete che accantona il crocifisso, ormai «lontano nel tempo», per dedicarsi totalmente agli immigrati nordafricani. Realizzerà il suo desiderio di voler bene?


«Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede». È la frase centrale de Il villaggio di cartone, il nuovo e quasi certamente ultimo film di Ermanno Olmi, che il regista fa pronunciare al vecchio prete, suo alter ego.
Alla prima scena di quello che si propone come un apologo religioso, senza una motivazione esplicita, il grande crocifisso che giganteggia sull’altare di una chiesa viene rimosso da un braccio meccanico e lo stesso avviene per le immagini sacre delle pareti. Dapprima l’anziano sacerdote, quel Michael Lonsdale che abbiamo visto innamorato di Cristo in Uomini di Dio, sembra rammaricarsene. Ma poco alla volta, pur assalito dai dubbi a proposito della sua stessa vocazione, ritroverà coraggio e motivazioni, anche se di natura assai diversa. Ora tra i banchi e presso l’altare si è rifugiato un manipolo di immigrati nordafricani: il battistero è diventato un abbeveratoio e le candele votive servono a scaldare gli ospiti infreddoliti. Così l’edificio sacro, è questa la metafora voluta da Olmi, diventa vera «casa di Dio» perché luogo di accoglienza e di solidarietà degli ultimi. Non vi si celebrano più i sacramenti né vi si annuncia Cristo morto e risorto per la redenzione dell’uomo. Il centro della storia sono gli immigrati. Così, quando una di loro partorisce in sacrestia, Olmi può citare una nuova natività. E quando il gretto sacrestano (Rutger Hauer) rivela ai vigilantes la presenza degli immigrati nella chiesa sconsacrata, il richiamo al tradimento dell’Orto degli ulivi è immediato. In tutta questa simbologia, però, Cristo è scientemente messo da parte. E a un piccolo crocifisso superstite l’anziano prete dice di «non provare pietà» per lui, ma di sentirlo «lontano nel tempo». Però «il bene è più della fede» e, dunque, missione compiuta.
Purtroppo, c’è da temere che la vera missione compiuta de Il villaggio di cartone sia l’affermazione di un grande equivoco. Un cristianesimo senza Cristo non può che ridursi a religione civile, a mistica sociale. Un vago spiritualismo buono per tutte le stagioni che propaga una falsa idea di carità. Ed è pronto per essere applaudito nei programmi di moda della televisione o nei templi della cultura laica. Tutto questo sebbene nelle interviste per la promozione del film, Olmi abbia confidato di sentirsi finalmente «libero da tutte le chiese». Ribadendo, peraltro, che il crocifisso è «un simbolo di cartone» e che «Gesù Cristo è morto duemila anni fa. Oggi bisogna genuflettersi davanti a chi soffre, agli immigrati, ai giovani devastati dalla droga a chi è senza casa». È vero, per fare il bene non serve la fede: anche gli assistenti sociali o le onlus si prefiggono di farlo. Per un cristiano, invece, il bene coincide con la persona di Cristo, «centro del cosmo e della storia». È quella persona «ciò che abbiamo di più caro», il vero «scandalo» del cristianesimo anche per l'uomo del Terzo millennio. A chi le chiedeva le ragioni della sua missione, Teresa di Calcutta ha risposto in modo inequivocabile: «Non sono un’assistente sociale, né una filantropa. Faccio ciò che faccio perché vedo in ogni povero il volto di Cristo».

Il villaggio di cartone
di Ermanno Olmi
con Michael Londsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber
 

martedì 4 ottobre 2011

Francesco, il suo grande e bellissimo segreto e i commentatori parziali

Ecco l'editoriale dell'edizione di ieri de IlSussidiario.net riguardo uno dei santi più (s)conosciuti di sempre.


S. Francesco d'Assisi, affresco della Basilica inferiore di Assisi, Cimabue (particolare)


Quanti "errori" su San Francesco

 
lunedì 3 ottobre 2011
 
I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia e l’approssimarsi dell’incontro interreligioso di Assisi hanno riacceso i riflettori su quello straordinario personaggio che è stato il figlio di Pietro Bernardone, quel Francesco d’Assisi che dell’Italia è il patrono e del dialogo interreligioso un antesignano, per via del suo famoso viaggio dal Sultano.
A dire il vero, i riflettori non si sono mai del tutto spenti. Forse nessun altro santo italiano è stato altrettanto frequentato da storici, teologi, pittori, cineasti, commediografi eccetera. Ora anche grandi quotidiani gli dedicano intere paginate, magari per ricordare che Francesco è stato strumentalizzato ai tempi del fascismo come prototipo di un’italianità aggressiva e poi, a loro volta, strumentalizzarlo per dire quanto i politici attuali sono lontani dalla francescana sobrietà e dalla sua esigente povertà e castità.
In effetti, san Francesco è stato spesso descritto con parzialità. Così abbiamo dovuto sorbirci - per limitarci agli ultimi decenni - il contestatore dell’autorità ecclesiastica, l’ecologista adorante più la madre terra che il suo Creatore, il pacifista a oltranza, il mite dialogante con l’Islam, lo spregiatore del nascente capitalismo, il mistico disincarnato.
Evidentemente ognuna di queste immagini parziali ha dovuto nascondere qualcosa della biografia del santo: la sua cristallina ubbidienza alla Chiesa gerarchica, pur nella consapevolezza acuta dei suoi limiti; la coscienza che il creato è «fratello» perché inserito nel gran disegno della salvezza, fino al punto di sentire fraternamente anche la cosa più lacerante dell’esistenza: la morte; la visione cavalleresca e quindi in un certo senso combattiva della propria vita terrena; il desiderio di convertire a Cristo, unica via di salvezza, anche i seguaci di Maometto; la povertà come imitazione di Cristo e non spregio dell’onesta intraprendenza; la carnalità del rapporto con il Signore crocifisso fino ad assumerne sul proprio corpo le ferite.
Eppure sarebbe così semplice non essere parziali e guardare Francesco per quello che è stato. Basterebbe, ad esempio, osservare uno dei più antichi ritratti, quello del Cimabue nella basilica inferiore di Assisi. La scena è in gran parte occupata dalla Vergine col Bambino seduta su un imponente trono circondata da angeli. Lui, Francesco, è sulla destra, un passo indietro, come non volesse distrarre l’attenzione da ciò che veramente conta. Mostra la ferita al costato quasi con timidezza e guarda lo spettatore con la dolcezza sicura di chi ha un grande e bellissimo segreto.
Deve essere stato proprio questo sguardo che ha prodotto lo straordinario movimento di uomini e donne che lo hanno seguito su una strada ardua, in cui la «perfetta letizia» implica essere maltrattati e irrisi, la ricchezza coincide con la libertà da ogni possesso, la massima espressione di sé con la sequela del vangelo «sine glossa».
Nessuno come Dante ha saputo cogliere quell’attimo in cui un uomo capisce che gli conviene seguire totalmente un altro uomo e quello che quest’altro sta guardando. È perché hanno visto i «lieti sembianti» e il «dolce sguardo» di Francesco e della sua amata Povertà che Bernardo «corse dietro a tanta pace», senza calcolare il prezzo. È per la scoperta di una «ignota ricchezza» che «scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro».
Tutti i commentatori parziali di san Francesco non si sono mai scalzati di niente.

 

mercoledì 21 settembre 2011

Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?



The Tree of Life


"L'emozione più forte é stata quella di scoprire che la vita é altrettanto preziosa quanto sconcertante. E' stata un'estasi perché era un'avventura, é stata un'avventura perché era un'opportunità. La bellezza di una fiaba non dipendeva dal fatto che ci fossero più draghi che principesse; una fiaba é bella e basta. La misura di ogni felicità é la gratitudine e io mi sentivo grato, anche se non sapevo esattamente nei confronti di chi. I bambini sono grati a Babbo Natale quando riempie le loro calze di dolci e giocattoli. Non potevo essergli grato anch'io per aver messo nelle mie calze un miracoloso paio di gambe? Noi ringraziamo chi ci regala una scatola di sigari o delle pantofole per il compleanno. Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?"

GKC, Ortodossia

mercoledì 7 settembre 2011

La via della bellezza

 Riporto il testo integrale (con un grazie ad Andrea per questa segnalazione, un testo che rischiavo di perdermi) dell'udienza generale di B XVI del 31 agosto sulla bellezza come via privilegiata nel rapporto con Dio.
Dove trovare oggigiorno un uomo che come il Papa sappia andare in modo così umano fino all'implicazione ultima di un'esperienza sempre sulla bocca di tutti ma quasi mai vissuta e penetrata per quello che é?
Una spada che trafigge, una ferita che si allarga, un cantico che si scioglie in ringraziamento. 



Cappella Sistina

 
Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.

Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.

venerdì 2 settembre 2011

Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita


Una scena da The Tree of Life, in uscita in dvd l'11 ottobre 2011


"Ora la Signora si rialzò e prese ad allontanarsi. Gli altri Spiriti brillanti le andarono incontro per riceverla, cantando mentre lei arrivava:

La Santa Trinità é la sua dimora: niente può turbare la sua gioia.
Ella é l'uccello che sfugge a ogni rete, il cervo selvaggio che scavalca ogni trabocchetto.
Come la madre uccellino per i suoi piccoli o uno scudo per il braccio del cavaliere: così é il Signore Iddio per la sua mente, nella Sua immutevole lucidità.
I diavoli non la spaventeranno nell'oscurità, le pallottole non la spaventeranno nel giorno.
Le falsità atteggiate a verità l'assaliranno invano: ella vede attraverso la menzogna come se fosse un vetro.
L'invisibile germe non la danneggerà, e neanche il sole cocente.
Egli invierà dèi immortali a raggiungerla su ogni strada su cui ella deve viaggiare.
Essi la tengono per mano nei punti più ardui, ella non tira indietro i suoi piedi nell'oscurità.
Ella può camminare tra i leoni e i serpenti a sonagli, fra i dinosauri e le covate di leoncini.
Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita, Egli la porta a vedere il desiderio del mondo"


da Il grande divorzio. Un sogno di C. S. Lewis, Jaca Book, pag 129

domenica 28 agosto 2011

Non prodotti, ma collaboratori della Sua opera





Eccomi di ritorno da due settimane intense e di cammino: dalla GMG di Madrid fino al Meeting di Rimini (compresa la tratta in pullman Saragozza-Rimini, epica e indimenticabile impresa). Tanti i frutti, e soprattutto gli innumerevoli incontri, i semi gettati e quelli che già cominciano a crescere meravigliosamente.
E' come essere presi per mano ed essere portati, così come si é, dentro a qualcosa di infinitamente grande.
A proposito del titolo del Meeting di quest'anno, "E l'esistenza diventa un'immensa certezza", non avevo colto appieno la sua portata fino a quando non ho letto come veniva presentato da alcune testate nazionali, cioé dentro ad uno zoom globale:  i disastri nuncleari e ambientali, le guerre nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la crisi politica ed economica a livello mondiale. Ed ecco che qui, invece, si parla di immensa certezza. Una sfida. Tutto questo a dimostrazione della radicalità di una certezza in un mondo che invece non sa dove guardare (non é forse così nelle nostre classi, nelle nostre scuole? Fra i nostri amici?); a dispetto degli altri anni, forse, proprio per questo tipo di presentazione dentro al contesto di crisi mi sembra di aver colto, almeno in alcuni casi, una crepa nello scetticismo e nel cinismo soliti con cui si é sempre trattato lo strano caso della Fiera di Rimini a fine agosto. Come a dire: eppure questi di qualcosa sono certi, e si vede. Lo si può cogliere nell'inchiesta uscita su Repubblica qualche giorno fa, "Il mondo di CL", dove il giornalista, nonostante tutto, non ha potuto fare a meno di lasciarsi colpire e stupire da ciò che accade al Meeting.

Da Tracce.it, ecco uno stralcio della lezione del filosofo Fabrice Hadjadj dal titolo "L'inevitabile certezza: riflessione sulla modernità", tenuta in Fiera il 25 agosto

...

"Dopo la distruzione della certezza moderna, nel mezzo dell’incertezza postmoderna, legata alla coscienza della scomparsa probabile, imminente, della specie umana, quale immensa certezza ci rimane? Oramai, se la nostra fede si fonda solamente su un’ideologia o un reclutamento, non può più tenere. Don Giussani l’aveva compreso molto bene. E per questo esigeva che ciascuno ripartisse dalla propria esperienza più concreta, e per questo reclamava che ciascuno pensasse a partire dal semplice fatto dell’esistenza. Ed eccola l’immensa certezza: c’è qualche cosa e non niente; io sono qui, tu sei qui, e abbiamo sotto i nostri occhi queste cose semplici, ma misteriose per il solo fatto che sono qui, giusto davanti a noi, questo tavolo, questo bicchiere, queste luci elettriche e soprattutto, all’esterno, la luce del giorno... [...]
Questa è dunque l’immensa ed inevitabile certezza dell’esistenza: ho ricevuto la vita per dare la vita, e questo dono esige una speranza che vada oltre questo mondo ed attraversi la sua oscurità. Perché questa oscurità, mi chiederete? Se potessi rispondervi chiaramente, questa oscurità non sarebbe più tale. Ciò che posso tuttavia intuire è che questa oscurità non è soltanto una privazione di luce, ma è anche la possibilità di partecipare all’opera della luce.
Dio, nella sua generosità, non vuole solamente offrirci una strada, vuole anche che apriamo un passaggio nell’impasse. Non vuole solamente che siamo rischiarati; vuole anche che facciamo noi stessi chiarore. Non vuole solamente darci la vita; vuole anche che la diamo là dove sembra regnare solamente la morte. Ecco perché la sua benedizione può apparire come una maledizione. C’è bisogno di chi faccia chiarore solo dove non c’è abbastanza luce. C’è bisogno di chi apra una via solo dove si rischia un passo nel vuoto. [...]
Se non ci fosse questa oscurità, se per esempio tutto fosse dissodato, tracciato, masticato in anticipo, Dio sarebbe meno generoso. Saremmo i prodotti della sua opera e non i collaboratori alla sua opera. Ora Lui ci vuole cooperatori. [...] Immaginate un solo istante che ciascuno possedesse la certezza di Dio come un auricolare che lo mettesse direttamente in comunicazione con lui: ciascuno starebbe chiuso nella sua bolla; non avremmo più bisogno gli uni degli altri, non dovremmo più a credere nella luce in modo da vederla apparire sui nostri volti e farla risplendere nelle tenebre. Ma Dio vuole una certezza di cui noi siamo i cooperatori, un suolo stabile che possiamo dispiegare fin nel vuoto dell’avvenire, attraverso tutto il nostro essere. [...]"




Mi viene in mente in questo momento, e di certo non é una coincidenza. Il titolo dell'evento di Rimini accoglie quello dellla Giornata di Madrid, aprendo una finestra e un respiro sulla vita, pur nel dramma, che é dell'altro mondo in questo mondo: 

Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede. E l'esistenza diventa un'immensa certezza.