Riporto il nuovo editoriale di SamizdatOnline, come occasione per fare a tutti i miei auguri per il 2012. In particolare a coloro che hanno appena terminato di fare il bilancio dell'anno passato, fra vittorie e sconfitte, pregi e difetti, cose positive e negative, insomma un'attenta misurazione di ciò che si é stati in grado di fare e ciò a cui invece siamo venuti meno. Della serie "mi sono piaciuto, però in fondo avrei potuto...", con varianti annesse e connesse. Le stesse persone, dunque, che guardano a questo nuovo anno ricche dei famigerati buoni propositi, e quindi dei propri implacabili progetti di perfezione, tutto secondo i propri schemi.
A queste persone in particolare e a tutti, dicevo, auguro di scoprire la verità di ciò che Chesterton affermava: la felicità vera é una crisi. Non un progetto, non un equilibrio. Una crisi. Proprio quella ventata di vibrante imprevedibilità che irrompe quando ci si innamora, quando si assiste alla nascita di un figlio o fratello, quando si rivede un'amico o se ne scoprono di nuovi, quando ci si appassiona ad una storia che si pensava già di conoscere. E così via.
Una crisi, come Dante davanti a Beatrice sulla cima del Purgatorio.
Il mio augurio é di aspettarsi dal nuovo anno ciò che delittuosamente ci dimentichiamo di chiedere per ogni singolo giorno: vivere tutta la vita fianco a fianco, nell'abbraccio, letteralmente e drammaticamente immersi in qualcosa di grande, con Qualcuno di grande.
Il ruggito del Leone é sempre in agguato, e, con esso, la vera libertà. Auguri.
2012 schiavi o liberi?
FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra
esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da
qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo
lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e
chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione
di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che
ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha
potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si
rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema
schiavitù, quella della morte?
Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre
pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto
la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili
pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna
tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto:
spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.
Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie
mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo
eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si
sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola
libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano
certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana,
se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in
nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse
fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che
comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita
eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi
divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che
pretendevano di liberare.
Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia
la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di
Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi
sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista,
uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un
vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E
l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del
manicomio.
Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da
miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si
sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il
fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna
essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che
conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le
filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal
rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna
annullarsi, annichilirsi.
Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande
novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la
libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un
autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e
realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi
anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si
è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.
San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio,
volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui
stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da
quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.
La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il
“servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni:
una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone
(prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e
uccidere, per infrangere le catene.
Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.
Gianluca Zappa
La Cittadella socio di SamizdatOnLine

1 commento:
Grazie mille amico mio, a presto, nella gloria
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