"Le storie pagane sono Dio che esprime Se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi ha trovato, mentre il Cristianesimo è Dio che esprime se stesso attraverso quello che chiamiamo "realtà"".
C. S. Lewis
Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena


Torna Roger Scruton con un saggio sulla bellezza e sull'odio ad essa nel mondo moderno. Certamente imperdibile.
![]()
Da IlSussidiario.net Fuga dalla bellezza e da Leopardi
venerdì 27 marzo 2009.
Della bellezza Leopardi è stato indomabile ricercatore. In Aspasia la chiama «raggio divino» e in Alla sua donna le dedica uno struggente canto: «Di qua dove son gli anni infausti e brevi / questo d’ignoto amante inno ricevi».
E della bellezza si occupa l’ultimo saggio di Roger Scruton (Beauty, Oxford University Press), anticipato in parte qualche giorno fa da Il foglio. Senza troppi giri di parole, Scruton afferma che la nostra cultura è dominata - in direzione opposta a Leopardi - dalla «fuga dalla bellezza». Nel nostro mondo «c’è un desiderio di eliminare la bellezza, di cancellarla». Esempi? Il luogo comune secondo il quale ogni forma artistica deve rompere gli schemi, deve scandalizzare e urtare, deve violare l’armonia. Basta leggere le pagine culturali dei quotidiani per accorgersi che una caratteristica che l’opera d’arte deve avere per essere accettata come moderna ed efficace è proprio il suo carattere di rottura, di scandalo, di stranezza. Scrive Scruton che un must della produzione artistica attuale è quello «di sfidare l’ortodossia e liberare dalle costrizioni convenzionali»; la bellezza, quella che di schianto ognuno sente come tale, è «declassata come qualcosa di troppo dolce, troppo legato all’evasione e troppo lontano dalla realtà per meritare la nostra disincantata attenzione».Ma perché la cultura moderna ha imboccato questa traiettoria «contro» la bellezza? «Perché la bellezza ci fa una richiesta: chiede di rinunciare al nostro narcisismo e di guardare al mondo con riverenza». In altre parole, la bellezza «ci dirige oltre questo mondo, verso un “regno dei fini” nel quale le nostre brame immortali e il nostro desiderio di perfezione sono finalmente soddisfatti».
Insomma, la bellezza è un segno. È una apertura, un punto di fuga verso il definitivo, il consistente, l’eterno; «finestra sul mistero» dicono gli iconografi orientali. Essa ha una inestirpabile dimensione religiosa: partendo dal reale intuisce e desidera l’armonia definitiva cui aspiriamo.
Per questo la «fuga dalla bellezza» ha una connotazione decisamente anti religiosa: si combatte la bellezza perché si rifiuta la dinamica del segno presente nella realtà. Scruton usa infatti la parola «dissacrazione» e dice che essa «è un tipo di difesa contro il sacro, il tentativo di distruggere le sue richieste. Le nostre vite sono giudicate dalla presenza di cose sacre e al fine di fuggire a quel giudizio distruggiamo ciò che sembra accusarci». Le nostre vite sono giudicate dal desiderio del vero, di cui la bellezza è splendore. Diceva Nietzsche: «Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio».
Ma per quanto odiata e dissacrata possa essere la bellezza, per quanto irraggiungibile e misterioso possa apparire ciò di cui è segno, essa si ripropone. Sì che ciascuno - consapevole della «differenza reale fra il sacrilegio, con il quale siamo soli e inquieti, e il bello, con il quale siamo in compagnia e a casa» - può condividere l’esperienza della «cara beltà» descritta da Leopardi: «Di te pensando, / a palpitar mi sveglio» (Alla sua donna).

Tutti sanno che Benedetto XVI ci vuole bene, non abbiamo dubbi. I dubbi piuttosto ce li abbiamo su chi ci manda i preservativi invece dell'aspirina. Su chi riconosce che siamo esseri umani non abbiamo dubbi.
Rose Busingye, infermiera ugandese, "Così l'Uganda sta vincendo la lotta all'Aids senza preservativi", Il Foglio 20 marzo 2009
«Dicono che sono folle perché curo gli incurabili, ma vorrei che la piantassero di parlare a priori e venissero a vedere la vita dei miei rifiuti umani»

Questo prete ci darà un sacco di guai. Prossimo è il tempo in cui le sue lettere, le toccanti e terribili lettere in cui descrive le sofferenze dei suoi moribondi e l’amore che lo sospinge continuamente ai loro capezzali, là nell’ospedale della missione di San Rafael in Paraguay, verranno agitate nei talk-show per accusare i cattolici di sadismo e forse scrutate negli uffici dei magistrati come notizie di reato per chiudere i lazzaretti in cui i cristiani si compiacciono di assistere l’agonia di «esseri mostruosi e deformi», come li ha definiti Giorgio Bocca sull’Espresso. E il suo clamoroso gesto di protesta contro il capo dello Stato che si è rifiutato di firmare il decreto legge che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro (la restituzione della decorazione della Stella della solidarietà di cui era stato insignito) ci sarà rinfacciato come la prova della slealtà dei cristiani verso le istituzioni. Guai a chi, quel giorno, lo rinnegherà. Perché sarà la stessa cosa che rinnegare Cristo e se stessi. Padre Aldo Trento, 62 anni, quarant’anni di sacerdozio di cui venti di naufragio della vocazione e della salute sprofondate nel nero gorgo della depressione, è infatti un santo “per filiazione”. Figlio di don Luigi Giussani e figlio del popolo di don Giussani, cioè Comunione e Liberazione. Non è il santo che appare dal nulla come una folgore nella notte; è carne della carne di don Giussani e dei figli di don Giussani (primo fra tutti il sacerdote forlivese don Alberto Bertaccini), lentamente generato nella fatica e nell’umiltà davanti alla sofferenza incomprensibile della depressione. Don Aldo esercita il diritto e compie il dovere di scandalizzare mostrando ed esaltando il contenuto provvidenziale della sofferenza dei piccoli e degli innocenti, perché ha vissuto nella propria carne patimento analogo e ne ha infine abbracciato la verità per la Grazia della compagnia di chi gli è stato vicino sempre, fedelmente. La sua voce rauca e nebbiosa, così simile a quella del più famoso prete di Brianza da far trasalire, trasmette verità che non lasciano scampo, perché coincidono con la drammaticità di una vita vissuta.
Padre Aldo, nel contesto della vicenda che ha portato alla soppressione di Eluana Englaro lei ha compiuto un gesto di protesta clamoroso: ha restituito l’onorificenza di cui era stato insignito dal capo dello Stato. Perché lo ha fatto?
Perché l’uomo è un mistero, è relazione con l’Infinito. Io non posso pensare neanche per un istante che un presidente della Repubblica non rispetti la storia in cui questa coscienza dell’uomo come “io sono Tu che mi fai” ha creato il tessuto culturale e la civiltà non solo di un popolo, ma di un intero continente. Il gesto che ho fatto è stato come dire: «Caro presidente, guardi che lei non è il padrone della vita di nessuno. Anche lei in questo momento è fatto da un Altro, e mi duole che lei non possa capire questo». Anche perché io penso che col passare degli anni, avvicinandosi al giorno della propria morte, l’uomo se usa correttamente la ragione dovrebbe avere più acuto il senso dell’aldilà, il senso dei Novissimi, il senso del giudizio di Dio. E come può un uomo essere tanto arrogante da impedire che una persona umana, autenticamente umana, possa continuare vivere? Il secondo motivo della mia reazione è che mi sono sentito toccato nel cuore. Di Eluana si diceva che era allo stato vegetativo. Ma in fondo anch’io mi sono trovato allo stato vegetativo spiritualmente e moralmente per anni. Se è vero che la vita è vita quando ha un significato, io ho avuto momenti della vita in cui avevo perso il significato e avrei desiderato morire. Però ho incontrato un uomo, Giussani, che dallo stato vegetativo mi ha fatto rivivere, scoprire la bellezza della vita, il significato della vita. Facendomi anche capire che il significato non coincide con la funzione biologica, ma con il fatto che io possa essere cosciente di essere creatura divina. E se succedesse che io fossi incosciente, tuttavia farei ancora parte del Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Il terzo motivo è che nella mia clinica non ho un caso Eluana, ma tanti. Eppure quando mi inginocchio davanti a queste piccole Eluana, penso all’Amore del Padre verso di me, che potendo offrirsi Lui come vittima d’Amore, ha preferito come segno di Amore ancora più grande di offrire suo Figlio sulla croce per me. Un giorno mentre dicevo Messa nella stanzetta di questi bambini malati ho letto il passo della Lettera agli ebrei dove si dice che Dio castiga quelli che ama. Non capivo. Ma ho guardato il crocefisso e ho guardato Victor, uno dei piccoli malati. E in quel momento ho capito che Victor è un privilegiato. Perché se Gesù è stato castigato per amore nei miei confronti, allora Victor è Gesù che sta soffrendo per me e per tutti, perché possa salvarmi io e salvarsi il mondo intero. Ma l’uomo di oggi non vuole sentire questo, ha eliminato Eluana perché vuole eliminare il crocefisso. C’è questa tendenza a eliminare il crocefisso dai luoghi pubblici perché si vuole eliminare tutto quello che ci ricorda il dolore. Ma il dolore è l’inevitabile condizione per la bellezza, perché uno possa incontrare il Mistero. Se io non avessi conosciuto la depressione per anni, se non avessi conosciuto in me l’odio alla vita, però sotto il manto di Giussani e della Madonna, credo che Dio non avrebbe potuto fare di me uno strumento di amore e di tenerezza verso tutti i rifiuti umani che riempiono la città di Asunción e dintorni, che porto con me come figli e fratelli, come altri Cristi.
Oggi la battaglia culturale è proprio su questo: ci sono intellettuali, come Lidia Ravera, che accusano le persone come lei di sadismo, dicendo che chi cura i malati incurabili lo fa per sfruttare le loro sofferenze, per sentirsi buono attraverso di loro. Oggi il giudizio morale va ribaltandosi: chi vuole curare i malati è crudele, perché vuole mantenerli nella sofferenza, chi li sopprime invece è veramente compassionevole.
Il problema è tutto nella risposta a una domanda: chi è l’uomo? Se l’uomo, come dice Sartre, è “una passione inutile”, un essere per la morte, allora non ho niente da obiettare. Però ci sono in noi delle cose inesplicabili come l’esigenza di amore, di infinito, di eternità, di bellezza. Questa nostalgia dell’eterno suggerisce che l’uomo è il frutto più bello del Mistero. Per cui, se Dio esiste, tutto ha un significato. In secondo luogo, questi signori non hanno conosciuto quello che ho conosciuto io, o che ha conosciuto Pavese, o che ha conosciuto Leopardi, o che hanno conosciuto tante persone: il “male del vivere”. Chi ha conosciuto il male del vivere ma ha avuto la Grazia, a differenza di Pavese, di incontrare un uomo come Giussani che lo ha amato, capisce bene che il sadismo è il loro, non il mio. Io sono uno che è resuscitato, che con molta facilità se non avesse avuto l’incontro con Giussani si sarebbe volentieri autoeliminato. Credo che quello che umilmente faccio io oggi sia l’espressione di un amore. Perché solo Dio sa quanto soffro, quanto soffro in questo dolore. Però non mi importa se non mi caspiscono. Forse grazie al mio dolore e al dolore dei miei figli anche per loro ci sarà, nell’ultimo istante della vita, un barlume minimo di lucidità per il quale si renderanno conto di ciò che ora, ubriachi di orgoglio come il demonio, disprezzano.
In questo momento storico drammatico è però successo anche un fatto inaspettato: mentre non pochi cristiani mostrano cedevolezza alla mentalità comune sui temi bioetici – l’ultimo caso è appunto quello dell’eutanasia a Eluana Englaro – ci sono stati degli atei e degli agnostici che mostrano sensibilità per la sacralità della vita. Il caso più clamoroso è quello del medico e cantante Enzo Jannacci, che si dichiara ateo, e che ha evocato «una carezza del Nazareno» per Eluana.
Ci sono uomini autentici che hanno una coscienza limpida di cos’è la ragione. Perché se la ragione è la capacità di guardare la realtà secondo la totalità dei fattori, allora capisco perché Jannacci ha detto quelle cose. Mentre tanti cattolici, proprio perché non fanno un uso corretto della ragione, non hanno neanche la coscienza della fede. La ragione ti apre la totalità dell’altro, te lo fa vedere come il riflesso del Mistero, qualcosa che sfugge alla tua portata. Jannacci mi ha commosso perché, come Leopardi, non è realmente un ateo. È più autenticamente religioso di migliaia di cattolici e anche di preti come quelli di Udine, favorevoli all’eutanasia su Eluana.
Il cristiano è chiamato alla testimonianza. Come deve essere la sua testimonianza nell’ambito politico, in questo momento storico drammatico? Che responsabilità deve esercitare?
È necessario prendere sul serio il magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, cioè prendere sul serio il cuore del cristianesimo, che è l’amore alla persona nella sua totalità. Dio vuole che la politica torni realmente ad essere per l’uomo, per la sua integralità. Ciò sarà possibile solamente se recupereremo un concetto chiaro di ragione. La sfida è lì: dobbiamo decidere chi è l’uomo. Se l’uomo è un numero che è uscito alla roulette, come dice Monod, allora è possibile tutto. Ma se l’uomo è relazione con il Mistero, le cose stanno diversamente. La politica deve decidere: o seguire quello che dice Monod, o decidere per quello che è l’uomo secondo la ragione: “Io sono Tu che mi fai”. La politica deve recuperare questa prospettiva del Mistero, altrimenti tutto diventa assurdo.
Lei ha fatto l’esperienza di quel che dice san Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte per Cristo». Oggi la Chiesa è debole davanti alle potenze del mondo. Come può trasformare questa debolezza in forza?
A me impressiona quello che diceva Giussani: noi cristiani, e soprattutto molti pastori, vescovi, preti, religiosi, abbiamo vergogna di Cristo. Questo credo sia il delitto più grande. Se il mondo è quello che è, è perché noi, come dice Eliot, abbiamo abbandonato l’uomo. In America latina è evidente, anche nel mio paese: disobbedendo alle direttive del Santo Padre, un vescovo si è presentato alle elezioni e si è tirato dietro il 90 per cento del mondo cattolico. Invece dobbiamo recuperare la fedeltà effettiva e affettiva al Papa, superando quel complesso antiromano che da più di un secolo ci portiamo dietro. Quanto più saremo uniti al Papa, quanto più lo ameremo e lo seguiremo, tanto più il continente definito “il continente della speranza” da Giovanni Paolo II tornerà a rifiorire, mentre oggi è percorso da un asse del male che va da Raúl Castro a Chávez, a Rafael Correa, a Evo Morales e Lula.
Oggi la parola d’ordine della nostra cultura è “autodeterminazione”. Tutto va bene purché sia risultato di autodeterminazione. Va bene curare i malati inguaribili ma va bene anche sopprimerli; va bene abortire così come va bene tenere il bambino: basta che siano decisioni autodeterminate. In questo caso cade l’accusa di sadismo contro chi accudisce i sofferenti, ma a prezzo di un relativismo morale assoluto. Anche alcuni teologi e cristiani impegnati vedono nell’autodeterminazione una delle caratteristiche salienti dell’identità cristiana. Cosa ne pensa?
L’esistenza stessa documenta la menzogna, la diabolicità di questa posizione. Quando chiedo a un bambino in braccio ai suoi genitori “come ti chiami?”, lui guarda suo padre e sua madre come a dirmi: «Padre Aldo, hai sbagliato domanda, la tua domanda avrebbe dovuto essere: “Di chi sei?”». In ogni istante, io dipendo da qualche cosa: anche dagli elementi chimici, dagli elementi cosmici, da tutto. Ma ancora di più dipendo dal mio cuore, che mi porta inesorabilmente a cercare, a mendicare l’infinito. Poi io parto dalla mia esperienza di vita: se non avessi avuto la Grazia di qualcuno che mi ha aiutato a prendere coscienza di questa dipendenza ontologica, non sarei qui a parlare con lei. Perché l’autodeterminazione, nel caso della mia malattia, mi avrebbe spinto a farla finita con la vita. E tutto sarebbe finito. Invece è sorto un popolo che oggi gode di questa gioiosa dipendenza dal Mistero che io ho vissuto grazie a Giussani, che mi ha permesso di ritrovare il senso della vita e di farlo riscoprire a centinaia, a migliaia di persone. Quindi la posizione anarchica potrà anche appassionare, ma uno deve spiegarmi: prima non c’ero, adesso ci sono. Quindi Qualcuno mi ha creato. E poi, perché tutti cerchiamo un gesto d’amore? «Una carezza del Nazareno»: che cosa voleva dire Jannacci con questa frase, se non che l’uomo è dipendenza, proprio perché ha bisogno di una carezza? Aver bisogno di una carezza è già un desiderio, un grido di dipendenza. È dire “io sono Tu che mi fai”. Io sfido tutte queste persone a dirmi se c’è un momento della loro giornata in cui possono prescindere da una dipendenza, non importa da che cosa. Anche un ateo nel profondo di sé, arrivando alla sera e guardandosi allo specchio, capisce che da solo non può niente, che da solo si autoeliminerebbe, ma il cuore gli dice: “No, guarda che tu sei fatto da un Altro”, ed è da qui che origina la tristezza che in fondo tutta questa gente ha dentro. Io non ho mai incontrato nessuno, in quarant’anni che son prete, che non mi abbia mai chiesto: «Padre, mi benedica». Io ho assistito morire i fondatori di Ordine Nuovo rifugiati in Paraguay, Graziani e Massagrande. Più atei di loro non c’era nessuno. Eppure sul letto di morte questa dipendenza, questa affermazione del Mistero, l’ho ritrovata sulle loro labbra: mi hanno chiesto di confessarsi. Quando nella vita urge il momento decisivo, l’orgoglio si dilegua.
Recentemente è morto il figlio di 6 anni del capo dell’opposizione parlamentare in Inghilterra, David Cameron. Era nato con una grave disabilità. Il padre ha detto: «Quando è nato questo bambino, noi abbiamo pensato: “Avrà bisogno di tutte le nostre cure, dovremo fare tanto per lui”. Adesso che è morto, mi sono accorto che è lui che ha fatto tantissimo per noi. Chi ha ricevuto di più dal rapporto siamo stati noi». Che ne pensa?
È la stessa cosa che mi dicono le cento persone che lavorano nella nostra clinica. Credete che vengano a lavorare solo per lo stipendio? No. Mi dicono: «Padre, non possiamo più lasciare questo luogo, perché siamo noi che tutti i giorni torniamo a casa arricchiti, più umani». Cambia il rapporto fra marito e moglie: c’è gente che riscopre il valore della famiglia e chiede il matrimonio, ci sono madri che riscoprono l’amore per i figli, depressi che vengono anche dall’Italia e tornano a casa con un ritrovato gusto di vivere, imprenditori falliti che scendono da me e tornano in patria recuperati. Tutti mi dicono: «Padre, ma siamo noi i beneficiati di questo ospedale, non gli ammalati. Sono gli ammalati che assistono noi. Ci comunicano la bellezza della vita, il senso del dolore come cammino redentivo». Capisco benissimo quello che ha detto David Cameron. E vorrei che tutti venissero a vedere la Grazia che ha ricevuto quest’uomo che sono io: centinaia di figli deformi, bambini malati di Aids, che mi fanno riscoprire ogni giorno di più uomo. Io non mi sarei curato della mia depressione, non la affronterei se non vedessi tutti i giorni, più volte al giorno, quei malati terminali, quei bambini che mi guardano con gli occhi e mi dicono senza parlare “ma tu mi vuoi bene!” e “padre Aldo, noi soffriamo per te, perché tu possa andare avanti e aiutare gli altri”. Per queste mie parole sul Manifesto del 17 dicembre hanno scritto: “Le follie del prete del Paraguay”. Io vorrei che questa gente imparasse a parlare partendo da un’esperienza, non da un a priori. Perché a priori si possono dire un sacco di sciocchezze. Ma è la vita che parla, come dice quel bellissimo blues. Quello dove Richard diceva alla nonna: «Ma Dio non esiste», e la nonna rispondeva «È la realtà che dice che Dio esiste».
| |
venerdì 20 marzo 2009
Fatti di cronaca anche recenti testimoniano come la dialettica e il presunto scontro tra dimensione religiosa e metodo scientifico siano all’ordine del giorno. L’opinione comune, veicolata da mezzi di informazione da tutti considerati autorevoli, ritiene la distinzione tra religione e scienza una delle grandi conquiste dell’età moderna contrapposta ad un medioevo proverbiale in cui i confini tra questi due ambiti erano molto labili e diedero vita a quella che potremmo definire una dimensione magica. La magia, si dice, da una parte attingeva al soprannaturale, facendo leva sulla superstizione, e dall’altra si presentava come una “pseudo-scienza” con saperi ed esperienze proprie.
Alla luce di questa vulgata, senza dubbio sorprendenti sono le conclusioni del recente volume di Gabriella Federici Vescovini, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Firenze, dal titolo Medioevo magico (UTET 2008). La sua riflessione parte e si articola su tre poli, la religione, la magia e la scienza, operandone una chiara distinzione a partire da una rigorosa analisi delle fonti. Per magia l’autrice intende un qualunque procedimento in cui l’uomo interviene sulla realtà per ottenere certi effetti con l’aiuto di entità esterne alla realtà stessa. Ad esempio la conoscenza rivelata del futuro (divinazione) è processo che non obbedisce alle dinamiche naturali, ma trae origine da qualcosa di artificioso di cui si ignora la dinamica (occulto).
A partire da questa definizione il medioevo, dal punto di vista intellettuale e filosofico, viene delineato come il periodo “anti-magico” per eccellenza. Fin dai primi secoli cristiani infatti si assistette ad una netta distinzione tra la religione cristiana e la magia ereditata dall’antichità. Il culto a falsi dei per ottenere favori e benefici, fu così espulso dall’ambito razionale, sia scientifico sia religioso, per essere inglobato nell’insieme delle superstizioni.
La magia rientrò in ambito occidentale nel XII secolo tramite le traduzioni delle opere di ispirazione ermetica, arabo-ebraica. Tali testi però circolarono poco nei secoli XIII e XIV, per avere invece successo crescente solo dalla fine del Trecento. Religione e magia solo apparentemente avevano un punto in comune nei riti, nella cerimonie e nelle pratiche di culto. Le pratiche magiche e negromantiche erano infatti esercitate di nascosto da individui isolati, maghi o stregoni professionisti, mentre i riti religiosi erano di tutti e ogni individuo vi aveva una parte attiva. Oltre a un aspetto oggettivo – rituale, inoltre, il cristianesimo possedeva una dimensione individuale, identificabile nel rapporto interiore, di stampo agostiniano, del credente con il vero Dio, che la magia non conosceva.
D’altra parte nel medioevo la magia era ben distinta anche dal procedere scientifico di matrice aristotelica o sperimentale. Quest’ultimo si presentava come oggettivo e si basava sulla conoscenza per cause, sul principio di non contraddizione, mentre la magia era finalizzata ad un obiettivo specifico e prevedeva l’intervento di forze estranee all’oggetto considerato.
In poche parole nel medioevo secondo la studiosa, scienza e religione avevano in comune il metodo, ossia stavano di fronte al dato, fosse esso la rivelazione o la natura, per conoscerlo e, per quanto possibile, comprenderlo. La magia negromantica, al contrario, aveva come scopo la manipolazione e la coercizione della realtà, il piegare la natura alle proprie finalità, chiamando in causa forze estranee.
Fu invece con il Rinascimento, con i grandi filosofi - maghi (Marsilio Ficino, Pico, Giordano Bruno) che i confini tra religione, magia e scienza diventarono più labili e in occidente presero piede conoscenze estranee all’originaria cultura cristiana. E non è certo un caso che proprio in questo periodo illuminato e non nell’oscuro medioevo fiorì la caccia alle streghe.
Un breve giudizio del giornalista Antonio Socci su ciò che sta accadendo in questi giorni, a partire dal messaggio della Madonna a Medjugorje.
Da www.antoniosocci.it
MA PERCHE’ ODIANO TANTO LA CHIESA ? 19.03.2009 Ecco il messaggio della Madonna (affidato a Mirjana) del 18 marzo 2009: “Cari figli ! Oggi vi invito a guardare in modo sincero e a lungo nei vostri cuori. Che cosa vedete in essi ? Dov’è in essi mio Figlio e il desiderio di seguirmi verso Lui ? Figli miei, questo tempo di rinuncia sia un tempo nel quale domandarvi: che cosa vuole Dio da me personalmente ? Che cosa devo fare ? Pregate, digiunate e abbiate il cuore pieno di misericordia.
Non dimenticate i vostri pastori. Pregate che non si perdano e che restino in mio Figlio, affinchè siano buoni pastori per il loro gregge”. A questo punto la Madonna ha guardato tutti i presenti e ha continuato:
“Di nuovo vi dico: se sapeste quanto vi amo, piangereste di gioia. Grazie”In queste straordinarie parole, semplici e luminose, c’è tutto. Il mondo che non conosce l’amore (e spesso vive di odio ideologico) detesta la Chiesa. Continuamente l’attacca. Ogni giorno uno stillicidio di polemiche assurde, soprattutto contro il Papa (talora, tristemente, con la collaborazione di qualche cattolico)
Qua sotto gli episodi più assurdi degli ultimi giorni. Con uno splendido articolo iniziale di Roberto Fontolan uscito sul Sussidiario.net

“Il problema è se la vita ha un valore, un significato, altrimenti non c’è preservativo che tenga”. In Uganda dal 1986 sono morte quasi un milione di persone (e più del doppio sono rimaste infettate) per il virus dell’Hiv. L’Uganda è però anche il primo paese del continente nero ad avere attuato una politica vincente nella lotta all’Aids: in pochi anni si è passati dal 21 per cento della popolazione infetta al 6,4 per cento di oggi. “Lo abbiamo fatto – spiega Rose – senza distribuire preservativi a tutti, ma educando le persone. Anche grazie al nostro presidente”.
Leggi "Così l'Uganda sta vincendo la lotta all'Aids senza preservativi"
p.s. Zapatero ha inviato in Africa un milione di palloncini. Che ci vuoi fare. D'altronde, non è proprio la caratteristica dell'ideologia non voler tener conto dei fatti?
E' la solita bagarre: palloncino o non palloncino? Insomma chi ha ragione nel rispondere al dramma dell'Aids? Quelli che sostengono bisogna usare gli aerei militari per lanciare migliaia di palloncini su tutta l'Africa o chi invece propone qualcosa di un po' diverso? Diverso perché più corrispondente alle attese di uomini e donne devastati da una malattia, di fronte al dramma della quale palloncino o non palloncino poco importa. Diverso perché vengono trattati da uomini. Un'esempio? Leggete la storia che segue.
Ma intanto i fatti. Benedetto XVI è atterrato in Africa dove è stato accolto in trionfo da quello che Avvenire ha definito "il cristianesimo del futuro", e ho l'impressione che saranno loro, fra cent'anni, a spiegare a noi i significati di una cattedrale di Chartres o di una Cappella Sistina. Ma prima di tutto ha parlato, ancora in volo, del dramma dell'Aids che affligge tutto il continente, e ha usato i termini "umanizzazione della sessualità" come risposta al problema, invece che dei preservativi che anzi "lo aggravano". Apriti cielo. Chiesa irresponsabile, tuonano Francia e Germania, mentre Benedetto è accolto a braccia aperte dai cristiani e non solo del continente nero. Non sarebbe in fondo più facile regalare un palloncino e farla finita? Ma il punto è chi tratta l'uomo all'altezza della sua dignità: una malattia è qualcosa di più serio che un semplice dito di lattice, qualcosa che grida di più che gli slogan dei benpensanti europei a cui, capisco bene, la parole del Papa danno fastidio. Già, perché implicano un impegno, un avere a che fare con la propria umanità quindi su qual è il modo veramente umano di affrontare tutto, anche la sessualità. Noi europei, invece, da bravi "cosificatori", che ci frega? Un palloncino di lattice e via che il problema è risolto. Abbiamo risolto a monte, la sessualità è un gioco, tutto si può fare. Ma la Chiesa non ci sta, Benedetto XVI non ci sta. Mirabile come tutti i giornali titolino riguardo alla diatriba palloncino sì - palloncino no, mentre Ratzinger affronta la vita e i drammi di un continente e della Chiesa. Il punto, anche a livello mediatico, è una lotta alla riduzione della questione: il messaggio della Chiesa e l'agire dei suoi pastori vuole essere fatto sembrare una lezione di morale sessuale, come se Gesù Cristo fosse morto per regolamentare la vita sessuale e non per salvare l'uomo.
E se avete dubbi su cosa cerchi una persona malata, e non solo, ovvero se sia alla disperata ricerca di un palloncino o di uno sguardo umano, leggete questa storia.
E lasciate che gli altri parlino dei loro palloncini, io cerco uno sguardo più grande, "Greater".
18 marzo 2009Benedetto XVI in Africa: "L'Aids è una tragedia che non può essere risolta attraverso la distribuzione di preservativi"
Meglio di un lieto fine
A Kampala un’infermiera ugandese salva le donne malate di Aids. Un film di cui Spike Lee si è innamorato racconta come
PAPA: PRESERVATIVI NON SONO SOLUZIONE PER COMBATTERE AIDS (2) (AGI/AFP) - A bordo del volo papale, 17 mar. - L'Aids "è una tragedia che non può essere risolta solo con il denaro" ha detto il Pontefice, "né attraverso la distribuzione di preservativi che persino aggravano il problema". (AGI)
Quando la portiera dell’auto grigia si chiude, Emmanuel pensa subito: “Be’ certo, siamo in Africa: gli africani cantano e ballano sempre…”. Circondato da decine di donne che indossano magliette gialle viene accompagnato a passi di danza e cori ritmati dalle mani fino al grande cortile. La festa continua. “Ma dove sono finito?” è il secondo pensiero di Emmanuel. La stessa domanda se l’era fatta qualche tempo prima Vicky, arrivando nel cortile dove ora c’è Emmanuel, le telecamere accese a riprendere quelle donne che ballano: “No, ho sbagliato posto. Questo è solo un club, questa gente non è malata”. Queste non sono le ammalate, si sta dicendo Emmanuel. “Tutti noi qui siamo ammalati di Aids – racconta Veneranda – Molte di noi sono state lasciate sole, abbandonate dai figli, i mariti morti molto tempo fa, nessuna di noi aveva speranza in questo mondo. Io aspettavo soltanto che venisse il mio giorno”.
Il cielo azzurro di Kampala fa da sfondo al viaggio in auto che Emmanuel Exitu fa con Rose. Al volante c’è lei, la destinazione è il Meeting Point International, dove insieme a un’altra ong, Avsi, Rose accoglie i malati di Aids che vivono nelle baracche della capitale ugandese. Emmanuel è lì per girare un film, con lui due cameramen e uno scultore. L’idea gli è nata con l’amico Daniele Mingucci, e si è concretizzata quando Arturo Alberti, presidente di Avsi, gli ha presentato Rose. “Cercavo la speranza, non il lieto fine”, dice il giovane regista di Bologna. Ha seguito tutti i corsi di cinema dei guru hollywoodiani che gli spiegavano come impacchettare un finale con buoni sentimenti, “ma avevo l’impressione che questo cancellasse tutto il carico tragico della storia, come se il dramma raccontato fin lì di colpo non ci fosse più”.
Invece per Emmanuel la speranza è un’altra cosa, “una strana fiamma che brucia dentro ogni contraddizione”. Sembra strano che per cercare la speranza uno debba andare in mezzo ai malati di Aids di Kampala. “L’Hiv è miseria”, pensava Vicky quel giorno al Meeting Point davanti alle donne che ballavano. “Le cose sono sempre di più di quello che tu immagini”, dice Rose guidando tra le strade appena fuori dalla capitale. A volte a raccontare si riducono le cose, “in questo mondo si parla troppo – sorride – bisognerebbe vedere”. Non dice “fare”, come direbbe il pensiero buono più o meno generalizzato oggi, Rose dice proprio “vedere”. E precisa: “Alla fine fare ti stanca. Invece vedere e commuoversi ti muove”. Rose Busingye fa l’infermiera, e passa la giornata a stare con le sue ragazze, bellissime e ammalate, che fanno le spaccapietre, lavorando a una cava per fare della ghiaia con cui guadagnare da vivere.
Rose indica con la mano: “Quella donna grassa che danzava, Aida, dicevano che non era malata. Le hanno voluto fare di nuovo il test dell’Hiv”. L’Uganda è uno dei paesi africani dove la lotta all’Aids è più avanzata, ben coordinata dal governo. Rose spiega però che nessuno credeva che le donne al Meeting Point avessero bisogno di cibo e medicine: “Vedono che le mie donne sono contente e piene di salute e dicono: ‘Non è vero che sono malate’. Allora hanno preso tutte quelle più grasse, gli hanno fatto il test e hanno visto che hanno l’Hiv. Si sono commossi, e hanno detto: ‘Poverine, dobbiamo fare qualcosa per aiutarle’. E mi hanno portato scatole di preservativi”. A quel punto però le ragazze di “mama Rose” si sono infuriate. Ma come, hanno detto, sto perdendo una persona che amo, mio marito sta morendo, mi lascia con sei figli e voi mi date un preservativo? “Serve qualcosa di più – spiega Rose – la vita non è solo il sesso”. Quando uno è infettato cosa deve prevenire? Ma soprattutto, a uno infettato non interessa più niente degli altri. Chi sono gli altri? Rose alle sue donne ha insegnato a rinascere così: “Se uno scopre che lui stesso ha un valore, scopre che anche l’altro ha un valore”. Normalmente un malato di Aids rifiuta le medicine, si lascia sprofondare lentamente, acchiappare dalla morte. Il Meeting Point è l’unico progetto in Uganda dove tutte le pazienti accettano le medicine. “La sconfitta dell’Hiv è questa: dire che la vita ha un valore; anche se mancano due giorni alla fine, dieci giorni, un anno… vale la pena viverli, perché hanno un motivo, una ragione”. Quando capiscono questo le ammalate cominciano a cantare, a curarsi la pettinatura, a vestirsi bene. “Anche se ci fosse un vaccino, se uno non sa il valore della vita, anche il vaccino sarebbe inutile”.
New York, aula magna dell’Università. Qualche mese dopo Emmanuel sta proiettando il film nato da questo viaggio, “Greater, defeating Aids”, all’Aids film festival delle Nazioni Unite. Quando Rose dice quella frase sul vaccino la sala è attraversata da un brusio di dissenso. Non è possibile, sembra dire quell’onda silenziosa nel buio dell’aula. Eppure quando sul palco del Babelgum online film festival il regista Spike Lee ha consegnato a Emmanuel il primo premio del concorso internazionale, la motivazione è stata proprio “perché offre una visione diversa delle persone con l’Hiv perché non le presenta come vittime […] Stiamo guardando la vita qui in un modo inconsueto rispetto alla mentalità corrente”. E’ raro sentire parlare di Aids in Africa senza dovere ascoltare prediche laiche sulla panacea dei preservativi, magari da lanciare dal cielo sul Continente. Spike Lee, abbracciando Emmanuel, gli ha detto: “Hai fatto un gran film. Continua così”. Ora Emmanuel gira l’Italia a far vedere “Greater”, ma non perché sia interessato ai progetti di cooperazione internazionale. Per far vedere a tutti la speranza che ha raccontato.
Vedere e commuoversi, dice Rose. “Greater” è un non-documentario, girato con la tecnica dei reportage di guerra. Il cortocircuito di raccontare una situazione non di guerra con questo linguaggio funziona: “E’ un linguaggio al servizio della realtà – dice Exitu – Non c’è nulla di preparato, le immagini a volte sono ‘sporche’, ma l’impatto con la realtà è fortissimo”. E poi quel tentativo di raccontare la speranza: “I documentari di denuncia sono una truffa, anche perché alla fine chi li gira non condivide la battaglia fino in fondo: è più preoccupato della denuncia da fare che del problema da risolvere”. Exitu fa un esempio: Kevin Carter vinse il Pulitzer per la foto di un bambino africano che sta morendo di fame con accanto un avvoltoio che ne aspetta la fine. Quando gli chiesero perché non avesse fatto qualcosa per quel bambino ma ne avesse atteso gli ultimi istanti per fare la foto, rispose che era più importante la denuncia, tanto per lui non c’era più niente da fare. “Io cerco chi non ha paura dello schifo e lo affronta”, dice Emmanuel.
Il papà di Regan era pazzo, viveva nella spazzatura, la madre lo ha abbandonato quando aveva una settimana. Quando la notte Regan piangeva, il padre gli dava benzina da respirare. Adesso è grande, ma la testa gli è rimasta da bambino, e non può andare a scuola. Nata prematura da una mamma sieropositiva, Lina pesava meno di un chilo. Subito dopo il parto sua madre è morta. Qualche tempo dopo Lina aveva un telefono che suonava a pochi centimetri dalla testa, ma non sentiva niente. Fatti tutti gli esami necessari, si è visto che non c’era niente da fare: sorda. Katia è stata abbandonata in un bar, e la polizia l’ha portata a Rose che aveva appena tre mesi. Ochan è rimasto orfano da piccolo. Affidato prima alla matrigna, veniva picchiato ogni giorno. Quando Rose l’ha trovato era malnutrito e pieno di ferite. Moses guarda le teleamere con due occhi enormi e la bocca spalancata. Rose lo ha trovato tra le braccia della mamma morta di Aids. Aveva sei mesi e faticava a respirare. Carras è stato messo dalla madre nella spazzatura con ancora il cordone ombelicale attaccato. Gli altri bambini adesso sono a scuola, le loro storie si assomigliano tutte, si rincorrono sul ciglio disastrato che divide il dramma dalla disperazione, la speranza dalla bestemmia per un destino infame. A vederli giocare lì, nella Welcoming house di Rose a Kampala, sembra di guardare da vicino un miracolo. Con Avsi Rose cerca chi li possa adottare a distanza, e grazie alle sue donne che non sembrano malate ne tira su ogni giorno di più. Non ha paura di perderli, Rose. Non li perde. Non perché li tenga con sé. Gli orfani dell’Aids crescono, studiano, e riprendono la loro vita. Uno di quei bambini adesso è diventato avvocato, e ogni tanto torna a far giocare quelli che sono come lui qualche anno prima. “Voglio che uno diventi se stesso, non che faccia quello che dico io”, dice Rose.
“Alla morte non ti abitui. No, non puoi: è una cosa che proprio non è nostra”. Il cielo si è fatto più scuro là fuori, e Rose continua a guidare. “Ogni volta che muore qualcuno è uno strappo. E sempre mi viene rabbia, mi chiedo: ‘Perché?’”. Fa una pausa. “Ma è una cosa a cui la scienza non può rispondere”. Rose ha visto di tutto nella sua vita: guerra, malattia, fame, ogni tipo di ingiustizia. “E lo so che tutto ha un senso. Che senso ha la morte, che senso ha la vita? Me lo dicono anche i miei pazienti: ‘Rose, la morte ha un senso; se no perché ci sarebbe?’. Se un bambino nasce con lo stomaco vuol dire che ci sarà da mangiare. La morte non può essere una sconfitta. Se esiste vuol dire che c’è qualcosa d’altro. C’è”.
New Orleans. Agosto 2005. L’uragano Katrina ha appena ucciso duemila persone e allagato l’intera città. Saputa la notizia, Rose chiama a raccolta le donne del Meeting Point che stanno andando a spaccare le pietre e chiede loro un momento di raccoglimento, di preghiera. Una però interrompe Rose: “Quando ci hai incontrate non ti sei messa solo a pregare. Io sto per morire e non voglio che chi incontrerà i miei figli si metta a pregare. Vogliamo anche noi imparare ad amare come ci hai amate tu”. In quattro settimane le donne di Naguro e Kireka, a Kampala, riempiono un camion di ghiaia, lo vendono e raccolgono i soldi da mandare ai senza casa di New Orleans. A Rose viene da piangere: “Io non sono come loro”, dice. Rose chiama l’ambasciata americana, che manda una persona a Kampala, un giornalista, che vedendo tutto ciò si scandalizza: “No – dice – è ingiusto che questa gente, che non ha niente, dia tutto quello che ha”.
Una donna bellissima, ammalata di Aids, racconta: “Quando abbiamo saputo del disastro abbiamo voluto fare qualcosa per loro, come Rose ha fatto qualcosa per la nostra vita. I loro bambini sono come i miei bambini. Volevo che sentissero di essere amati”. Lo stesso George Bush è colpito, e pubblicamente parla di “persone semplici dall’animo nobile che quando seppero di Katrina fecero di tutto per raccogliere mille dollari per le vittime”. Lo farebbero di nuovo, assicura Rose: “Anzi – sorride – mi dicevano: peccato che non siamo vicini a New Orleans, se no potevamo ospitarli da noi. Il cuore dell’uomo è così: quando vede un altro uomo in difficoltà si muove”. Ogni giorno il corteo delle spaccapietre attraversa il villaggio cantando e danzando per andare al lavoro. La gente fa come due ali per la strada. Le donne del Meeting Point non sono più malate da evitare. Sono diventate persone da invidiare. Come quando si sfidano a calcio sul campetto di terra e erba, gialli contro blu, madri e figli sieropositivi insieme.
“Greater” si chiama così perché “più grande” è stata la parola che ha cambiato la vita a Vicky, la cui storia attraversa il film come un filo rosso triste e bellissimo, di quella tristezza che fa piangere di gioia alla fine. Abbandonata dal marito e con il terzo figlio in arrivo, Vicky scopre di avere l’Aids. Resta sola, disperata, il corpo e le ossa che le bruciano come se fosse immersa in una vasca di acido. La prima volta al Meeting Point pensa di essere in un club. Incontra Rose che la guarda negli occhi e le dice: “Il tuo valore è più grande del valore della malattia”. Quella frase le resta in testa, scava dentro per giorni e giorni. Alla fine Vicky cede. Un’altra donna racconta che “nel giro di un mese sono migliorata improvvisamente. E il merito non è stato delle medicine, ma di come mi trattava quella gente”.
Vicky torna ad essere bellissima, diventa un’altra. Adesso aiuta Rose a mandare avanti il Meeting Point. Lo scorso anno è stata la testimonial delle Tende Avsi, il momento nel periodo di Natale in cui l’ong raccoglie fondi per tutti i progetti che ha nel mondo, e che quest’anno sostiene opere in Paraguay, India, Terra Santa e Uganda. Nessun calciatore o attrice cinematografica, ma una donna cambiata da un incontro. “Sì, è vero – racconta un’altra ragazza di “mama Rose” – io morirò. Ma tutti moriremo. Solo che io avrò avuto una vita piena”. Quando vede qualcuno che crolla, Vicky gli racconta la sua storia: “E loro smettono di piangere. Cominciano a muoversi. Cominciano a camminare”. Veneranda ha cinquantacinque anni. Ne dimostra almeno dieci di meno. Veneranda è malata da tempo di Aids: “Ora mi sento bene, lavoro, le febbri che mi buttavano giù sono scomparse, posso correre, tutto quello che voglio fare lo riesco a fare. Noi ringraziamo mama Rose per quello che fa e per quello che continua a fare. Nessuno poteva immaginare di avere qualcuno come lei in questo mondo”.
“Pensi che ammalarsi sia la fine di tutto?”. La mamma di Winnie ha appena detto a Rose che sua figlia ha scoperto di essere ammalata. Winnie non parla. Ammalarsi non è la fine di tutto, Rose lo sa. “Noi siamo là, lo sai, quando vuoi venire noi ti aspettiamo”. Winnie si alza, scappa in casa, piange. Rose in silenzio le va accanto. La telecamera inquadra la sua mano sulla spalla di Winnie. Due giorni dopo Winnie comincia la scuola di cucina al Meeting Point. Comincia a imparare una cosa nuova appena ha saputo che forse non le resta molto da vivere.
Ora Vicky guarda al suo valore come qualcosa di più grande del valore del virus, “che lo ha soppresso. E questo significa che ha soppresso il valore della morte”. Tutte queste donne hanno una storia da raccontare, “ma senza il valore ogni storia è niente, è morta”. E invece tutto serve, ripetono. Anche le pietre della cava di Kampala.
(Nelle foto: Le donne del Meeting Point prima di una partita di calcio - Scolari orfani di genitori morti di Aids: è uno dei progetti finanziati da Avsi in Uganda - foto www.avsi.org)
Nel 1994 il leader del regime islamico del Sudan Bashir potè tranquillamente affermare che le Nazioni Unite non avevano alcun diritto di criticare il suo paese soltanto perché amputa braccia oppure perché crocifigge e decapita i detenuti. Per molti anni i paesi dell’Organizzazione della Conferenza islamica avevano cercato di bandire la critica dell’islam. Oggi potrebbero riuscirci con la risoluzione numero 62/154. Titolo: “Combattere la diffamazione delle religioni”. E’ il più micidiale strumento di soppressione della libertà di espressione.
La Conferenza islamica lo ha presentato venerdì a Ginevra al fine di proporre “azioni a livello locale, nazionale, regionale e internazionale” contro la libertà d’espressione. I regimi islamici hanno chiesto al Consiglio dell’Onu per i diritti umani, riunito da Ginevra, di fornire “una protezione adeguata contro tutti gli atti di odio derivanti dalla diffamazione delle religioni”. Il documento denuncia “con profonda preoccupazione” una campagna di “diffamazione delle religioni” e di “incitamento all’odio religioso”. La risoluzione dovrebbe essere discussa dal Consiglio dell’Onu il prossimo 27 marzo. Se il testo sarà adottato, il 27 marzo sarà una data da segnare. L’intero occidente finirà sul banco degli imputati per le sue presunte persecuzioni e critiche dell’islam. Questo testo orwelliano distorce il significato di diritti umani e di libertà religiosa e segna un gigantesco passo indietro nella libertà d’espressione. Chiunque critichi l’islam potrebbe essere passibile di azione legale.
L’Organizzazione della Conferenza islamica, il più potente blocco di votanti alle Nazioni Unite, aveva messo la Libia a capo della preparazione di “Durban II”, la conferenza contro il razzismo che si terrà a Ginevra e che è già stata trasformata in una parata antisemita. “Con questa risoluzione, le nazioni potranno richiedere l’estradizione e il processo di coloro che fanno commenti critici di una o più fedi”, dice l’avvocato Marc Stern di First Amendment. Anche Sarah Kaiser dell’associazione René Cassin, che sarà presente a Ginevra, sostiene che la cosa più velenosa della risoluzione è il fatto di “assegnare un diritto a una idea e una preferenza all’idea rispetto agli individui”. Il ministro degli Esteri olandese, Maxime Verhagen, proprio a causa di questa risoluzione chiede all’Unione europea di boicottare Ginevra.
Lo sceicco dell’università di Al Azhar, Mohammad Tantaoui, massima autorità religiosa dell’islam sunnita, ha chiesto che la risoluzione contenga “sanzioni dissuasive”. In Giordania l’associazione degli avvocati vuole già processare per diffamazione della religione i vignettisti danesi del Jyllands Posten, che ritrassero Maometto in modo blasfemo.
Se approvata, la risoluzione non passerà inosservata. “Diventerà una norma legale internazionale”, spiega Leon Saltiel, direttore di UN Watch. E sarà una norma valida anche in paesi come Italia, Stati Uniti, Canada e Israele che boicotteranno Ginevra. Nella sessione del dicembre 2007 del Consiglio per i Diritti Umani, la stessa Conferenza islamica si era opposta a “riconoscere il diritto degli individui di cambiare liberamente religione”. Nei regimi islamici ci sono norme contro le conversioni e la blasfemia. Sempre dalle Nazioni Unite il 19 settembre 1981, presso la sede dell’Unicef di Parigi, aveva preso avvio la Dichiarazione islamica dei diritti umani, secondo la quale “tutti gli uomini sono sottomessi a Dio” e la quale afferma che la sharia, la legge islamica, precede e sottomette il diritto alla vita proclamato dalla carta dell’Onu del 1948. Dal prossimo 27 marzo sarà più difficile denunciare i crimini commessi in nome dell’islam.


Perché sempre meno persone sembrano disposte a lasciarsi affascinare dalla bellezza della Divina Commedia? E perché questo accade - paradossalmente - soprattutto in ambito accademico? Sono queste le domande da cui ha preso vita la tesi di Andrea Nembrini, laureatosi in Lettere moderne a febbraio alla Cattolica di Milano, con un lavoro dal titolo La passione di Dante: Singleton e dintorni.
«Ho deciso di dedicarmi ad uno studio su Dante - spiega Andrea - perché mi sono accorto che nessun altro scrittore ha saputo comunicare tanta bellezza alla mia vita come lui. Purtroppo mi rendo conto di un certo disinteressamento per questo autore: alcuni dicono che sia stato fin troppo studiato». Motivo? «Il dominio di una certa concezione della Filologia che, se da una parte ha saputo offrire una necessaria e scrupolosa analisi letterale, dall’altra ritiene spesso di poter esaurire l’intero significato del poema di Dante nella pura analisi testuale. Ci si è arenati così, specialmente in Italia, su pregevoli precisazioni testuali, dimenticando però il potenziale comunicativo della parola dantesca».
Andrea segnala, invece, come esempio di un corretto studio della Commedia, la figura di Charles Singleton, studioso statunitense scomparso nel ’85, docente ad Harvard e alla Johns Hopkins University: «Non si è limitato alla semplice analisi dell’opera dantesca, ma ha fatto della sua professione una vera conversione personale, necessaria per misurarsi con un testo così distante dalla nostra mentalità». Analizzando alcuni suoi scritti, come La poesia nella Divina Commedia, Saggio sulla Vita Nuova e altri articoli, è evidente quale sia il punto di partenza di Singleton (e con lui di altri critici statunitensi, quali John Freccero, professore della NYU, e Teodolinda Barolini, docente alla Columbia University): il bisogno, del lettore e del critico, di accomodare «gli occhi ad un diverso modo di guardare alla realtà», costantemente desideroso e impaziente di verità, senza fermarsi al semplice esame del testo e delle fonti, ma andando ad indagare l’effettivo “senso complessivo” dell’opera, e ciò che essa può comunicare ad ogni uomo.
«Ho provato così a continuare il lavoro iniziato da Singleton con alcune mie riflessioni, individuando nel continuo dialogo tra l’autore e il lettore il punto sorgivo della letteratura e della sua stessa critica: solo tramite questa chiave, infatti, un testo può rimanere sempre vivo e nuovo». Così l’evento letterario diventa innanzitutto un incontro tra uomini che può portare a intuire, per la simpatia che nasce tra lettore e autore, come il significato di un testo, insieme infinito e preciso, provochi lo svelamento di una verità. Prosegue Andrea: «In questo modo si riesce a cogliere il vero senso di un poema come la Commedia, ed il suo studio, da semplice rilevazione letterale, diventa rivelazione di un significato e riconoscimento di un’esperienza».
La tesi si conclude con una sottolineatura dell’importanza della lettura come “atto di amore”, da porre sempre alla base del lavoro di ogni studioso: impegnarsi col testo in maniera appassionata è l’unica disposizione generativa per una seria critica letteraria, tale da assicurare l’apertura mentale indispensabile alla scoperta della “sua” verità.
In questo modo Singleton e la scuola americana, facendo dialogare tra loro filologia ed ermeneutica, costituiscono esempi da seguire. «Non si può fare a meno di guardare al “senso complessivo” di un’opera letteraria come la Commedia. In ciò ci aiutano studiosi come questi, che ci fanno riscoprire la missione dello studioso e del lettore: non uno studio di parole morte, ma l’incontro con un uomo vivo».
(da Tracce.it)
Se non si trova un accordo preliminare sul significato delle parole che si usano (ad es."Dio" "Amore" "Vita" "Verità") è impossibile discutere in modo coerente. E qual è la differenza tra Verità (non quella scientifica evidentemente) e superstizione?
Davide Soffio
La verità è l'adeguarsi dell'intelletto alla realtà e quindi al Mistero, qualora nella realtà si manifestasse. La superstizione è quando, avendo ritenuto di espellere il Mistero dalla realtà, si incominci ad affidarsi (credere) a qualsiasi cosa: la sfiga, la Tecnoscienza, il Giornalista Collettivo, i teologi à la page... Inesorabile destino dell'"homo religiosus".
Franca Negri
"La verità è l'adeguarsi dell'intelletto alla realtà e quindi al Mistero, qualora nella realtà si manifestasse.". Bella frase. Che significa ?
Emanuele Gatti, Matera
"La verità è l'adeguarsi dell'intelletto alla realtà e quindi al Mistero, qualora nella realtà si manifestasse" significa che il vivere intensamente la realtà, ogni cosa tenendo viva la domanda di senso porta al cuore della realtà stessa, cioè ad una sete di bene che è inestinguibile. Qui si inserisce l'azione del Mistero, cioè quel Bene così ardentemente desiderato e domandato, come un Dio ignoto, ora reso presente, manifestatosi. Ecco perché ciò che è profondamente umano è anche profondamente cristiano: il genio di un poeta, nel suo esprimere l'uomo, è sempre preceduto dalla passione di un santo.
Giacomo Berchi, Biella
| Il Sussidiario.net |
martedì 10 marzo 2009
Sylvain Gouguenheim, medievista all’École Normale Supérieure di Lione, ha recentemente pubblicato un libro (Aristotele contro Averroè. Come Cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco) che ha scatenato un’accesa polemica sia in patria che in Italia. In buona sostanza, le posizioni dello storico francese invitano a considerare con maggiore ponderatezza il debito dell’Europa medievale nei confronti della vicina cultura araba. Partendo da una serie di riflessioni ed evidenze storiche, Gougenheim ha ritenuto possibile impugnare e confutare l’ipotesi che l’Europa debba esclusivamente al mondo islamico la conoscenza di Aristotele e dunque la nascita del proprio pensiero filosofico. Non si tratta, è chiaro, di un problema secondario. Come ricorda l’autore, dietro alla teoria del “debito dell’Europa” sta la convinzione che l’Occidente medievale sia uscito dalla barbarie e dalla rozzezza culturale solo grazie all’apporto benefico degli arabi. «Tutto l’Occidente nel suo insieme è stato edificato sull’innegabile apporto dell’islam […]. È grazie ai pensatori arabi che l’Europa ha conosciuto il razionalismo» (Zeinab Abdel Aziz). Al centro del dibattito è dunque il cuore dell’identità culturale europea. L’odierna interpretazione afferma che i pensatori medievali siano riusciti ad impossessarsi delle principali opere di Aristotele solo quando – a seguito della conquista cristiana della Spagna – cominciarono a circolarne le traduzioni dall’arabo. La risposta di Gouguenheim si articola sostanzialmente su tre argomentazioni: la ricerca del sapere greco autonomamente promossa dagli europei, il ruolo di Mont-Saint-Michel nella diffusione delle opere aristoteliche prima degli esiti della Reconquista, il rapporto tra islam e filosofia. Procediamo con ordine. Non è vero, sostiene lo storico, che le vie attraverso le quali Aristotele giunse in Europa siano passate necessariamente dall’Islam. Gli Europei non smisero mai di interrogarsi sul pensiero greco, né avrebbero potuto farlo: l’apporto greco al pensiero cristiano ed il perdurare della tradizione greca all’interno del mondo bizantino (sempre in fecondo contatto con la civiltà medievale europea) costringevano l’Occidente ad un serrato confronto. Dall’attivissimo cantiere intellettuale di Antiochia, ad esempio, giungevano continuamente opere di pensatori e filosofi greci. L’Europa ha dunque cercato consapevolmente i testi greci, senza dover aspettare che gli arrivassero fatalmente in dono dagli arabi. Tra questi testi, vi furono certamente gli scritti di Aristotele. Lo provano, tra gli altri, i manoscritti prodotti a Mont-Saint-Michel (non a caso il titolo originale del libro è Aristote au Mont-Saint-Michel). Nello scriptorium dell’antica abbazia, verso la prima metà del XII secolo, le opere del grande filosofo furono infatti tradotte direttamente dal greco ad opera dei monaci copisti. Non conosciamo il loro nome, ad eccezione dell’italiano – ma educato a Costantinopoli e perciò grecofono – Giacomo Veneto. A lui dobbiamo la trascrizione della Fisica, della Metafisica e degli Analitici secondi, allora sconosciuti in Europa. Il nodo del dibattito accademico suscitato da Gougenheim ruota soprattutto intorno all’attività di Giacomo, avviata molto prima che da Toledo giungessero le trascrizioni dall’arabo. È una semplice questione di date, sottolinea Gouguenheim: Giacomo ha cominciato le traduzioni prima del 1127 e le ha proseguite fino alla morte (1145-1150); Gerardo da Cremona – colui che per primo tradusse Aristotele dall’arabo - ha iniziato le sue dopo il 1165 (traduce la Fisica nel 1187, esattamente quarant’anni dopo il monaco italiano dell’abbazia normanna). Il punto è fondamentale, poiché Giacomo Veneto ed i suoi compagni benedettini - e non più gli arabi - diventano così «l’anello mancante nella storia del passaggio della filosofia aristotelica dal mondo greco al mondo latino». Le traduzioni del Mont-Saint-Michel ebbero fin da subito una diffusione vastissima: se ne trovano copie a Bologna, a Chartres, ad Oxford. Grazie ad esse le maggiori figure del mondo occidentale hanno avuto accesso ai testi di Aristotele. E con quale immenso profitto, rispetto ai tentativi messi in atto dagli arabi. Qui giace infatti il terzo fattore considerato dallo storico: gli arabi - egli dice - presero dai greci solo quello che ritenevano utile, senza tuttavia assimilarne lo spirito. La filosofia, per l’Islam, fu quindi semplicemente una “somma di conoscenze”, senza mai diventare un “problema”. In Occidente il confronto fu del tutto diverso. Davanti ad Aristotele, i teologi medievali - avvezzi ad una cultura che si riconosceva radicata nel pensiero greco - seppero interloquire con efficacia, arrivando a modificare e rinnovare la propria concezione del mondo e dello spirito. Perciò, secondo la teoria di Gouguenheim, non solo l’Europa guadagnò Aristotele in assoluta autonomia rispetto all’islam, ma seppe anche appropriarsene con una profondità radicale altresì impossibile alla sensibilità coranica. (Andrea Bennegi)