
Pregiudizi
tratto da: Régine PERNOUD, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani, Milano 1992.
Medioevo, significa sempre: epoca d'ignoranza, di abbrutimento, di sottosviluppo generalizzato, anche se quella fu la sola epoca di sottosviluppo durante la quale si siano costruite delle cattedrali! Tutto ciò è dovuto al fatto che le ricerche scientifiche, realizzate negli ultimi centocinquant'anni e passa, non hanno ancora raggiunto, nell'insieme, il più vasto pubblico.
[...]
Perchè un simile divario tra la scienza e il sapere corrente? Come e in quali circostanze questo fosso è stato scavato? Vale la pena esaminare la cosa. (p. 16)
Il Medioevo è una materia privilegiata: si può dirne tutto quel che si vuole nella quasi certezza di non essere smentiti.
Tanto che la vita del medievalista potrebbe consumarsi tutta nel raddrizzare torti: perché quasi sempre i fatti, i testi del tempo, smentiscono le leggende accumulatesi a partire dal XVI secolo e diffuse soprattutto con il XIX secolo. E' ben raro che si possa affrontare un argomento senza prima dover rettificare le fabulazioni che ha provocato. (pagg. 146)
Nel 1969, a pochi giorni dai primi passi dell'uomo sulla luna, la televisione interroga un gruppo di bambini sulle cause dei progressi tecnici dell'umanità; un ragazzino risponde: "E' perché, dopo il Medioevo, la gente ha cominciato a riflettere". Poteva avere circa otto o nove anni, ma già sapeva che nel Medioevo la gente non rifletteva.
L'ho già detto ma insisto: questo misconoscimento non é solo appannaggio dei bambini, senz'altro scusabili poiché non fanno che ripetere quel che viene loro insegnato. Mi ricordo di un colloquio che ebbi un giorno con un giornalista della televisione cattolica; era a proposito del processo di Giovanna d'Arco (avendo pubblicato Le Monde un articolo su un'opera apparsa allora sull'argomento, la TV cattolica poteva, a sua volta, permettersi senza troppi rischi di parlare di Giovanna d'Arco...).
Il giornalista che mi intervistava mi domandò in quale modo si conoscessero gli atti del processo, e io gli spiegai che se ne possiede l'autentica notarile, il rilevamento fatto dai notai, come in ogni azione giuridica dell'epoca, di tutte le domande del tribunale e delle risposte ricevute dall'accusata.
"Ma allora si scriveva proprio tutto?"
"Sì, tutto."
"Dev'essere un dossier molto grosso."
"Sì, molto grosso." Avevo l'impressione di parlare con un analfabeta.
"Allora, per pubblicarlo, c'è gente che ha ricopiato tutto?"
"Sì, tutto."
E lo sentivo sprofondato in una così immensa stupefazione, che insistere sarebbe stato indelicato. Poi mormorò tra sé e sé: "Si fa fatica a pensare che quella gente potesse fare le cose con tanta cura...".
"Quella gente... con tanta cura...". Toccava a me, ora, stupire. Dunque, questo giornalista non aveva mai guardato una volta gotica? Non si era mai posto l'interrogativo di sapere se per reggere a circa quaranta metri di altezza da ormai quasi un millennio, non bisognava che fosse fatta con cura? (pag. 155-156)
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