giovedì 5 marzo 2009

L'Inferno e la libertà: desiderare se stessi o Gerusalemme

Tema scolastico


Tutto l'Inferno dantesco può essere considerato come un'immagine vista in negativo della libertà e della ragione dell'uomo, cioè della sua dignità. Come dirà Dante nel Paradiso, il più grande dono di Dio all'uomo è quello "de la volontà la libertate", poiché la dannazione o la salvezza eterne sono, come si vedrà, una scelta dell'uomo. "Qual io fui vivo, tal son morto" (XIV Inf., vv 51) dirà il bestemmiatore Capaneo ai due poeti. Questa definizione è applicabile a tutto l'Oltretomba dantesco, e risulta particolarmente viva nel suo tragico risvolto infernale nei personaggi di Farinata (canto X), degli ignavi (canto III), di Paolo e Francesca (canto V) e così via. Ma per comprendere davvero l'importanza della libertà nella concezione dantesca, si deve aver presente che essa è un cammino ed una scelta con la quale Dante stesso, e con lui l'io del lettore, deve fare i conti. In questo senso i canti I e II dell'Inferno delineano l'inizio del percorso della libertà. Essa parte innanzitutto da una constatazione, ovvero quella della selva oscura del peccato, dell'infelicità, dove il Poeta fa capire che il problema della libertà non è innanzitutto quello della molteplicità di opzioni da scegliere, bensì quello di chi seguire. Anzi i due problemi coincidono, tanto che il primo gesto e la prima parola del Dante personaggio sono il "guardai in alto" (vs 16) e "Miserere di me!" (vs 65), ovvero una domanda di aiuto. Nel canto II è definitivamente chiarito che il cammino della libertà è reso possibile solo dall'iniziativa di Dio, in linea con la frase evangelica "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi". La Grazia di Dio, quindi, precede e si offre all'uomo ed alla sua libertà. Dante non condanna o loda un'idea astratta di libertà, un concetto elitario, ma fa capire che il cammino verso di essa chiama e coinvolge ogni uomo; altrimenti avremmo in Dante un freddo moralista, anziché un uomo preso e commosso. Il rapporto fra il Poeta ed i peccatori si spiega quindi così: la pietà versi di loro è pietà davanti al mistero della libertà, poiché "è la creatura umana, nella sua dignità e bellezza, che si perde per consapevole scelta e tragico errore" (Chiavacci Leonardi). Dio si è offerto ad ognuno di loro, ma amandone la dignità e la libertà, ha dovuto accettare il loro no, dando loro ciò che essi hanno voluto in vita: se stessi. "Giustizia mosse il mio alto fattore" (III, vs 4), non vendetta, dice l'iscrizione della porta infernale.




L'appassionato amore di Dante al mistero dell'uomo, spiega l'atteggiamento del Poeta nei confronti di chi la libertà, il suo impegno e la sua sfida, l'ha completamente rifiutata: gli ignavi del canto III. Essi hanno rifiutato di vivere: davanti alla possibilità di decidere fra il bene e il male, davanti alla proposta di Dio alla loro vita, essi non hanno scelto. "Questi sciaurati che mai fur vivi" (vs 64), per prima cosa hanno censurato e svilito la loro stessa dignità di uomini: hanno detto no a se stessi, facendo della loro una vita cieca. Interessante il parallelo evidente nel racconto di Primo Levi riguardo alla barbarie del sistema nazista e a chi, all'interno di esso, si è trovato in situazioni tragiche che hanno quasi impedito la loro libertà di scelta, una schiera di "persone grigie, ambigue, pronte al compromesso". Possono essere accusati, al pari degli ignavi, di essersi tirati indietro? Interessante provocazione, alla quale Dante risponde come risponde il pensiero cristiano. Si ricordi che anche quando sembra assumerne i tratti, Dante non è mai un moralista manicheo, ma sempre un uomo personalmente implicato in ciò che vede, perciò commosso.
La libertà è una questione fra l'uomo e Dio: ciò che appare agli occhi degli uomini non sempre è ciò che accade fra l'uomo e il suo destino, il divino, tant'è vero che Dante ritrova stupito il suo illustre maestro Brunetto Latini fra la schiera dei sodomiti, i violenti contro natura. O ancora, nel canto VI, il Poeta domanda a Ciacco dove sono i grandi uomini politici del suo tempo, coloro "ch'a ben far puoser li 'ngegni" (vs 81), e gli sarà risposto "ei son tra l'anime più nere" (vs 85). Giova ricordare l'episodio evangelico del buon ladrone che, in croce, accanto al Cristo, alza lo sguardo verso di Lui e Lo riconosce: e si salva. Ciò che si sono detti in quegli ultimi tragici momenti, lo avranno udito in pochi, forse nessuno. Per la folla egli sarà rimasto per sempre un malfattore ed un ladro. Ma accolto in Paradiso. Ciò che salva l'uomo non è una coerenza, bensì l'istante in cui, quale che sia la sua condizione, alza lo sguardo e riconosce il Mistero. E ciò è possibile anche appena prima dell'ultimo respiro.
Ecco perché, quindi, l'Inferno dantesco è un inno alla libertà ed alla ragione dell'uomo, perché nella sua tragicità evidenzia l'istante in cui l'uomo ha deciso per sempre di appartenere a se stesso. Paolo piange a dirotto sentendo raccontare nuovamente da Francesca l'attimo in cui ciò che li vinse li avrebbe, per libera scelta, fatti dannare per l'eternità. Essi hanno rifiutato la loro dignità, sottomettendo se stessi, la loro ragione, all'istinto, cui l'uomo è capace di resistere.
Si rivela infine come Dante, attraverso la figura dei peccatori, stacchi definitivamente da sè atteggiamenti che, traviando la sua libertà, avrebbero potuto definirlo per sempre e che furono il suo unico orizzonte in determinati momenti della sua vita: l'amore sganciato dalla ragione (canto V), la sfrenata passione politica (canto X), fra gli esempi più importanti. Egli interrompe il Convivio perché capisce che il centro della vita deve essere qualcos'altro. Egli è colui che, come dice il Salmo, ha guardato alla cava da cui è stato estratto, al suo destino cioè, a Dio, e dicendo di sì a Lui ha apparentemente perso ogni cosa, si veda la sua vita di esiliato, ma ha guadagnato ciò che ha desiderato: tutto.
La libertà di Dante, la libertà del pellegrino, nasce e poggia tutta, definendo l'uomo in ogni sua fibra, in nient'altro che la certezza di Gerusalemme.





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