martedì 24 novembre 2009

"Questa bellezza più grande ha il volto di un uomo, si chiama Gesù Cristo"

Gli artisti di fronte al Giudizio universale

L’incontro col Pontefice nella Cappella Sistina raccontato da Timothy Verdon

Storico dell’arte formatosi alla Yale University, voce molto valorizzata in Vaticano, lo statunitense monsignor Timothy Verdon dice al Foglio che sabato scorso, incontrando gli artisti nella Cappella Sistina, “il teologo Benedetto XVI ha fatto di più di quanto fece nel 1964 l’esteta Paolo VI”. Ovvero, “mentre Paolo VI parlò nella Sistina senza parlare mai della Sistina, Ratzinger ha spiegato l’arte come espressione della speranza riferendosi direttamente a un’opera d’arte. Ovvero, ha fatto riferimento al ‘Giudizio finale’ di Michelangelo che campeggiava sulla parete pochi metri dietro di lui. Ha svolto una catechesi vera e propria basandosi, come spesso gli capita quando incontra persone in luoghi particolarmente suggestivi all’interno del Vaticano, sulle immagini che le opere d’arte che lo circondano gli offrono”.

Insieme, “facendo guardare verso il ‘Giudizio finale’
è come se avesse voluto mostrare a tutti gli artisti presenti – credenti e non – un esempio, appunto Michelangelo. Questi si convertì lavorando in Vaticano. La sua conversione fu incontro con Cristo: una possibilità che il Papa ha voluto offrire sabato a tutti gli artisti”.
Cosa ha detto il Papa agli artisti? “Il Papa aveva davanti persone che hanno ricevuto un grande talento. Li ha invitati a collaborare e ha detto loro di non avere paura della chiesa. Ratzinger ha parlato loro della bellezza, ciò a cui ogni artista si rifà quando crea. Ma ognuno deve riconoscere che la propria bellezza è parziale, che ogni bellezza messa in forma, interpretata in un’opera d’arte, altro non è che un riflesso di una bellezza più grande. Ogni bellezza parziale riverbera l’assoluto. Per la chiesa questa bellezza più grande ha il volto di un uomo, si chiama Gesù Cristo. Egli è la via, è la bellezza che non ruba niente e offre un’opportunità”.

Ratzinger ha però parlato di due possibili ricerche della bellezza.
E, dunque, di due tipi di arte. Una non autentica. E’ quell’arte che fugge nell’irrazionale o nel mero estetismo. Una bellezza “illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento”, una bellezza “che sfocia nell’oscenità e nella trasgressione”. Una bellezza alla quale negli ultimi anni molta arte si è rifatta. Poi c’è una bellezza autentica “che schiude il cuore dell’uomo alla nostalgia, al desiderio profondo di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Spiega Verdon: “Gli artisti hanno la libertà di scegliere tra l’una e l’altra bellezza. La scelta spetta a loro. In questo senso l’incontro di sabato è stato importante: il Papa ha aperto una strada e chi vuole può percorrerla. E’ vero: la realtà intorno è spesso negativa. Anche Ratzinger da bravo filosofo tedesco parte dal fatto che la realtà che abbiamo intorno è negativa. Perché Ratzinger è un realista e non è incline a ottimismi senza senso. Ma insieme è un uomo di fede e sa proiettarsi su orizzonti più vasti e lontani. Sa che la realtà è spesso malvagia ma sa che si può avere speranza. Questa speranza è la proposta che fa agli artisti. Sabato il modello a cui guardare era sotto gli occhi di tutti: il ‘Giudizio universale’ di Michelangelo ricordava come la storia dell’umanità sia una continua ascensione, un’inesausta tensione verso la pienezza. E questo orizzonte ultimo è una meta a cui tutti possono tendere. Questa è la speranza che gli artisti possono cercare di proporre. Una speranza che ha un legame indissolubile con la bellezza, la bellezza piena che per i credenti è Cristo”.

di Paolo Rodari



Leggi il discorso integrale di B-XVI

lunedì 23 novembre 2009

Tempi moderni?

A scuola vedo un prof. di religione che gira sempre con una chitarra. Oggi aveva anche una copia Bur del Corano. Mi fermo qui.

sabato 21 novembre 2009

La biblioteca di Camillo Langone e Roger Scruton


Qui, invece, un estratto dal "Manifesto".





Il conservatorismo contemporaneo di Scruton

Il letterato parla della sua destra

Si conclude con un elenco di consigli di letture il “Manifesto della destra divina” (Vallecchi) di Camillo Langone. Accanto alla Bibbia e a Dante, compaiono Pier Paolo Pasolini, Josemaría Escriva de Balaguer, Luigi Giussani, Nicolás Gómez Dávila, C.S. Lewis, Orazio, Fernando Pessoa e Nikos Salingaros. C’è anche il filosofo inglese Roger Scruton, il letterato-predicatore, uno dei massimi esponenti del conservatorismo contemporaneo, “l’anima culturale della Thatcher Revolution”. Proprio a Scruton, autore del saggio “Il manifesto dei conservatori” e giudicato dal New Yorker “uno dei più influenti filosofi al mondo”, abbiamo chiesto un parere su questa biblioteca. “Sono d’accordo con l’elenco di libri”, ci dice Scruton. “E con piacere vedo che c’è anche il mio amico Nikos Salingaros, per il quale la vita nell’architettura è il fondamento della comunità umana, il presupposto per il nostro abitare.

Per lui il problema sta nello spirito di decostruzione
, che si è diffuso nel mondo intellettuale al pari di un virus impedendo le normali forme di pensiero. Nella lista di libri che c’è anche Jean Clair, uno degli ultimi autentici critici d’arte. Ha fatto bene l’autore a inserire Luigi Giussani, un protagonista della causa italiana che si è opposto alla cultura che sta dietro al ’68, al suo nichilismo, favorendo la ricerca di Dio”. Scruton parla anche di T.S. Eliot. “Eliot ha colto la distinzione tra una nostalgia volta al passato, che non è altro che un’altra forma di sentimentalità moderna, e una tradizione genuina che ci dà il coraggio e l’ottica giusta con i quali vivere nel mondo moderno. Eliot ha ereditato quel grande bene dello spirito pubblico che è il dono della democrazia americana al mondo moderno. Ma non era democratico nei sentimenti, poiché credeva che la cultura non potesse essere affidata al processo democratico, proprio per questa incuranza nei confronti delle parole, questa abitudine ai clichè ottusi, che sempre si presentano quando si reputa che chiunque abbia uguale diritto di esprimersi. La risposta deve trovarsi nella religione e, in particolare, nel linguaggio comune che una religione tradizionale dona sia alla grande cultura dell’arte sia alla cultura di base della gente. La religione è la linfa di una cultura”.

Ma il conservatorismo non ha bisogno soltanto di libri, conclude Scruton. “Per dieci anni prima del 1989 ho visitato i paesi dell’Europa orientale per sostenere l’educazione clandestina attraverso reti di dissidenti. Venivo caricato in auto agli angoli delle strade e portato in appartamenti pieni di fumo, dove mi aspettavano studenti venuti lì soltanto per incontrarmi. Ogni colpo alla porta era accolto da un silenzio glaciale. C’erano libri in molte lingue sugli scaffali e un crocifisso alla parete. Nel 1985 venni arrestato dalla polizia cecoslovacca, ma ci siamo fermati soltanto quando quelle catacombe sono state aperte. E l’Unione europea ha facilitato la transizione dal comunismo. Oggi però, oltre ai libri, c’è bisogno anche di una leadership che affronti la macchina europea determinata a brutalizzare lo spirito della cristianità e a favorire un nuovo tipo di nichilismo materialista. Forse è dall’Italia che inizierà la battaglia per l’anima europea. Il primo passo è ignorare il recente pronunciamento contro il crocifisso nelle aule scolastiche da parte della Corte europea dei ‘diritti inventati’. Il passo successivo è disobbedire a tutte le leggi imposte nel paese dai suoi nemici”.

di Giulio Meotti



giovedì 19 novembre 2009

L'Invisibile visibile


Sainte Chapelle, Parigi


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 18 novembre 2009

La Cattedrale dall'architettura romanica a quella gotica, il retroterra teologico

Cari fratelli e sorelle!

Nelle catechesi delle scorse settimane ho presentato alcuni aspetti della teologia medievale. Ma la fede cristiana, profondamente radicata negli uomini e nelle donne di quei secoli, non diede origine soltanto a capolavori della letteratura teologica, del pensiero e della fede. Essa ispirò anche una delle creazioni artistiche più elevate della civiltà universale: le cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano. Infatti, per circa tre secoli, a partire dal principio del secolo XI si assistette in Europa a un fervore artistico straordinario. Un antico cronista descrive così l’entusiasmo e la laboriosità di quel tempo: “Accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si incominciasse a ricostruire le chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero bisogno di tale restaurazione. Era come una gara tra un popolo e l’altro; si sarebbe creduto che il mondo, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, volesse rivestirsi dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma, quasi tutte le chiese cattedrali, un gran numero di chiese monastiche, e perfino oratori di villaggio, furono allora restaurati dai fedeli” (Rodolfo il Glabro, Historiarum 3,4).

Vari fattori contribuirono a questa rinascita dell’architettura religiosa. Anzitutto, condizioni storiche più favorevoli, come una maggiore sicurezza politica, accompagnata da un costante aumento della popolazione e dal progressivo sviluppo delle città, degli scambi e della ricchezza. Inoltre, gli architetti individuavano soluzioni tecniche sempre più elaborate per aumentare le dimensioni degli edifici, assicurandone allo stesso tempo la saldezza e la maestosità. Fu però principalmente grazie all’ardore e allo zelo spirituale del monachesimo in piena espansione che vennero innalzate chiese abbaziali, dove la liturgia poteva essere celebrata con dignità e solennità, e i fedeli potevano sostare in preghiera, attratti dalla venerazione delle reliquie dei santi, mèta di incessanti pellegrinaggi. Nacquero così le chiese e le cattedrali romaniche, caratterizzate dallo sviluppo longitudinale, in lunghezza, delle navate per accogliere numerosi fedeli; chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee semplici ed essenziali. Una novità è rappresentata dall’introduzione delle sculture. Essendo le chiese romaniche il luogo della preghiera monastica e del culto dei fedeli, gli scultori, più che preoccuparsi della perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa. Poiché bisognava suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale, circondato dai personaggi dell’Apocalisse. Sono in genere i portali delle chiese romaniche a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la Porta che conduce al Cielo. I fedeli, oltrepassando la soglia dell’edificio sacro, entrano in un tempo e in uno spazio differenti da quelli della vita ordinaria. Oltre il portale della chiesa, i credenti in Cristo, sovrano, giusto e misericordioso, nell’intenzione degli artisti potevano gustare un anticipo della beatitudine eterna nella celebrazione della liturgia e negli atti di pietà svolti all’interno dell’edificio sacro.

Nel secoli XII e XIII, a partire dal nord della Francia, si diffuse un altro tipo di architettura nella costruzione degli edifici sacri, quella gotica, con due caratteristiche nuove rispetto al romanico, e cioè lo slancio verticale e la luminosità. Le cattedrali gotiche mostravano una sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore. Grazie all’introduzione delle volte a sesto acuto, che poggiavano su robusti pilastri, fu possibile innalzarne notevolmente l’altezza. Lo slancio verso l’alto voleva invitare alla preghiera ed era esso stesso una preghiera. La cattedrale gotica intendeva tradurre così, nelle sue linee architettoniche, l’anelito delle anime verso Dio. Inoltre, con le nuove soluzioni tecniche adottate, i muri perimetrali potevano essere traforati e abbelliti da vetrate policrome. In altre parole, le finestre diventavano grandi immagini luminose, molto adatte ad istruire il popolo nella fede. In esse - scena per scena – venivano narrati la vita di un santo, una parabola, o altri eventi biblici. Dalle vetrate dipinte una cascata di luce si riversava sui fedeli per narrare loro la storia della salvezza e coinvolgerli in questa storia.

Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede. La scultura gotica ha fatto delle cattedrali una “Bibbia di pietra”, rappresentando gli episodi del Vangelo e illustrando i contenuti dell’anno liturgico, dalla Natività alla Glorificazione del Signore. In quei secoli, inoltre, si diffondeva sempre di più la percezione dell’umanità del Signore, e i patimenti della sua Passione venivano rappresentati in modo realistico: il Cristo sofferente (Christus patiens) divenne un’immagine amata da tutti, ed atta a ispirare pietà e pentimento per i peccati. Né mancavano i personaggi dell’Antico Testamento, la cui storia divenne in tal modo familiare ai fedeli che frequentavano le cattedrali come parte dell’unica, comune storia di salvezza. Con i suoi volti pieni di bellezza, di dolcezza, di intelligenza, la scultura gotica del secolo XIII rivela una pietà felice e serena, che si compiace di effondere una devozione sentita e filiale verso la Madre di Dio, vista a volte come una giovane donna, sorridente e materna, e principalmente rappresentata come la sovrana del cielo e della terra, potente e misericordiosa. I fedeli che affollavano le cattedrali gotiche amavano trovarvi anche espressioni artistiche che ricordassero i santi, modelli di vita cristiana e intercessori presso Dio. E non mancarono le manifestazioni “laiche” dell’esistenza; ecco allora apparire, qua e là, rappresentazioni del lavoro dei campi, delle scienze e delle arti. Tutto era orientato e offerto a Dio nel luogo in cui si celebrava la liturgia. Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”.

Cari fratelli e sorelle, mi piace ora sottolineare due elementi dell’arte romanica e gotica utili anche per noi. Il primo: i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati. Un artista, che ha testimoniato sempre l’incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, ha scritto che “i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia”. Quando la fede, in modo particolare celebrata nella liturgia, incontra l’arte, si crea una sintonia profonda, perché entrambe possono e vogliono parlare di Dio, rendendo visibile l’Invisibile. Vorrei condividere questo nell’incontro con gli artisti del 21 novembre, rinnovando ad essi quella proposta di amicizia tra la spiritualità cristiana e l’arte, auspicata dai miei venerati Predecessori, in particolare dai Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il secondo elemento: la forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis, la via della bellezza, è un percorso privilegiato e affascinante per avvicinarsi al Mistero di Dio. Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2: PL 38, 1134).

Cari fratelli e sorelle, ci aiuti il Signore a riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio.

mercoledì 18 novembre 2009

Islam e democrazia non sono compatibili

L'ideologia islamica e la democrazia occidentale non sono compatibili. Basterebbe uno sguardo serio e nemmeno troppo approfondito, slegato da pregiudizi buonisti, a come l'Islam si pone nei confronti del diverso e di tutto ciò che non gli appartiene per capire questa semplice affermazione. Eppure nessuno sembra voler vedere. In Spagna si é appena affacciato sulla scena politica un Partito Islamico, che ovviamente si dichiara moderato. Il suo obbiettivo é quello di apportare il contributo islamico per una ri-moralizzazione dell'Europa.

E così, nell'Europa che rifiuta il Cristianesimo e sposa il nichilismo, ecco comparire l'Islam come forza politica attiva. C'è chi sostiene che il nostro nulla prevarrà sulla furia islamica, ma io non la penso così.
Questo, dal Corriere di oggi, é l'interessante editoriale di Angelo Panebianco, incentrato proprio su questo problema.

P.s. urge riprendere in mano l'Osteria Volante di Chesterton.





PERCHE’ PREOCCUPA L’ANNUNCIO SPAGNOLO

Se l’Islam diventa partito

La politica demo­cratica è struttu­ralmente vincola­ta a un orizzonte di breve periodo. La natu­ra del sistema democrati­co spinge gli uomini poli­tici ad occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre grane, quelle che già si intravedo­no ma che ci arriveranno addosso solo domani o dopodomani non posso­no essere prese in consi­derazione. A differenza di ciò che fa la migliore me­dicina, la politica demo­cratica non si occupa di prevenzione. Se così non fosse, una notizia appena giunta dalla Spagna do­vrebbe provocare grandi discussioni entro le classi politiche di tutti i Paesi eu­ropei, Italia inclusa. La no­tizia è che, come era pri­ma o poi inevitabile che accadesse, c’è già su piaz­za un partito islamico che scalda i muscoli, che è pronto a presentarsi con le sue insegne nella com­petizione elettorale di un Paese europeo. Si tratta del Prune, un partito fon­dato da un noto intellet­tuale marocchino, da an­ni residente in Spagna, Mustafá Bakkach.
Ufficial­mente, il suo intento pro­grammatico è di ispirarsi all’islam per contribuire alla rigenerazione morale della Spagna. In realtà, cercherà di difendere e diffondere l’identità isla­mica. Avrà il suo battesi­mo elettorale nelle elezio­ni amministrative del 2011. Se otterrà un succes­so, come è possibile, solle­verà un’onda (ce lo dico­no i flussi migratori e la demografia) che attraver­serà l’intera Europa. L’ef­fetto imitativo sarà poten­te e partiti islamici si for­meranno probabilmente in molti Paesi europei. A quel punto, la strada della auspicata «integrazione» di tanti musulmani che ri­siedono in Europa diven­terà molto ripida e imper­via. Perché? Perché la scel­ta del partito islamico è la scelta identitaria, la scelta della separazione, dell’au­to- ghettizzazione. Si po­trebbe anche dire, para­dossalmente, che quando nasceranno i partiti isla­mici sarà possibile valuta­re davvero quale sia, per ciascun Paese europeo, il reale tasso di integrazio­ne dei musulmani. Per­ché è evidente che il mu­sulmano integrato (per fortuna, ce ne sono già moltissimi), quello che vi­ve quietamente la sua fe­de e non ha rivendicazio­ni identitario-religiose da avanzare nei confronti del­la società europea in cui risiede e lavora, non vote­rà per il partito islamico. A votarlo però saranno co­munque molti altri, sia per adesione spontanea (in nome di un senso di separatezza identitaria) sia a causa della pressio­ne degli ambienti musul­mani che frequentano.

Al pari del partito isla­mico spagnolo, si capisce, ogni futuro partito islami­co europeo dichiarerà (e non ci sarà ragione di cre­dere il contrario) di rifiu­tare la violenza. Non po­trà infatti rischiare (pena il fallimento del progetto politico) vicinanze o con­taminazioni con cellule terroriste più o meno atti­ve o più o meno dormien­ti in Europa. Ma ciò non toglie che l’ideologia dei partiti islamici sarà co­munque quella tradiziona­lista/ fondamentalista.

Sarà l’ideologia della cosiddetta Rinascita islamica, impregnata di valori antioccidentali e, alla luce del metro di giudizio europeo, illiberali. Si tratterà di forze illiberali che useranno la politica per strappare nuovi spazi, risorse e mezzi di indottrinamento e propaganda. Per questo, il loro ingresso nel mercato politico-elettorale europeo bloccherà o ritarderà a lungo l'integrazione di tanti musulmani. Che fare? La politica democratica non può facilmente difendersi da questa insidia. Però le possibilità di successo o di insuccesso dei partiti islamici nei vari Paesi europei dipenderanno da un insieme di condizioni.

Conteranno certamente anche le maggiori o minori chances che ciascun singolo musulmano avrà di ben inserirsi nel lavoro, e di poter accedere, per sé e per la propria famiglia, a condizioni di benessere (ma guai a credere che basti solo questo per annullare le spinte identitarie). Conteranno anche, e forse soprattutto, le caratteristiche istituzionali dei vari Paesi europei. Si difenderanno meglio, io credo, le democrazie dotate di sistemi elettorali maggioritari (che rendono difficile l’ingresso di nuovi partiti) rispetto a quelle che usano l’una o l’altra variante del sistema proporzionale.

La Gran Bretagna ha commesso errori colossali con la sua politica verso l’immigrazione musulmana. Il suo scriteriato «multiculturalismo» ha finito per consegnare all’Islam, e anche all’Islam più radicale, importanti porzioni del suo territorio urbano (al punto che oggi la Gran Bretagna deve persino fronteggiare il fenomeno dei numerosi cittadini britannici, di lingua inglese, che combattono in Afghanistan insieme ai loro correligionari talebani). Tuttavia, quegli errori sono forse ancora rimediabili. Il sistema maggioritario rende infatti molto difficile l’ingresso nel mercato politico britannico di un partito islamico. Diverso è il caso dei Paesi ove vige la proporzionale nell’una o nell'altra variante: l'ingresso è relativamente facile e la politica delle alleanze e delle coalizioni, tipicamente associata ai sistemi proporzionali, garantisce influenza e potere anche a piccoli partiti. Una circostanza che i futuri partiti islamici potranno sfruttare a proprio vantaggio. Da antico, e non pentito, sostenitore del sistema maggioritario penso che quella qui descritta rappresenti una ragione in più per adottarlo.

Angelo Panebianco
18 novembre 2009

venerdì 13 novembre 2009

Recensione (preventiva): 2012


Grandi attese per il film iper-catastrofico sulla fine del mondo predetta dal calendario Maya (in realtà questo calendario termina il 21.12.2012 in quanto i Maya, una volta estinti, non avevano più tanto tempo per aggiornare alcunché, comunque...). Personalmente sono stato diviso fra l'andare e il non andare al cinema; da una parte, fra gli argomenti a favore, una pellicola sicuramente godibile, sulla linea del genere catastrofico. Gli effetti speciali abbondano, come già si può vedere dal trailer, e confesso che il goderne nel buio della sala é una prospettiva che mi alletta molto.
La trama: i superpotenti del mondo, avvertiti dagli scienziati dell'imminente catastrofe planetaria, organizzano in gran segreto delle novelle arche di Noè ipertecnologiche con le quali salvare l'intellighenzia scientifica e politica. Il nuovo diluvio universale, frattanto, devasta tutto il pianeta. Curiosità: solo tre leaders rimangono fino all'ultimo con i rispettivi popoli, e cioé il presidente statunitense afro-americano, il Papa (!) e infine.... il premier italiano (!!).
Ho però letto alcune interviste al regista, Roland Emmerich, che mi hanno fatto cambiare idea. Egli sostiene infatti che tutte le religioni abbiano devastato il mondo "e che continuino a farlo". Forse per questo si diverte a demolire un po' di simboli: c'é il cupolone di San Pietro che crolla sulla piazza gremita di fedeli (credo che ci sia anche lo stesso Papa); il Cristo di Rio de Janeiro che si sgretola come sabbia (tiè, ti piacerebbe, ho subito pensato...); la Cappella Sistina che implode trafitta dalle crepe che, guarda caso, dividono il dito di Dio e di Adamo nel famoso affresco di Michelangelo. Il regista che é "contro le religioni organizzate", si guarda però bene dal far crollare la Kaba della Mecca; avrebbe voluto farlo ma un suo collaboratore ha saggiamente consigliato di evitarsi una fatwa islamica per una pellicola cinematografica.
Conclusione:

perché mai dovrei andare a vedere un film riducendo la mia scelta ad un puro e reattivo gusto distruttivo e catastrofico, mentre il caro regista mi distrugge il Cristo e San Pietro spiattellandomi poi la pappardella di una grande religione umanitaria? E poi la fine del mondo senza di Lui deve essere la cosa più triste che ci sia; che senso avrebbe? Nei simboli religiosi, politici e culturalli crollano tutte le certezze. Cosa rimane? Ogni film deve comunque fare riferimento ad una morale, buona o cattiva che sia, proporre una visione o una tesi. Tanto più un film sulla fine di tutte le cose! Se si esclude già Cristo allora non ne vale affatto la pena.
Ad ogni modo, meglio una pappardella umanitaria, che un finale con cori di "Alleluia!" e il Giudizio finale. Anche il cinema ha i suoi buoni limiti, ed é giusto così.
Risparmiamo dunque i dinari e dilettiamoci in diverso modo.
Per esempio aprendo l'ultimo libro di O'Brien, "L'isola del mondo"; sono ai primissimi capitoli, e già si respirano Tolkien e Omero insieme, paesaggi di verde silenzioso, un mare d'incredibile bellezza e un commovente rapporto padre-figlio.
"Il che é bello e istruttivo", direbbe Guareschi.











Prima che crolli Lui, caro Emmerich...

giovedì 12 novembre 2009

Una sfida per la nostra fede

UNA PRESENZA IRRIDUCIBILE

A proposito della sentenza della Corte europea sui crocifissi


La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Novembre 2009
Comunione e Liberazione

martedì 10 novembre 2009

Spe salvi


Tratto dall'editoriale de IlSussidiario.net

"Nella cultura postmoderna c’è tutto fuorché l’idea che si possa incontrare qualcosa, o qualcuno, che ti permetta di non avere più paura, e che ti faccia capire che in fondo il rischio, l’incertezza, il limite, la malattia, addirittura la morte sono parti necessarie di un destino buono. La Chiesa è lì a ricordarcelo, a ripeterci come fece per 368 volte Papa Woytila nel suo lungo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. Eppure, in quest’epoca di passioni tristi e di crocifissi tirati giù dai muri, basta un’influenza per dimenticare duemila anni di speranza".

Leggi tutto l'articolo

A proposito di durlindane

8 novembre 2009

Europei pallidi, flebili lettori, andate e affollate la mostra sui Santi Patroni d’Europa (Roma, Palazzo Venezia, da oggi fino al 10 gennaio). Nei quadri dei grandi maestri e dei sorprendenti minori vedrete croci di ogni misura e foggia raffigurate sulle corazze e sugli altari, sui paramenti e sulle bandiere, e insieme alle croci vedrete lame non meno evangeliche (“Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una”, Luca 22, 36), e quindi vedrete aste, vedrete lance, vedrete durlindane, nelle mani di Sant’Olav di Norvegia vedrete perfino un’ascia. Vedrete legioni di santi combattere draghi, mostri, diavoli, pagani e maomettani, vedrete pale più attuali di un telegiornale. Stanchi europei, lettori esausti, chiedete protezione a Benedetto e a Brigida, a Cirillo e a Metodio, a Francesco e a Caterina, ne avete bisogno, poi però assumetevi la responsabilità di imitare Boris e Gleb, santi molto completi: nell’icona stringono la croce nella destra e la spada nella sinistra. Su fondo oro.

di Camillo Langone



E a proposito di durlindane, la prof. d'Italiano riconsegna i temi sulla "Chimera" di Sebastiano Vassalli (in particolare, il mio trattava del confronto fra il senso della Storia di questo povero autore e quello dell'illustre Manzoni) e nel consegnarmi il mio, dopo una breve nota ad un'imprecisione, mi dice: "Comunque... é sobrio"; "!? (faccia da "Embé!?")"; "Mi aspettavo partissi per la Crociata"; la guardo e dico: "Ah. Beh, anche questa é una Crociata, prof."

Cristo contro il nulla, più Crociata di così...

P.s. é comunque da notare come per i riferimenti al Medioevo, il corpo docenti non vada oltre "Il nome della Rosa". Bene. Sarebbe come pretendere di avere una visione globale della politica estera di Obama avendo come solo riferimento "Popotus".

giovedì 5 novembre 2009

La Chimera in Europa

Da Tracce.it una voce a favore della ragione. E alla domanda: moriremo francesi? La risposta più ovvia é che se così dovrà essere, saremo francesi sì, ma vandeani. Almeno, io di certo.



CROCIFISSO L'illusione del nulla

05/11/2009
Un crocifisso in aula.

Un crocifisso in aula

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è talmente assurda e irragionevole da sembrare surreale.
Sulla sua assurdità sono intervenuti in molti, usando una gamma di argomenti che vanno dall’antico e solenne «non possiamo non dirci cristiani» di Benedetto Croce al puro «buon senso vittima del diritto» evocato dal leader del maggiore partito della sinistra italiana.
In quel crocifisso c’è la nostra storia e la nostra cultura. Basterebbe questo a rendere contraddittoria l’idea di tirarlo via a forza dalle aule dove si tramandano storia e cultura.
E la contraddizione arriva al paradosso, se si pensa che è proprio da quella tradizione cristiana che è nata l’idea stessa di “laico”. Prima di Cristo, la laicità non esisteva. Cesare e Dio erano la stessa cosa. E fuori dal cristianesimo, in grandissima parte, continuano ad esserlo, con tutte le storture e le violenze che questo porta nella storia.
Contraddittorio, quindi. Ma anche irragionevole. Perché il crocifisso non è "solo" cultura. È segno del Mistero. Ha a che fare con il senso della vita e con il dramma del dolore. Offre a tutti un'ipotesi che va oltre il nulla in cui tutto andrebbe a finire. Estirparlo dalle aule scolastiche, eliminare questa dimensione e questa ipotesi vuol dire – questo sì – soffocare l’idea stessa di educazione. A meno che non si pensi all'educazione come a qualcosa che non c'entra con il nostro cuore, con le sue esigenze ed evidenze, con il desiderio di infinito che rende uomo un uomo. A meno che non si riduca ai minimi termini la sua ragione.
Per questo il crocifisso è un fatto che riguarda tutti. È un segno religioso, chiaro. Ma di una fede che abbraccia, non esclude. Che si offre alla libertà dell’uomo e la sollecita. Di ogni uomo, qualsiasi tradizione abbia.
«Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino», scriveva vent’anni fa un'autrice di padre ebreo e cultura di sinistra come Natalia Ginzburg, in un articolo sull’Unità che varrebbe la pena di rileggere per intero, e magari spedire a Strasburgo.
Perché c’è un altro dato che colpisce di questa vicenda. La sentenza arriva nello stesso giorno in cui, di fatto, nasce la nuova Unione europea, con l’ultima firma sotto il Trattato di Lisbona. Coincidenza, certo: la Corte non è emanazione diretta dell'Unione. Ma coincidenza infelice. Su queste basi, l'Europa non può fare molta strada.
C’è qualcosa di insano – e non da oggi – in questa tensione della cultura occidentale a recidere le sue radici, a tagliare i ponti con ciò che l'ha generata e ne sostiene, tuttora, il tessuto sociale e civile. È l’utopia di poter vivere i valori che fondano la nostra società – la libertà, l'uguaglianza, la democrazia, la stessa educazione – svuotandoli dalla loro origine viva e reale, da ciò che li ha generati: il cristianesimo. Anzi, Cristo.
Questo, in fondo, è il nichilismo. Al posto di Dio, il nulla. Pensare che su questo nulla si possano costruire dei rapporti umani, una società, un’intera civiltà, è un'illusione. E non c'è illusione di cui la realtà, prima o poi, non presenti il conto.

mercoledì 4 novembre 2009

"Una sentenza degna del peggior regime totalitario"

"Il padrone del mondo" o "Il Nemico", scegliete voi.


Da IlSussidiario.net





Una sentenza contro l’Europa


La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha depositato ieri una sentenza con la quale condanna l’Italia per le norme che prevedono l’esposizione obbligatoria nelle aule scolastiche del Crocifisso.

Mi preme sottolineare che la Corte dei diritti dell'Uomo non è un organismo dell'Unione Europea, infatti nel collegio dei sette giudici che ha emesso la sentenza sono presenti anche un giudice turco e un giudice serbo. Sui giornali e telegiornali appariranno titoli ingannevoli che incolperanno o esalteranno l' Europa che "rifiuta il Crocifisso nelle aule di scuola".

Questa sentenza è il frutto del lavoro di una Corte che, sotto l'egida del Consiglio d'Europa, rischia di travisare il senso stesso del progetto europeo.

La decisione della Corte di Strasburgo costituisce un classico esempio di impostazione laicista volta a rinchiudere la religione, in particolare quella cristiana, in un vero ghetto. In questa prospettiva si inquadrano le motivazioni della sentenza, sotto riportate, secondo la quale l’esposizione di ogni simbolo religioso lede il diritto di scelta dei genitori su come educare i figli, quello dei minori di credere o meno, e lede anche il “pluralismo educativo”.

«La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni».

E ancora: «La Corte non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana».

Il giudizio della Corte risulta illogico e quanto meno appare incerto nel suo più profondo contenuto. Se non si è in grado di capire in che modo l'esposizione del Crocifisso possa servire al "pluralismo educativo", non si comprende come la Corte possa decidere tramite sentenza che lo Stato Italiano abbia violato lo stesso "pluralismo educativo".


Il Crocifisso rappresenta un simbolo religioso, culturale e identitario e proprio per questo non ha mai assunto una valenza coercitiva, come invece sembra ammettere la Corte nella sua sentenza. Come hanno testimoniato le precedenti decisioni prese dai giudici in Italia, il Crocifisso rappresenta un elemento di coesione in una società che non può prescindere dalla sua tradizione cristiana.

Se togliessimo il crocifisso dalle scuole, in quanto luoghi pubblici, dovremmo togliere tutte le croci e le magnifiche opere sacre che sono presenti nelle nostre strade e nelle nostre piazze, il che sarebbe senza dubbio assurdo.

La sentenza disconosce il ruolo della religione, in particolare quella cristiana, nella costruzione dello spazio pubblico e promuove un indifferentismo religioso che è in profonda contraddizione con la storia, la cultura e il diritto del popolo italiano.

A questo proposito, mi limito a richiamare il fatto che la Costituzione italiana rifiuta l’impostazione laicista, di matrice illuministica, per la quale il fatto religioso ha una natura meramente individuale ed è destinato a restare nell’ambito della sfera esclusivamente privata. La Costituzione valorizza, invece, il ruolo della religione e delle singole Confessioni religiose, come dimostrano gli articoli 7, 8, 19 e 20.

La disciplina costituzionale, dunque, pur assicurando a tutti la libertà religiosa, riconosce le singole confessioni come si trovano nella realtà sociale. Dunque, la Costituzione, come si evince chiaramente dal testo, riconosce alle confessioni religiose eguale libertà, ma non eguaglianza di trattamento.

È singolare che la Corte, anziché richiamare questo assetto costituzionale, faccia invece riferimento ad alcune posizioni laiciste della giurisprudenza della Corte costituzionale.

È forse un caso che nel collegio della Corte di Strasburgo sieda un giudice italiano e che tale giudice sia il fratello di un ex presidente della Corte costituzionale che tanta parte ha avuto - vedi le sentenze sul giuramento - e ha - vedi gli articoli sulla Chiesa cattolica - nell’affermare una concezione illuminista e laicista del ruolo della religione nella vita pubblica?

Un'autentica integrazione civile non può prescindere da una proposta educativa che abbia il coraggio e l'ambizione di proporre a tutti gli studenti i punti di riferimento che fondano la nostra società. Siamo di fronte a una sentenza che è il manifesto politico di chi vuole il declino definitivo di un progetto che ci ha regalato più di 50 anni di pace e benessere, in nome di un’ideologia che ha come obiettivo quello di privare un popolo della propria identità e di consegnare tutti i cittadini europei alla dittatura del nulla.

Auspico che tutte le forze politiche italiane ed europee sostengano senza esitazioni il ricorso che verrà presentato dal Governo italiano contro una sentenza degna del peggior regime totalitario.

lunedì 2 novembre 2009

"Morte, tu morirai"


Beato Angelico, Discesa di Cristo nel Limbo


Death be not proud, though some have callèd thee Mighty and dreadfull, for, thou art not so, For, those, whom thou think'st, thou dost overthrow, Die not, poore death, nor yet canst thou kill me. From rest and sleepe, which but thy pictures bee, Much pleasure, then from thee, much more must flow, And soonest our best men with thee doe goe, Rest of their bones, and soules deliverie. Thou art slave to Fate, Chance, kings, and desperate men, And dost with poyson, warre, and sicknesse dwell, And poppie, or charmes can make us sleepe as well, And better than thy stroake; why swell'st thou then; One short sleepe past, wee wake eternally, And death shall be no more; death, thou shalt die.


Morte, non essere fiera, sebbene alcuni ti abbiano chiamata
potente e terribile, perchè tu non lo sei;
poichè coloro che tu pensi di sconfiggere,
non muoiono, povera morte, ne tu mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, che non sono altro che tue immagini,
(viene tratto) molto piacere, quindi da te un piacere molto maggiore si deve trarre,
e più in fretta i nostri miglior uomini se ne vanno con te,
riposo per le loro ossa e liberazione dell'anima.
Tu sei schiava del destino, del caso, dei re, e degli uomini disperati,
e convivi con il veleno, la guerra e la malattia,
e il papavero o gli incantesimi ci fanno dormire altrettanto
e meglio del tuo colpo; allora perchè ti gonfi?
Dopo un breve sonno, ci svegliamo per l'eternità,
e la morte non esisterà più; Morte, tu morirai.


John Donne, Holy Sonnets, Sonnet 10