lunedì 6 ottobre 2008

A proposito de "Il nome della rosa"...

Come mai? Be', la risposta è assai semplice: perché affascinare il pubblico è bello, fa chic, fa molto intellettualone tutto-sapiens. E poi dai, che cosa ci vuole a dare un altro colpo al Medioevo oscurantista, alla repressione del vivere cattolico, dell'odiata Chiesa? "Il nome della rosa" è un'immensa bufala editoriale, un polverone ben scritto, gaiamente nichilista che pasta e rimpasta i luoghi comuni sulla storia della Chiesa che son ripetuti fino alla noia. Sì, avete letto bene, luoghi comuni, storpiature, perché le più recenti ricerche hanno appurato un'altra verità. E l'interessante è notare che pressappoco tutti gli storici son concordi nel rilevare ciò che è scritto qua sotto, persino gli storici marxisti, ma ormai il pregiudizio ha preso strada. E sarà dura smontarlo. Chi non vuol vedere i fatti non ha nulla da fare.
A scuola lo si vede. Leggere di Medioevo, parlare di letteratura e cantiche, arte e vita quotidiana.... cosa dire ad esempio del presunto dualismo cattolico tipicamente medievale? Il dualismo è una visione prettamente catara, di quegli eretici che devastavano campange e monasteri prima di organizzare i suicidi di massa, quegli eretici che la Chiesa ha prima combattuto creando l'Ordine Domenicano, poi con una crociata fortemente richiesta dai principi locali per riportare un'ordine ormai impossibile. Lo leggeremo mai, in un testo scolastico? Ma a parte la mera ricostruzione storica, nel romanzo si può picchiare più duro. Hai più sfumature psicologiche, i "cattivi" son più "cattivi". Questo post è dedicato a tutti, ma in particolare ai miei compagni di classe, per nient'altro che la loro formazione e la loro personale ricerca del vero. Vi propongo questo gioiello di apologetica e di amore ai fatti che un'amica di cui io non sono degno neanche un po' mi ha segnalato. Qua sopra sarà da ora aperto un link permamente sul il sito Storialibera.it, un'interessante proposta politicamente scorretta ma che ha il vizio di guardare principalmente ai fatti. E' presente anche il link alla versione completa di questo articolo, tagliato nelle parti più tecnico-filosofiche.

A voi, carissimi compagni. In nome dei fatti.



Contro "Il nome della rosa"

1. La trama

Negli ultimi mesi ha avuto larghissima circolazione in tutto il mondo il film di Jean-Jacques Annaud Il nome della rosa, realizzato - come recitano i titoli di testa - "sul palinsesto del romanzo di Umberto Eco", che a sua volta - con oltre cinque milioni di copie diffuse in venticinque lingue - viene celebrato come il libro di autore italiano più venduto di tutti tempi (1).

Sarebbero sufficienti le dimensioni del fenomeno a rendere opportuno un suo esame critico, a cui mi sembra utile premettere - per chi già non la conoscesse - un breve accenno alla trama.

Nel novembre 1327 si incontrano, presso una imprecisata ma ricca abbazia benedettina dell'Italia Settentrionale, per una disputa sulla povertà di Cristo e della Chiesa, una delegazione francescana - di cui fa parte il protagonista, Guglielmo da Baskerville, che è accompagnato dal giovane novizio Adso da Melk - e una legazione pontificia guidata dall'inquisitore domenicano Bernardo Gui. Nell'abbazia sono rifugiati due ex eretici della setta estremista dei dolciniani, che conducono vita sregolata e di notte fanno entrare nel convento una ragazza del vicino villaggio, che finirà per sedurre il giovane Adso. La vita dell'abbazia è sconvolta da una serie di oscuri delitti su cui indagano, con metodi diversi, Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui. L'inquisitore identifica i responsabili nella ragazza, che scambia per una strega, e nei due ex dolciniani. Nel romanzo questi presunti colpevoli vengono condotti da Bernardo Gui verso Avignone, e di loro non si sa più nulla; il film mette invece in scena - presso l'abbazia stessa - la loro condanna e immediata esecuzione sul rogo, seguita da un'improbabile rivolta di contadini - in cui l'inquisitore trova la morte -, che riesce a salvare almeno la ragazza. Nel frattempo Guglielmo da Baskerville - in una notte di tregenda, in cui l'abbazia è distrutta da un incendio - scopre il vero assassino: è il vecchio monaco cieco Jorge, che ha ucciso per impedire che venisse alla luce il perduto libro secondo della Poetica di Aristotele, un'opera pericolosa per la Chiesa perché vi si esalta l'umorismo che "uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non c'è più la necessità del timore di Dio" (2).

2. Il "film": un Medioevo di cartapesta

Il film, molto meno complesso del libro, si concentra su due temi noti alla propaganda anticattolica di tutti i tempi: la corruzione dei monaci e gli orrori dell'Inquisizione. Stanca ripetizione di temi noti: contro monaci e inquisitori avevano tuonato la propaganda protestante e i libelli illuministi; contro inquisitori e monaci si scagliava la letteratura popolare ottocentesca di ispirazione massonica. I benedettini vengono dipinti con una galleria di volti deformati, sadici e volgari; i vizi più inconfessabili si danno convegno nell'abbazia mentre i pezzenti del villaggio si scannano per accaparrarsi gli avanzi gettati via dal monastero. Un quadro grottesco, non compatibile neppure con l'incipiente decadenza del monachesimo nel secolo XIV, e che si prende qualche libertà anche con il romanzo dove - se la ragazza rappresenta un caso isolato di miseria - il cantiniere Remigio ha cura di precisare che il villaggio non è povero - "una famiglia normale laggiù possiede anche cinquanta tavole di terreno" - e liberalmente beneficiato dall'abbazia (3). Ma il danno agli spettatori più semplici è fatto: chi, uscito dalla proiezione de Il nome della rosa, ricorderà più che proprio i benedettini hanno fatto la nostra Europa, trasmettendo tesori di cultura - ma anche di conoscenze tecniche e agricole - e costruendo nei secoli punti di riferimento per i poveri e per i sapienti?

Sul tema dell'Inquisizione - che dilata in modo abnorme rispetto al romanzo - il film riapre vecchi armadi polverosi, pieni di arnesi dimenticati da qualche decennio: catene, ferri roventi, segrete, cortei notturni con torce ardenti. Ne nasce un quadro in cui nulla è vero.

Bernardo Gui inquisitore ignorante e feroce: menzogna. Procuratore generale del suo ordine "per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell'esattezza, il G[ui] è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo" (4). Oggi gli specialisti hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, "se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare", mentre altri sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti (5). Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe: menzogna. Presso Bernardo e gli inquisitori suoi contemporanei "è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche" (6), del resto di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, a meno che la stregoneria si presentasse mescolata all'eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe nascerà nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e di frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici dei principi (7). La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata: menzogna. L'Inquisizione del secolo XIV - a differenza dei tribunali laici del tempo - usa in casi rarissimi la tortura di cui - secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V - l'inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare "un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante" (8). L'inquisitore che decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che "chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico": menzogna. È l'Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium che mette l'imputato nella condizione di essere giudicato da un collegio numeroso - spesso di trenta o anche di cinquanta giurati -, dove molti "diventano di conseguenza gli avvocati dell'accusato" ed è l'inquisitore che, davanti alla loro muta, si trova piuttosto in situazione di inferiorità". Del resto l'imputato ha diritto di difendersi e "può produrre testimoni a discarico"; "può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma" (9). La sentenza eseguita subito dopo la condanna, i rei confessi - e perfino il demente Salvatore - bruciati, il rogo organizzato direttamente dal domenicano inquisitore: menzogna. Nel processo inquisitoriale - lungo e complesso - i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; è il potere laico, il braccio secolare - e mai la Chiesa -, a occuparsi dell'esecuzione delle condanne. Il popolo, infine, che insorge e uccide Bernardo Gui: menzogna. Gli storici, anche i più ostili alla Chiesa, confermano invece la notevole popolarità dell'Inquisizione presso il popolo, che se ne vedeva protetto dalle vessazioni di eretici che - come i catari e i dolciniani - non di rado trascendevano in violenze e in stragi.

Bernardo Gui morì tranquillamente nel suo letto, dopo essere stato nominato vescovo di Túy nel 1323 e poi di Lodève nel 1324.

3. Il libro: un'apologia della modernità

1. Un romanzo pseudo-storico

Il libro di Umberto Eco può essere letto a tre diversi livelli: come romanzo pseudo-storico; come romanzo ideologico a tesi; e come romanzo iniziatico, che contiene anche un senso nascosto. La lettura più facile è quella pseudo-storica del Medioevo di cartapesta, a cui corrisponde il film. Di alcune delle menzogne di fatto della pellicola non sembra direttamente responsabile il romanzo, che contiene però sul Medioevo e sull'Inquisizione le menzogne di principio fondamentali.

L'Inquisizione viene presentata nel romanzo come un tribunale ideologico, inteso a reprimere ogni possibile discussione di una serie di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando il terrore attraverso la continua denuncia e perfino la "creazione" di un nemico. "Spesso - osserva Adso - sono gli inquisitori a creare gli eretici". E un tribunale ideologico non può che condannare sempre e comunque: "Sarai dannato e condannato se confesserai - dice Bernardo Gui al suo imputato -, e sarai dannato e condannato se non confesserai, perché sarai punito come spergiuro!" (10). Lo spoglio statistico delle sentenze dell'Inquisizione, da cui si ricava la bassa percentuale di condanne, ha ormai dimostrato che questa tesi è falsa. Ma non meno falsa è la sua premessa: l'Inquisizione nasce tardi, verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali e concreti di movimenti come i catari, portatori di un "totalitarismo della morte" apologista del suicidio e dell'omicidio degli oppositori, e - più tardi - come i dolciniani, impegnati a mettere a ferro e a fuoco i villaggi in nome di un'utopia comunistica. Senza escludere deviazioni ed errori tipici di ogni tribunale umano, non si può che concludere che l'Inquisizione dei secoli XIII e XIV "è stata il modo necessario di affrontare un antigene sociale molto pericoloso" (11). Affermare il contrario significa liquidare un secolo di studi scientifici sull'Inquisizione per tornare al museo degli orrori dei romanzi di appendice del secolo scorso.

Fuorviante è poi, nel romanzo, l'elemento di supporto della trama, cioè il desiderio della Chiesa di occultare un volume che - con l'autorità di Aristotele - avrebbe pericolosamente legittimato, insieme con la commedia, l'umorismo, nemico della fede perché può liberare dalla paura su cui la religione si fonda. La tesi non è minimamente plausibile. I benedettini del Medioevo hanno salvato con amore anche il legato del mondo classico relativo alla commedia, pure spesso moralmente discutibile. Come ha mostrato Hans Urs von Balthasar, il Medioevo - oltre la critica rigida della patristica - ha dato inizio alla rivalutazione del teatro (12). Nella Summa Theologiae di san Tommaso si afferma, nella questione 168 della Secunda Secundae, che, se l'umorismo vano e malizioso deve essere evitato, l'umorismo di suo costituisce una manifestazione della razionalità umana che può essere perfino virtuosa. Di più: nella mancanza di senso dell'umorismo - "in defectu ludi" - si trova "un qualche peccato", perché "tutto quanto è contro la ragione nelle cose dell'uomo è vizioso", e mancare di umorismo significa spesso rivelarsi poco ragionevoli, "molesti agli altri", "duri et agrestes" secondo l'espressione dello stesso Aristotele (13). Sono questi i medioevali de Il nome della rosa: cupi, tetri, in perenne quanto morbosa attesa di disastri apocalittici?

(...)



Che cosa può imparare il mondo cattolico dalla grande operazione propagandistica realizzata attraverso Il nome della rosa? Certamente una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che qualcuno ritiene assolutamente necessario sottoporre le folle a periodici bagni di menzogne sulla civiltà cristiana medioevale, insistendo sempre sugli stessi temi - i monaci, l'Inquisizione -, tanto più oggi a fronte del grave rischio che la nuova medievistica scientifica giunga, sia pure lentamente, a conoscenza del pubblico dei non specialisti e smantelli mitologie a cui certe forze sono straordinariamente attaccate. Il film, "mini-museo antireligioso posto dall'altra parte di una cortina di ferro sempre presente" (31), costituisce una facile iniziazione offerta a tutti affinché varchino la soglia ed entrino nel mondo del romanzo, dove si svelano gli arcani della modernità nella loro verità ultima, nichilista e gnostica. Lo scopo di Umberto Eco consiste certamente nel temprare "lo scettro a' regnatori", esaltando lo Stato laico moderno e la sua ideologia; ma talora - involontariamente, e sta qui l'occasione positiva offerta al mondo cattolico - anche "gli allòr ne sfronda" e "svela di che lacrime grondi e di che sangue" il potere svincolato dalla religione e dalla morale e sostenuto da filosofie relativiste o da miti gnostici. Se ne potrà ricavare, per diametrum, che la verità, e una politica che si lasci giudicare dalla verità, fa libero l'uomo, mentre la negazione dell'esistenza di una verità che si imponga anche ai principi - si tratti di Ludovico il Bavaro o del "moderno principe", come Antonio Gramsci chiamava il partito comunista - lo rende schiavo dei potenti di turno. Se poi la lettura de Il nome della rosa indurrà qualcuno a meditare seriamente, sia pure a partire da Gioachino da Fiore, sull'azione dello Spirito Santo nella storia, gli si potrà consigliare - in alternativa all'immensa posterità spirituale gioachimita, rivoluzionaria o "moderata" - la lettura dell'enciclica Dominum et vivificantem, dove l'intervento dello Spirito nella storia viene presentato nella sua forma corretta, radicalmente antiprogressistica, nel senso che la terza persona della Trinità - ben lungi dal venire a certificare la storia come progresso necessario verso una crescente "liberazione" - viene a "convincere il mondo quanto al peccato" anche nella sua dimensione storica. Si comprenderà allora che l'arcano ultimo della modernità come ideologia è il rifiuto di Dio, la "resistenza allo Spirito Santo" che trova "specialmente […] nell'epoca moderna la sua dimensione esteriore" (32).

Massimo Introvigne






3 commenti:

Decio ha detto...

Non so da dove prenda i dati questo giornalista sinceramente.
Presumo che li appia presi da Gustav Henningsen, che ma come dice la cara vecchia Wikipedia ( e confermata da altre fonti)"basta pendere un libro come quello della di Gesaro "Streghe" per vedere che solo nel Trentino la cifra di 36 venga ampiamente superata e non si riesce comprendere le stime dell'Henningsen"
Cito sempre da wikipedia
"l raggiungimento di una certezza sul tema è ostacolato da molti elementi: ad esempio, si è persa traccia di documenti e notizie certe in ordine a gran parte dei processi. Il motivo principale fu che per paura che gli immensi archivi inquisitoriali cadessero nelle mani dei protestanti o degli avversari della Chiesa, molti archivi vennero dati alle fiamme, come Milano, Mantova, Benevento e quelli della Sicilia con migliaia e migliaia di processi.[2] O come quelli rubati dai francesi a Roma. Pertanto le cifre che si ipotizzano in ordine alle vittime della persecuzione vanno considerate come ordini di grandezza e spesso sono oggettivamente influenzate dalle opinioni e dalle collocazioni culturali degli Autori che le hanno determinate.

Le ipotesi minime parlano di circa 110.000 processi e 50.000 esecuzioni[3] cifre successivamente ridotte dallo stesso autore a 100.000 processi e 50.000 esecuzioni[4]"
Non so sinceramente non mi convince.
Non che Il Nome Della Rosa sia oggettivo per carità, ma confutare una tase con dati altrettanto poco sicuri non riesce a scalfire nemmeno lontamente la mia idea.
E come torturavano? Dai non possono essersi inventati tutto, siamo obbiettivi. E l'indice dei libri proibiti?
E poi in ogni caso perchè uno doveva essere condannato perchè eretico?
A me allora dovrebbero bruciare sul rogo.
Che poi a me di vedere il film importa relativamente, penso che lo seguirò solo perchè adoro Shon Connery. O mi diletterò nel creare vignette.

Ser Jacques ha detto...

Più che altro, le incisioni con rappresentazioni di torture, quando circolavano già allora da Sette-Ottocento, erano tutto fatte (e si vede nello stile) in Paesi Protestanti dai quali, e assieme all'Illuminismo, è iniziata una delle tante leggende nere sulla Chiesa. Il fatto che tu dico "Dai non possono essersi inventati tutto" è l'indice di quanto purtroppo certe "verità storiche" siano ormai nella mentalità comune. IL numero di quei processi e di quelle esecuzioni è largamente confutato dai documenti vagliati negli ultimi decenni. IL braccio secolare era poi quello addetto alle esecuzioni.... comunque era per dire che chi scambia l'inquisizione per la polizia stalinista ha sbagliato e di brutto. Si, poi, fai vignette che ti pungi di meno.

Stephanie ha detto...

Sono abbastanza confusa...
Ma alla fine dei conti, credo che siamo 2 a 1 per Jack, quindi cercherò di cambiare la mia idea radicalmente impressa nei miei pensieri di una Chiesa medievale senza più ideali, totalmente persa...
Guardate che io sono una persona semplice, a fare 'sti discorsi mi mettete veramente in crisi!!!
Comunque, meno male che finalmente l'hai spiegato, Jack, se no chissà cos'avrei pensato de "Il nome della rosa"...