martedì 23 giugno 2009

"D'accordo su tutto": l'ateo relativista e il cardinale coltivatore del dubbio

Su Repubblica del 18 giugno usciva un'agghiacciante intervista di Eugenio Scalfari al cardinale Martini. Ho appena avuto il coraggio di leggerla; davvero é incredibile come il nichilismo, il buonismo ebete e vuoto del mondo moderno, oltre ad un clericalismo che odia la Chiesa sia penetrato così in alto nel clero e nel mondo cattolico. Il nostro mondo sta perdendo la faccia, odia il cristianesimo sempre di più, cioè odia se stesso, e invece che riportare Cristo come risposta alle domande dell'uomo d'oggi sempre più impazzito, riprorre la ragionevolezza della fede, si parla di una Chiesa che si potrebbe anche smantellare, di come sia la Chiesa a doversi inginocchiare davanti al vitello d'oro di questa modernità; il passato é un unico errore di duemila anni, la figura del Papa porta inevitabilmente con sé un residuo di temporalismo. Come diceva Paolo VI, se ben ricordo era lui, il fumo di Satana é entrato nel Tempio di Dio. Non il proprio desiderio di felicità, ma il dubbio perenne é innalzato a criterio ultimo, e quindi siamo tutti esaltati se c'è una conferenza dal titolo "La pace è il nome di Dio" dove partecipano cardinali, protestanti, anglicani, addirittura monaci buddisti, introduce Martini e parla Scalfari.
E la carità non é il sovrabbondare dell'amore di Cristo che lancia l'uomo ad amare tutti, ma l'esigenza di giustizia sociale, di rivoluzione.
"... ci accorgemmo subito che eravamo d' accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall' alto, io dall' autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell' incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista."




Qui il commento-editoriale di Giuliano Ferrara, su Il Foglio

Eugenio Scalfari spesso tira fuori il peggio dei suoi interlocutori, perché li sfida in una gara di narcisismo camuffata da emulazione intellettuale e morale, per giunta nobile.
Accadde anche ieri in una conversazione su Repubblica con il cardinale Carlo Maria Martini, che ha deciso di passare questi anni venerabili alla ricerca non del giusto, del bello, del vero e del buono ma del consenso, comunque sia.
Da Scalfari Martini si è lasciato sgridare per aver scritto un libretto modesto, a quattro mani, con don Luigi Verzè, definito dal famoso moralista laico come “un personaggio di notevole intraprendenza”, che sarebbe una formale diminutio di persona non grata se non si attagliasse, la definizione, al suo stesso autore.
Si è anche mediocremente giustificato, cosa che un principe della chiesa dovrebbe evitare di fare: per lavorare di penitenza, il confessionale giusto non è il lettorato di Repubblica.
Martini ricorda spesso il vangelo, che sarebbe anche il suo mestiere.
Sostiene che bisognerebbe smantellare la chiesa come istituzione, diplomazia e rocciosità della sede petrina prima di ogni altra cosa; tutto quello che non è spiritualità e pauperismo è istituzionalismo o residuo temporalista, deriva costantiniana, orrida alleanza con il potere.
Bisognava fare Papa un pastore, non un teologo o un diplomatico, nell’ultimo conclave. E va bene. Abbiamo capito. Ma è andata così, e sarà da farsene una ragione, se si voglia risultare persuasivi nel ragionare intorno alla chiesa di Benedetto XVI.
Martini dimentica però di citare il vangelo in quel versetto che ci sembra di ricordare dedicato al matrimonio: l’uomo non disgiunga ciò che Dio ha unito.
Il carattere sacramentale del matrimonio non interessa l’esegeta biblico fattosi pastore dei divorziati risposati, che vorrebbe addirittura dedicare un concilio non già alla vasta piaga sociologica e spirituale della distruzione della famiglia moderna attraverso il divorzio, l’aborto e altri ammennicoli del diavolo: no, Martini vuole fare un concilio per alleviare il disagio spirituale dei divorziati che si risposano e chiedono l’eucaristia, infatti il cardinale intuisce il numero sempre crescente dei peccatori (dal punto di vista della chiesa) e vuole ingurgitarli tutti come segni dei tempi, correzioni di un’etica cattolica cattiva in quanto formalistica e antirelativistica, numeri di un consenso decisivo per l’alleanza con il mondo com’è. Già che c’è, Martini definisce la frequenza dei sacramenti, della messa e le vocazioni come “aspetti esterni, non sostanziali” della vita cristiana, che sarebbe solo e soltanto carità, e forse fede e speranza.
A Martini, dice infine Scalfari, piace Scalfari, che è un “ateo perfetto”; a entrambi, dicono in coro Scalfari e Martini, dispiacciamo noi atei imperfetti, che manifestiamo liberamente, in nome di una ragione più larga e varia del razionalismo conformista, una certa ironica ma sincera devozione per la dottrina, l’annuncio e la liturgia cattoliche.
Sinceramente, e gentilmente, ricambiamo.


Segnalo inoltre un link interessante per capire come la posizione di Martini non abbia nulla a che fare con il cattolicesimo, auspicandone infatti una sua protestantizzazione relativista, un soggettivismo che non risparmia nessuno dei temi caldi dell'attualità, nonché la consistenza stessa della Chiesa di Roma.






1 commento:

Samuele Baracani ha detto...

Mi viene quasu da piangere... Ma anche questo ci è dato di vivere