sabato 26 settembre 2009

Il percorso storico dell'uomo verso la felicità



Saggio breve scolastico incompreso dal docente che, a quanto lascia intendere, avrebbe preferito un telegramma. Amen.


Il soggetto della “Divina Commedia” è la storia della salvezza; essa è intesa e narrata come il cammino della Storia intera e allo stesso tempo come il percorso personale e storico di ogni singolo uomo verso il suo compimento eterno. Per sua natura l’aspetto storico e personale non può che essere composto da riferimenti a volti, circostanze e incontri realmente accaduti nella vita, in questo caso, del poeta e uomo fiorentino Dante. E’, in fondo, ciò che risalta prepotentemente alla lettura della “Commedia”. Ecco quindi la prima fondamentale domanda: questo forte carattere autobiografico è in se stesso un artificio letterario, una genialità poetica accessoria utilizzata dall’autore al fine di una maggior riuscita di contenuti e stile? Risposta: certamente no. Una diversa versione della domanda appena posta, infatti, sarebbe: è forse possibile raccontare in un’opera letteraria, come ad una serata fra amici, la storia della salvezza del mondo senza che essa abbia inesorabilmente ad intrecciarsi con l’esperienza di chi narra? Storia della salvezza significa prima di tutto, storia e storie di uomini salvati. Certo, soltanto un uomo come Dante ha potuto narrare della salvezza come egli solo ha fatto, ma è pur vero che essa ha che fare con la vicenda storica di ogni singolo uomo. Dante quindi può parlare e parla del cammino al compimento eterno della Storia perché parte innanzitutto da fatti e incontri che hanno portato lui su quella strada; e viceversa può guardare in questo modo alla sua vita perché la Salvezza è entrata nel mondo. A partire quindi da quella che potrebbe essere definita un’ottica autobiografica sì, ma prettamente cristiana, prima di concentrare l’attenzione sulla prima delle tre cantiche, quella infernale, è necessaria una premessa. Al pari di ogni opera letteraria, la “Commedia”, a maggior ragione, è stata oggetto di diverse valutazioni (e talvolta riduzioni) nel corso dei secoli; pressoché ogni epoca ha dato la sua interpretazione di essa per di più perdendo di vista il contesto cristiano e medievale di cui Dante rimane l’insuperato cantore. Non sorprende quindi trovare Victor Hugo e altri esponenti della cultura francese dell’Ottocento interpretare l’ “Inferno” dantesco come un paesaggio gotico e romantico, stravolgendone il significato. Al giorno d’oggi, tempo di cultura mediatica, questa e altre interpretazioni stratificatesi lungo le varie stagioni della critica hanno generato un’interpretazione pressoché sentimentale e fuorviante in particolare della prima cantica. Ne segue un’alienazione di questa parte dell’opera, da cui deriva un’incomprensione delle due rimanenti, viste oggi come astratte e distanti. Guardando all’opera per quello che essa dice, è comunque possibile tornare al testo nella sua verità. Se essa è veramente la storia della salvezza, tutto viene restituito al lettore nella sua organicità: Inferno, ma anche (e soprattutto) Purgatorio e Paradiso.

E’ proprio sugli episodi maggiormente noti al grande pubblico che lo scontro fra le interpretazioni dei critici si fa più acceso, come è ovvio che sia: gli incontri con i grandi personaggi dell’Inferno sono quindi, per loro natura e successo, esposti più sovente alle riduttive interpretazioni di cui sopra. E’ quindi essenziale e non marginale tenere vivo questo richiamo nell’accostare le pagine dell’opera, specie nell’ottica di questo saggio breve, ovvero quella di un’autobiografia cristiana.

Iniziando da Inferno V. In Paolo e Francesca, i due amanti dannati per l’eternità, Dante fissa per sempre il mondo letterario cortese della propria epoca nelle sue drammatiche conseguenze per il destino eterno dell’uomo. La direttrice critica De Sanctis – Sapegno ha contribuito a formulare al riguardo di questo celebre episodio una contrapposizione fra il Dante cristiano, inesorabile accusatore, e il Dante più umano, generoso nel perdono. Ma non si potrebbe comprendere a pieno il giudizio di Dante su i due amanti se non andando a vedere il discorso teologico sull’amore dei canti XVII e XVIII del Purgatorio: in essi Dante chiama i suoi maestri di gioventù (rimando all’ambiente stilnovista e cortese), “ciechi che si fanno duci” (vs 18 Purg. XVIII), e al celebre verso di Inferno V “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (vs 103) viene contrapposta la terzina “Onde, poniam che di necessitate/ surga ogne amor che dentro voi s’accende,/ di ritenerlo è in voi la podestate” (vs 70 – 72 Purg. XVIII). Dante quindi prova pietà tanto da svenire perché in Paolo e Francesca vede drammaticamente figurato il terribile destino che il clima culturale dell’epoca preparava a tutti coloro, fra i quali lui, per un certo periodo, che in nome della scusante di Amore si sentivano liberi di seguire ogni istinto e passione. Ma nel canto XVIII della seconda cantica, Virgilio espone a Dante la teoria tomistica del libero arbitrio, ovvero che l’uomo dotato di ragione e libertà è in grado di riconoscere il vero bene e quindi di resistere all’istinto sul momento più appagante. Questo dice il cristianesimo: l’uomo è dotato di ragione e libertà.

E’ comunque solo l’astrazione teorica di certa critica che impedisce di vedere le evidenze più grandi di questa vicenda: i due amanti si trovano nel buio e nella bufera sferzante di quella parte d’Inferno, per l’eternità; Paolo piange amaramente al sentir narrare nuovamente l’istante che li dannò per sempre; e infine “quei due che’nsieme vanno” (vs 74) hanno soddisfatto il loro desiderio di possesso reciproco svuotandolo di ogni pienezza e compimento, trovando nell’abbraccio tanto desiderato la loro tomba di dolore eterno. Ecco quindi il punto che qui interessa: Dante non piange perché non comprende il motivo della loro dannazione, ma perché in essi vede raffigurato l’esito scampato di gran parte della sua gioventù: è questo il primo passo, il primo atteggiamento che Dante giudica e allontana da sé per arrivare alla salvezza.

In Inferno X, Dante e Virgilio si trovano nel primo girone della Città di Dite, si ha un altro dei più celebri episodi dell’opera, uno di quegli incontri indimenticabili per il lettore della “Commedia”: quello con Farinata degli Uberti e Guido Cavalcanti (vero protagonista dietro la figura del padre Cavalcante). Ecco che sulla scena si affaccia prepotentemente la Firenze dell’epoca, nei suoi tormenti politici e culturali che videro lo stesso Dante a lungo implicato. Essendo nel girone degli eretici, ed essendo i due personaggi incontrati quasi simboli (specie Farinata) della Firenze politica dell’epoca, Dante rileva come fosse presente in quegli ambienti un forte epicureismo dal quale egli stesso, così fa intendere, fu fortemente tentato. Il canto, così riuscito in tutte le sue componenti (Chiavacci Leonardi lo compara ad uno spartito musicale), raggiunge l’acme nella terzina dei versi 61-63, dove viene espresso uno dei cardini dell’opera intera e dell’esperienza del poeta. Cavalcante compare miseramente sulla scena, sorgendo dalla tomba, a interrompere il discorso fra Farinata e Dante; al non vedere il figlio anch’egli poeta affianco a lui chiede disperato: “se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno” (vs 58-59) come mai Guido non si trovi con lui. Dante risponde: “Da me stesso non vegno: / colui ch’attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”. Ecco il punto: ciò che differenzia Dante dai personaggi finora incontrati (ma sarà così per tutta la cantica) è ciò che rende la grandezza e magnanimità di questi inutile per la loro salvezza, cioè il fatto che soltanto egli, Dante, riconosce di non poterla raggiungere con le sue forze ma con l’aiuto e la guida concreta della Grazia divina. Farinata rimane, come in vita, un grande uomo politico, carismatico; a Guido, amico di gioventù dello stesso Dante, viene riconosciuto un grande ingegno; eppure entrambi ebbero a disdegno di arrivare alla felicità seguendo qualcuno di più grande. Per Dante non è più così, e tutta la Commedia è una sequela continua di qualcuno più grande; per cui era doveroso e necessario, seppur doloroso in un certo senso, staccare per sempre da sé, giudicandola, l’esperienza che rischiava di far di Dante stesso uno che ritiene l’anima col corpo morta.

E’ fondamentale avere chiaro il binomio desiderio – sequela, perché è il denominatore comune degli incontri di tutte e tre le cantiche. Ogni personaggio incontrato da Dante ha dentro a sé l’urgenza della felicità e della realizzazione di sé, e ognuno di loro ha cercato di perseguirla secondo scelte e passioni personali: Farinata nei giochi politici fra le parti; Cavalcanti nella superbia del suo alto ingegno; Paolo e Francesca nel sospirato amore e così via. Tutte queste sono infatti passioni umane che non furono estranee alla stessa vita del poeta. Allora perché portarono alla dannazione? Sono forse un male in sé? Questi interrogativi verranno ripresi alla fine del percorso.

Forse mai come attorno alla figura di Ulisse l’interesse di tutte le letterature si è focalizzato in maniera così radicale. Così l’autore della Commedia, avendo egli un forte motivo personale per farlo, come si vedrà. Come per l’episodio di Paolo e Francesca, anche qui, in Inferno XXVI, la critica ha operato una divisione, sia pure più marcata: da una parte gli “innocentisti” (Ulisse non ha colpe, ha soltanto seguito il suo desiderio di conoscenza) e dall’altra i “colpevolisti” (egli merita di morire in quel modo poiché ha sfidato Dio nel cercare di conoscere ciò che all’uomo non è dato di conoscere). In fondo, che colpe può avere l’eroe omerico? Egli è l’uomo che vede in sé il desiderio infinito di conoscere la realtà; allora Dante, anzi Dio stesso, condanna e reprime ciò che di più grande abita il cuore dell’uomo? Scoraggia vedere come molta critica abbia riposto di sì, vedendo nell’Ulisse dantesco la condanna dell’uomo medievale ad ogni forma di grandezza d’animo, essendo l’uomo limitato ad obbedire alla legge divina. Eppure Dante non si pone il problema come un osservatore esterno: egli sa e lascia intendere al lettore attraverso numerosi riferimenti lungo tutta l’opera che Ulisse è lui stesso. Lo fa capire la duplice invocazione a Virgilio dei versi 65 – 67, o ancora prima i versi 19 – 22: “Allor mi dolsi e ora mi ridoglio/ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi/ e più lo’ngegno affreno ch’i non soglio,/ perché non corra che virtù nol guidi”. Frequenti i riferimenti pure lungo le altre cantiche, a partire dalla navicella di Purgatorio I. C’è stato un periodo nella vita del poeta in cui egli ha creduto di poter spiegare tutto con il suo ingegno, di poter penetrare il mistero della realtà a partire da un’indagine il cui unico strumento fosse solamente la propria capacità. L’orazion picciola che Ulisse rivolge ai suoi in cui è contenuta tutta la grandezza dell’uomo è ciò che Dante più condivide e approva: il desiderio di conoscenza è il motore stesso del suo agire. Ma quello stesso desiderio si tramuta in Ulisse in superbia, diventando quindi la causa della sua morte.
Chi può saziare allora il desiderio infinito dell’uomo?

“La sete natural che mai non sazia/ se non con l’acqua onde la femminetta/ samaritana domandò la grazia” è l’inizio del XXI del Purgatorio.

Ecco quindi la riflessione conclusiva: tutti i riferimenti autobiografici contenuti nella prima cantica sono il giudizio che Dante da a tutte quelle esperienza che nella sua vita hanno promesso tutto ma non hanno mantenuto che ben poco.
E’ necessaria una precisazione. Sembra quasi, nel sentire comune del giorno d’oggi, che Dante, mostrando come dannati uomini che pure hanno desiderato amare, conoscere, vivere degnamente, quasi sia costretto ad un di meno, ad una felicità comunque sia monca, non piena. Ma ecco allora la domanda: chi ha posseduto e amato di più la persona desiderata, Francesca o Dante? Chi è andato a fondo della natura della realtà, arrivando a poter dire di conoscerla veramente, Ulisse o Dante? Dante arriva dove Ulisse ha desiderato; egli raggiunge ciò che Ulisse, ed ogni uomo, ha da sempre bramato. Chi ha conosciuto il Mistero che unico ha potuto saziare la sete del compimento? Tutti i personaggi dell’Inferno, in un certo senso, hanno ottenuto ciò che volevano, ma soltanto Dante ha potuto veramente dire che la sua sete è stata saziata. E il giudicare staccando da sé tutte le tanto allettanti quanto vuote promesse di pienezza incontrate lungo la proprio vita è il suo modo per indicarci la vera e unica strada verso una felicità piena e umana.

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