lunedì 20 aprile 2009

Quattro anni di Magistero







"la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione". (dall'articolo di Mons. Camisasca)



In particolare, tema che qui solo accenno, la questione della liturgia ha qualcosa di davvero affascinante e commovente. L'attenzione che Benedetto dimostra è davvero un segno: a tutti parrà la fissazione di un povero vecchio oscurantista attento a particolari inutilmente fastosi, ma invece sto capendo sempre di più che la liturgia è davvero il culmine del metodo con il quale Dio si rende presente. Certe frasi, certi gesti, davvero sono segno di un Altro. La deriva della liturgia non è qualcosa di marginale nell'attuale crisi all'interno della Chiesa, ma invece rappresenta qualcosa di centrale. La liturgia non è, o non dovrebbe essere, formalismo.
Comunque sia, sono certo che quella tempesta di verità, invocata dal commovente grido dell'uomo moderno, proprio ha a che fare con ciò di cui la liturgia è segno.
Come Dio ha creato il mondo e tutta la realtà senza gli uomini, diceva S. Agostino, così non lo salverà senza la collaborazione degli uomini. Difatti, proprio quando tutti Lo credevano morto, ed il sepolcro era chiuso, ecco che si è originata la vera e unica "tempesta di verità" in quegli uomini spauriti e confusi, ma cambiati e rinati grazie a una Presenza.
"Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".





Solo una tempesta di verità può salvare l’Europa dal conformismo

Il Belgio mi è sempre stato antipatico. Come entità, dico. Come errore geografico. Come ambiguità linguistica e culturale. Come nazione idonea a soluzioni mediocri. Eppure ho una bisnonna o trisnonna fiamminga. E Bruxelles è a suo modo una città accogliente. Ma che miseria in questo gesto di ridicola tracotanza del Parlamento belga, una condanna praticamente unanime del Papa per un suo delitto di opinione, per aver detto che il preservativo non è la soluzione virtuosa e, anzi, in Africa potrebbe creare dei problemi nella lotta contro l’Aids. Il pastore della chiesa cristiana universale non ha il diritto di pensare e di esprimersi liberamente, visto che non gli si oppongono legittimamente altre opinioni libere, ma un atto formale di censura parlamentare, un gesto di intimidazione politica.

Così l’organo deliberativo massimo del paese che ha nella sua storia l’Union Minière e la più sordida e violenta esperienza di colonialismo e di rapina pretende di stabilire, in polemica con la chiesa missionaria e con la cristianità di un Albert Schweitzer, che in Africa il problema non è auspicare l’educazione autoctona degli africani a una sessualità adulta e significativa, fondata sull’amore e sul piacere, su una controllata vita affettiva e familiare, piuttosto che sulla promiscuità e sul più selvaggio commercio sessuale-genitale; no, gli africani devono essere imbottiti di preservativi, e vedrete che risultati. Lo dice la mozione parlamentare di Bruxelles, che accusa il Papa di indifferenza verso la vita umana. Eccola, la caricatura dello stato etico. Eccola, la trasformazione formale della laicità negativa, ostruttiva, in dogma parascientifico: il legislatore vi invita a pensarla così, e non secondo la cultura e le parole del Papa. Eppure John Miklethwait e Adrian Wooldridge, due giornalisti tra i più intelligenti e informati del mondo, ci dicono che Dio è di ritorno, God is Back, come reca il titolo del loro ultimo gran libro, e questo ritorno avviene anche in Europa, anche nel continente in cui le logiche concordatarie hanno impedito alla cultura religiosa di farsi un suo spazio di mercato e di vivere sull’emulazione e la competizione fra chiese libere e separate dallo stato, sul modello americano. Speriamo sia vero.

Contro il conformismo, solo un Dio ci può salvare. Contro le pretese ideologiche di caste politiche uscite dal nulla, e che nel nulla rientreranno, solo un nuovo spirito religioso ci può tutelare. L’Europa avrebbe bisogno di una tempesta di verità, qualcosa che vada anche molto oltre il normale magistero di una grande chiesa, qualcosa di fortemente rivelatore, qualcosa che la scuota, che le tolga il torpido lasciatole dalla grande prova di sé che la sua cultura moderna ha dato nel Novecento: il comunismo e la Shoah.

Giuliano Ferrara


Da il Sussidiario





Il metodo di Benedetto XVI

lunedì 20 aprile 2009

Quattro anni fa come oggi, il cardinale Josef Ratzinger veniva eletto papa e assumeva il nome di Benedetto XVI. Quattro anni sono veramente troppo pochi per permettere un giudizio, sia pur sommario sull’alba di un pontificato. Il pensiero corre subito ai ventisette anni di regno di Giovanni Paolo II. Eppure non dobbiamo dimenticare che Josef Ratzinger ha già ottantadue anni, che egli è consapevole di questo, e che ha voluto imprimere perciò al suo pontificato un percorso ben preciso, sapendo di dover fare solo cose essenziali e molto incisive.

Egli non crede probabilmente che sia efficace spostare gli uomini da un incarico a un altro. Lo ha fatto, all’inizio del suo pontificato, ma poi si è come fermato. Preferisce il cambiamento interiore delle persone, come ha chiaramente richiesto nella sua sorprendente lettera all’episcopato cattolico. È convinto che Dio può tutto, anche cambiare il cuore degli ecclesiastici e aprirli a una considerazione più vera del bene della Chiesa e della loro stessa vita.

Quali sono le linee di questa concentrazione? Innanzitutto la sua attenzione principale si rivolge all’evento della liturgia. Uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua ascesa al pontificato, Introduzione allo spirito della liturgia, se rivisitato oggi, può essere un’utile chiave di lettura di tutto il pontificato nel suo svolgimento compiuto fino ad ora. Non voglio qui riferirmi al motu proprio che riguarda la riabilitazione della messa di san Pio V, ma a qualcosa di ben più profondo, la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione. Chi vuole capire qualcosa di questo pontificato deve leggere e rileggere con attenzione le omelie di Benedetto XVI, soprattutto quelle pronunciate in occasione dei tempi liturgici forti, l’Avvento e il Natale, la Quaresima e la Pasqua, la Pentecoste. Lo ha notato più volte Sandro Magister nei suoi interventi. In quei testi, Josef Ratzinger appare chiaramente come un nuovo Leone Magno, un nuovo Ambrogio, un nuovo Agostino, colui che sa trarre dall’itinerario liturgico una pedagogia esistenziale, rivelatrice di tutto il cammino dell’uomo verso Dio, e di Dio verso l’uomo.

Non manca, naturalmente, in queste sue omelie la profondità della storia della Chiesa, delle preghiere liturgiche antiche, soprattutto latine, a cui Ratzinger attinge a piene mani per mostrare la continuità di una tradizione e la sua efficacia. Ma anche i gesti liturgici, i tempi, gli spazi. Tutto è per lui rivelatore di una pedagogia del mondo rinnovato.

È come se Benedetto XVI avesse rinunciato a far dipendere il discernimento su cosa fare o non fare da una efficacia immediata. Sa che la crisi della Chiesa e nella Chiesa è profonda. Vuole seminare dunque in profondità.

Alla luce di queste considerazioni, si comprendono altre due iniziative che io collocherei allo stesso livello dell’attenzione per la liturgia. Sto parlando dell’anno paolino e dell’annunciato anno dedicato al sacerdozio. Attraverso l’anno paolino ancora in corso, Benedetto XVI ha voluto riandare alle radici della Chiesa e nello stesso tempo favorire un’esposizione assolutamente concentrata su Cristo della fede e della dottrina cristiana. Per Paolo esiste solo Cristo, e Cristo crocifisso e risorto. Egli non si è mai soffermato nelle sue lettere sull’infanzia di Gesù (ha tutto concentrato in tre parole: nato da donna), non ha parlato della vita a Nazareth, e neppure dei tre anni della comunità apostolica. Per Paolo, il Gesù che lo interessa è quello della passione, morte, e resurrezione, quello che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, il Figlio di Dio fatto carne. L’anno paolino ha permesso ai pastori sensibili e attenti di riproporre in modo vitale il cuore dell’esperienza cristiana. Allo stesso modo, e con la stessa radicalità, Benedetto XVI sa che il punto più grave della crisi della Chiesa ancor oggi è la vita sacerdotale. Scarseggiano i maestri, gli educatori, sono incerti gli insegnamenti impartiti in molte scuole di teologia, permane una crisi affettiva di molti sacerdoti, accentuata dalla solitudine e dal ripiegamento. Ma soprattutto in molti paesi, si assiste a una riduzione progressiva del popolo di Dio, la cui educazione e crescita è la finalità primaria della vita del sacerdote. Non è dunque un caso che papa Ratzinger abbia voluto questo anno sacerdotale, collegandolo al 150° anniversario della morte del santo Curato D’ars.

Un’ultima annotazione: il cuore del papa guarda ad est, alla Russia, alla Cina. Nel suo libro su Benedetto XVI, scritto all’indomani della nomina del papa, e che rimane comunque l’unico libro interessante su questo pontificato (Benedetto XVI. La scelta di Dio, Rubbettino editore), George Weigel, prevedendo proprio quest’attenzione di Josef Ratzinger ha scritto: “L’Asia è il continente che ha visto il più grande fallimento della missione cristiana in due millenni”. E aggiunge: “La Cina potrebbe essere il più grande campo di missione cristiana del ventunesimo secolo”. Ma anche l’India, in cui assistiamo oggi a una persecuzione così atroce dell’esigua minoranza cattolica, è un punto di riferimento importante. La sua profonda cultura induista e buddista interroga la sapienza cristiana e la fede nell’unica salvezza che viene da Cristo.

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