martedì 6 gennaio 2009

Se questo è un Duomo



Guardate la foto qui sopra: è di sabato pomeriggio. Mille, forse duemila musulmani hanno occupato piazza Duomo a Milano per protestare contro i raid israeliani a Gaza, hanno bruciato bandiere con la stella di David e poi hanno pregato rivolti verso la Mecca. Anche il sagrato è stato occupato. Il Duomo ha dovuto chiudere. Se un cristiano, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione, avesse voluto entrare nella cattedrale per pregare, o per partecipare alla messa, avrebbe dovuto rinunciarvi. La stessa cosa è successa a Bologna in piazza Maggiore, davanti a San Petronio: la foto è a pagina 5. Anche in altre città d’Italia e d’Europa molte piazze e molti sagrati si sono trasformati in improvvisate moschee all’aperto. Guardate e tenete presente un dato: è la prima volta che succede.
Ma perché i musulmani, per protestare contro la guerra in Palestina, hanno scelto i luoghi simbolo della cristianità? Perché non davanti a un consolato israeliano? O americano? Perché per la preghiera, invece che in una moschea - ce ne sono ormai parecchie - hanno scelto le cattedrali, come a Milano, o la basilica più importante come a Bologna?Domande alle quali si possono dare due risposte. La prima sgombrerebbe il campo da qualsiasi dietrologia: sono andati davanti al Duomo e davanti a San Petronio perché quelle sono le piazze principali di Milano e di Bologna. Secondo un’interpretazione ancor più benevola, hanno addirittura voluto cercare un’ideale solidarietà con i cristiani, pregando l’unico Dio: in fondo, ha osservato qualcuno, sulla facciata del Duomo sta scritto Mariae Nascenti, e se c’è un culto che accomuna cattolici e musulmani questo è proprio quello mariano. La preghiera di massa sarebbe dunque un atto di pietà, una richiesta di carità in un momento di sofferenza per il popolo arabo.Ma c’è un’altra possibile chiave interpretativa, che è quella di una simbolica occupazione. Di un atto di arroganza e perfino di violenza: a Milano i dimostranti - guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo - sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso, costringendo appunto il Duomo a chiudere. Dove sarebbero, visti i modi e i fatti, il rispetto e la solidarietà con i cristiani?Sembra quasi che, con questa azione forse coordinata nelle varie città, il mondo islamico abbia voluto lanciare un segnale: i vostri tradizionali luoghi di preghiera adesso diventano nostri. Dove prima pregavate voi, adesso preghiamo noi. Per il devoto musulmano i luoghi, i segni, i simboli hanno un valore ben più profondo di quanto ne attribuiamo noi occidentali, ormai largamente secolarizzati.
Può darsi che quest’ipotesi di un’occupazione simbolica sia un allarmismo esagerato. Resta il fatto che non si vede che cosa c’entrino il Duomo e San Petronio con i raid israeliani; e che mai la preghiera collettiva si era tenuta sui sagrati delle chiese cattoliche. (Non vogliamo neanche immaginare che cosa avrebbe scritto Oriana Fallaci. Avrebbe parlato come minimo di sfregio, di oltraggio. Quando cominciò a sostenere quelle sue tesi, fu fatta passare per un’invasata. Adesso sono molti, invece, a temere che avesse ragione).Ma la vera notizia, quella che ci ha indotti - a distanza ormai di due giorni - ad «aprire» il giornale con la foto che avete visto in prima pagina, è la distrazione, il disinteresse, il deprimente silenzio che ha accompagnato le invasioni di piazza Duomo e piazza Maggiore. I saldi e le code agli outlet valgono ben di più, nel nostro media-system, di un Duomo trasformato in moschea. Ed è di questo che abbiamo paura. Non dei musulmani, la cui aggressività in tutto il mondo è piuttosto, probabilmente, un segno di debolezza e di declino. Abbiamo paura dell’ignavia, della viltà, dei contorcimenti mentali di un Occidente che soffre di infiniti complessi e sensi di colpa. Di un mondo che per non offendere i musulmani cancella i presepi, i riferimenti a Gesù nelle canzoni di Natale e il prosciutto dalla mensa dell’asilo: ma che non ha nulla da eccepire se il Duomo è costretto a chiudere. Che cosa avremmo letto sui nostri giornali se quattro cattolici tradizionalisti fossero andati a pregare davanti alla moschea di Segrate?È il nulla dell’Occidente che spaventa. Il vuoto pneumatico di valori e ideali che lascia campo libero a chi, invece, si nutre di un pensiero forte e di uno spirito di conquista. Non ce ne frega nulla di rinunciare al presepe perché al Natale non crediamo più, così come non crediamo più in niente: né in una filosofia che non sia quella del godersi la vita, né in una morale che non sia quella del secondo me. L’Occidente tace, di fronte all’avanzata dell’islam, perché non ha niente da dire: la stessa Chiesa sembra spesso rinunciare, per paura chissà di che, ad essere se stessa.C’è chi dice che proprio questo nulla ci salverà dall’islam. Che i musulmani saranno alla fine sconfitti, più che da quel che resta dei nostri valori, dall’effetto contagioso dei nostri vizi. È probabile che finirà così. Ma non prima di uno scontro che sarà tutt’altro che breve e indolore.

(da Il Giornale del 5/1/09)

















Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, ed
un suo amico particolarmente dialogante



LA MOSCHEA A CIELO APERTO



Nessuna volontà di provocare, semplicemente una situazione dettata dall’orario, dal correre dell’orologio. Secondo il responsabile del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, il migliaio di islamici che sabato scorso hanno pregato rivolti alla Mecca in piazza del Duomo lo hanno fatto perché «era semplicemente giunta l’ora della preghiera, e ormai si trovavano lì. Fossero stati in un’altra piazza, l’avrebbero fatta dove si trovavano». Dunque, a un certo punto, dopo aver forzato i cordoni delle forze dell’ordine in piazza San Babila (termine ultimo del corteo pro-Palestina autorizzato) una massa incredibile di persone si sarebbe accorta con sgomento, una volta raggiunta la piazza principale della città, che era già l’ora della preghiera del pomeriggio. Riesce a non scoppiare a ridere perorando questa tesi anche il portavoce dell’Ucoii, Ezzedine Elzir: «La manifestazione si è conclusa proprio nel momento della preghiera. Assolutamente - dice - non c’era alcuna intenzione di offendere nessuno, né mancanza di rispetto verso i nostri fratelli cristiani».
Chi però, in quanto successo sabato scorso, di rispetto non ne vede affatto è l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini: «C’è stata da parte dei musulmani in preghiera di fronte alla cattedrale quantomeno una mancanza di sensibilità».
Non di sensibilità, ma di rispetto della legge parla invece il parlamentare di An e vicesindaco di Milano con delega alla Sicurezza, Riccardo De Corato: «Il ministero degli Interni può, se vuole, denunciare gli organizzatori del corteo pro-Hamas di sabato scorso, per manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa, e per pratica religiosa al di fuori del luogo di culto. I manifestanti - ha sottolineato - avevano infatti l’autorizzazione della Questura a sfilare fino piazza San Babila. Gli arabi poi hanno pregato sul sagrato senza aver dato alcun preavviso alla Questura, come prevede la legge. Infatti l’art 25 del codice penale dice che “chi promuove o dirige funzioni, cerimonie o pratiche religiose fuori dei luoghi destinati al culto deve darne avviso almeno tre giorni prima al questore”. Per questi motivi - ha concluso - mi aspetto che il ministro degli Interni prenda seri provvedimenti nei confronti di chi continua a violare le leggi».
«Chi brucia le bandiere di Israele e trasforma piazza del Duomo nel luogo improvvisato della preghiera islamica, non manifesta ma provoca. Non protesta ma cerca l’intimidazione». Questo il pensiero di Alberto Grancini, assessore socialista della Provincia di Milano, per il quale quella «non era una manifestazione politica ma l’espressione del fanatismo religioso che non cerca il dialogo ma incita alla violenza. È bene dirlo in maniera chiara, questo tipo di manifestazione è fuori dalla cultura e dalla concezione occidentale della convivenza tra diversi».

(da Il Giornale del 6/1/09)


"Senza regole è impossibile ogni dialogo"




Antonio Socci è uno dei più noti giornalisti cattolici del nostro Paese (ha appena pubblicato per Rizzoli Indagine su Gesù). Lo abbiamo intervistato sulle impressioni che gli ha suscitato la manifestazione filo-palestinese che, sabato, ha paralizzato il centro di Milano. Una manifestazione in cui si sono viste bandiere d´Israele date alle fiamme, stelle di Davide trasformate in svastiche e cori pro-Hamas. Un corteo di due ore che si è concluso in piazza Duomo, con trecento musulmani in ginocchio ad ascoltare la preghiera dell´imam.
Centinaia di musulmani che, sabato recitavano la salat in piazza Duomo a Milano... Che impressione le ha fatto?
«Innanzitutto al di là dell’atto in sé mi ha stupito il dopo. Mi sarei aspettato di avere delle motivazioni, delle risposte serie e mi sembra che non ce ne siano state. Mi aspettavo che una comunità integrata, come è quella islamico-milanese avesse un comportamento diverso: più rispettoso, più attento sia alle norme che regolano le manifestazioni sia alla sensibilità dei cristiani. Ho sentito che durante la preghiera islamica il Duomo è stato chiuso ed è rimasto impraticabile...».
E a proposito delle reazioni delle autorità laiche e religiose della città?
«Beh, mi sarei aspettato parlasse il vescovo, che è sempre così attento alla questione del dialogo. Sono rimasto stupito di fonte al silenzio... Non si può parlare sempre di dialogo e poi, in una situazione del genere, non dire niente. Mi ingenera forti dubbi anche la commistione di un gesto di questo tipo con una questione politica come quella di Gaza. Non vedo il nesso e, nel silenzio della comunità islamica, non è facile farsene una ragione... Vedo in questo non farsi capire un atteggiamento preoccupante».
La spiegazione data dall’imam del centro islamico di viale Jenner suona più o meno così: «Si sono trovati lì all’ora della preghiera e hanno pregato come se fossero in qualunque altro posto...».
«Questa però è una spiegazione che non spiega niente. Non ci si può limitare ingenuamente a mantenere la discussione su questo piano. Onestamente... Non si vede che senso abbia una risposta del genere. Bisogna chiedere uno sforzo maggiore da parte dei responsabili della comunità islamica. In Italia ci sono delle regole, non si possono fare manifestazioni spontanee... L’unico dato che mi sembra positivo è che non ci sono state grosse violenze...».
Bandiere in fiamme e stelle di Davide trasformate in svastiche sì...
«È vero, anche se in molte delle cose accadute a margine della manifestazione la religione c’entra poco e va tenuto conto che in piazza non c’erano solo islamici... È proprio per questo che il silenzio è intollerabile».
Molti cittadini di Milano a vedere piazza Duomo trasformata in «moschea» hanno avuto una sensazione di choc che va al di là dell’essersi visti guastare lo shopping dei saldi... Quella piazza è un simbolo...
«È comprensibile. Ma non bisogna estremizzare la situazione o generare falsi allarmismi. Serve una valutazione lucida che metta i puntini sulle “i”, fatta senza rabbia. Piazza Duomo è usata per un sacco di manifestazioni ma è chiaro che è una piazza con una cattedrale cattolica. Ecco, immagino che se qualcuno avesse portato qualche migliaio di cattolici a pregare di fronte ad una moschea, magari a quella di Roma, ci sarebbero state delle reazioni piuttosto seccate, comprensibilmente seccate. Io non andrei a pregare di fronte ad una moschea, mi sembrerebbe una provocazione fuori luogo».
È quello che ha detto anche don Manganini, l’arciprete del Duomo...
«Solo che l’arciprete non basta. Il vescovo dovrebbe intervenire in maniera forte. È giusto far in modo che i musulmani abbiano i loro luoghi di culto, è giusto il dialogo interculturale. Però poi bisogna prendere posizione quando, invece, accadono cose di questo tipo. L’errore di molti cattolici e di molti laici è quello di pensare ottimisticamente che le identità siano facilmente assimilabili. Ma la storia ci insegna che non è così. Dovrebbero fare una riflessione più seria. Ci sono circostanze che dovrebbero farci aprire gli occhi... Non ci si può appellare al dialogo e poi, quando serve, limitarsi a tacere».


(da Il Giornale del 6/1/09)


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