Interessante giudizio su come sia iniziata nell'uomo una "disintegrazione", nel senso etimologico ma spesso non solo, per cui la vita è divisa in settori, non è afferrata da Uno. E dire "io" diventa piano piano abbassare lo sguardo su se stessi, mentre per un medievale significava alzare lo sguardo a tutta la realtà con un sorriso compiaciuto, percé "io" era parte del tutto, cioè veramente se stessa. E' per questa disintegrazione che Leopardi proverà una "solitudine immensa" nel guardare il cielo, mentre un medievale qualunque nella stessa situazione provava una pace immensa, abituato com'era allo slancio verticale di cattedrali al cui interno tutto era concepito per Dio, cioè per l'uomo.
Credo che il Medioevo cristiano sia una delle poche epoche storiche, se non forse l'unica, in cui un uomo poteva entrare in un edificio, la cattedrale, in cui si rifletteva in ogni minimo particolare non solo l'ordine cosmico, ma anche l'ordine del suo "io", legati misteriosamente da quel "Ponte Amoroso" che è Cristo incarnato. Un'edificio che fosse veramente costruito "a misura d'uomo", dove ogni pietra era lì perché doveva essere lì. Esiste un edificio simile, tuttoggi? Un edificio simbolo di un'epoca, che svolga la stessa imponente funzione di una cattedrale per un medievale?
Forse il supermarket.
Credo che il Medioevo cristiano sia una delle poche epoche storiche, se non forse l'unica, in cui un uomo poteva entrare in un edificio, la cattedrale, in cui si rifletteva in ogni minimo particolare non solo l'ordine cosmico, ma anche l'ordine del suo "io", legati misteriosamente da quel "Ponte Amoroso" che è Cristo incarnato. Un'edificio che fosse veramente costruito "a misura d'uomo", dove ogni pietra era lì perché doveva essere lì. Esiste un edificio simile, tuttoggi? Un edificio simbolo di un'epoca, che svolga la stessa imponente funzione di una cattedrale per un medievale?
Forse il supermarket.

Il senso di Dio e l'uomo moderno
tratto da: Il senso di Dio e l'uomo moderno, Rizzoli, Milano 1994, p. 89-93.
All'ideale della santità medievale si sostituisce nell'Umanesimo l'ideale della riuscita umana: non più il Dio cui tutto deve confluire in unità armonica, ma il "divo", l'uomo riuscito che conta sulle sue forze. E' nelle proprie forze che occorre sperare, sulle proprie energie che si scommette. Non importa in quale campo, ma occorre che la vita "riesca". E' già filtrata come accettabile l'idea che non è così importante "riuscire" nella totalità della vita, ma è sufficiente riscuotere l'ammirazione in un particolare settore: l'estetica, il valore militare, la politica, l'erudizione. L'umanista Coluccio Salutati diceva: "Del cielo è degno l'uomo che fa grandi cose su questa terra". E se un uomo non ha goduto di circostanze favorevoli, dove ritrova la sua dignità, se essa non è più retta dal rapporto obiettivo con Dio, ma è consegnata alla mercè del caso? E chi è piccolo e debole, non può essere uomo degno? Il seme del razzismo attende di attecchire su questo terreno.
La scoperta degli antichi manoscritti - salvati in buona parte dai monaci medievali - ha portato, a livello di linguaggio, a convergenze interessanti: la dea "fortuna", o la dea "fama" hanno una rilevante presenza in quell'operazione di recupero del vocabolario antico caratteristica degli umanisti, presenza che contribuisce a chiarire quanto il senso della vita sentito veramente come tale sia il successo, anche ottenuto in un particolare della vita. Il dio dunque, non lontano ed isolato dall'esistenza, ma operante e partecipe nelle vicende umane è il successo.
Diceva Chesterton: "Ogni errore é una verità impazzita". Infatti la riuscita nell'esistenza rappresenta indubbiamente un valore. Esso viene altamente sottolineato nella tradizione cristiana attraverso il concetto di "merito". La parola "merito" indica la proporzione dei gesti che l'uomo compie nei confronti dell'Eterno: l'uomo deve meritare la felicità, o il Paradiso. Ma è chiaro che in questa prospettiva cristiana un malato, per esempio, un uomo sfortunato, un handicappato, possono avere una dignità e una statura più grande di quella di coloro i cui nomi vengono celebrati dai giornali a caratteri cubitali. Tale statura non è ridotta alla fortunata convergenza di fattori esteriori.

Tutta questa parzialità, questa assenza di unità caratterizzerà il filo della cultura moderna, del pensiero e quindi della prassi moderna. La riuscita della vita, la fede o la speranza poggiate tutte sulle umane energie sono tipiche anche della mentalità contemporanea. Non a caso l'espressione "divismo" si è diffusa nella nostra epoca, e il suo campo d'azione non è certo ridotto al senso più specificatamente hollywoodiano del termine. Il divismo ha una sua etica incidente socialmente e non confinata al mondo della celluloide. Al Dio ancor oggi si sostituisce il divo. Il Dio infatti è concepito come entità inarrivabile, mentre il divo è l'uomo che si realizza palpabilmente, oggi come per l'Umanesimo.
Lo statunitense John Dewey, il creatore della pedagogia americana - la sua notorietà era così grande che quando compì l'ottantesimo anno d'età negli Stati Uniti sono stati proclamati due giorni di festività nazionale - pone come suprema formula, supremo criterio dell'educazione, "l'efficienza sociale". Alla parola efficienza egli aggiunge la parola sociale, ma il senso ci porta molto vicino al "divo" degli umanisti.
Occorre comunque notare che tali trasformazioni di mentalità non si sono verificate in modo necessariamente irreligioso. Ma, se i principi cristiani possono essere con devozione trattenuti e non rinnegati, il sentimento del vivere fluttua per suo conto. Dio finisce con l'essere vissuto come una nuvola che si libra nel cielo, sempre più lontana, con sempre minori influssi su una terra sempre più copiosamente afferrata e manipolata dall'uomo solo. Dio diventa astratto, giustapposto alla terra.
Da dove vengono le energie dell'uomo?
L'umanista aveva ancora un senso di umanità reale e non poteva dimenticare che l'uomo è pieno di limiti. Dalla lettura dei maestri antichi attingeva quel velo di tristezza, quel senso del limite ultimo che nel teatro greco faceva concludere tragicamente ogni sforzo umano. Sintomatica è in questo senso l'esclamazione di Petrarca quando dice: "Chi mi darà ali di colomba, sì che m'innalzi e levimi da terra?".
L'umanista è come se si domandasse da dove viene all'uomo quell'energia realizzatrice, fonte di successo e di grandezza, e capisce benissimo che l'uomo non può darsela da sé. L'individuo non é evidentemente fonte della sua forza: essa proviene da qualcosa d'altro, qualcosa di più grande. Così di fronte a un Dio cristiano non negato, ma eclissato in una lontananza empirea, la creatività ultima viene identificata con la natura, una natura sostituzione concreta della divinità astratta.
Una natura panteisticamente intesa caratterizzerà l'epoca rinascimentale.
Ma se la natura è l'origine delle nostre fortune, delle nostre energie, tutto ciò che nasce dalla natura è bene. Dopo l'affermazione dell'uomo realizzatore, propria dell'umanista, l'uomo rinascimentale dichiara un concetto etico nuovo: l'uomo naturalmente agisce bene. E dalla natura che cosa scaturisce? L'impulso, lo spontaneo, l'istinto. Il "bene" diventa l'istinto. Il "naturalismo", che definisce così l'etica rinascimentale, segnala un cambiamento sistematico avvenuto nell'intero corpo della morale. Quando Rabelais scriveva: "Fa' ciò che vuoi, perchè per natura l'uomo è spinto ad atti virtuosi", esplicitava questo mutamento, e già dava voce perfetta ad un principio dell'etica di oggi.
Come é vero che l'errore é una verità diventata pazza! Per riconoscere l'errore occorre urgerlo nella sua logica e solo allora esso renderà manifesto il fatto che é costretto a dimenticare o a rinnegare qualcosa. In questo caso, per esempio, la tradizione cristiana sarebbe la prima a sottolineare l'affermazione di Rabelais, perché la difesa della legge naturale che l'uomo si porta scritta nel cuore é posizione caratteristica della cultura cattolica e significa riconoscere che "per natura l'uomo é spinto ad atti virtuosi".
Ma nello stesso tempo la Chiesa riconosce che occorre essere realisti e non dimenticare che, se é vero che la natura suggerisce all'uomo atti virtuosi, é anche vero che la situazione esistenziale in cui egli vive rende impossibile realizzare l'impeto ideale che l'uomo ha in cuore. Ogni impulso buono ha un'arsi che presto degrada. Ciascun uomo conosce l'amaro sapore, l'umiliazione di sentire questo venir meno a se stesso. Non riconoscerlo significa perdere di vista la concretezza della propria umanità. Rabelais dimentica totalmente tale limite realistico, la cui origine la tradizione cristiana chiama "peccato originale". Con una frase famosa ammetteva quel limite anche il poeta latino Ovidio: "Vedo ciò che è meglio e faccio il peggio".
Vale a dire: l'animo naturale, pur costituendo per l'uomo di tutti i tempi una trama di indicazioni ideali, nel concreto è soffocato da una grande fragilità. Se l'uomo per natura ha una sua forza, esistenzialmente è ferito, ambiguo, equivoco. E' come se avesse le vertigini, se gli tremassero i polsi. Se, per esempio, noi tracciassimo una linea sul terreno e sfidassimo i presenti a seguirla mettendo i piedi uno dopo l'altro e ad avanzare così, nessuno avrebbe difficoltà. Ma se noi potessimo prendere la stessa linea e la alzassimo cento metri da terra, la situazione cambierebbe radicalmente. Sarebbe sì la stessa linea, gli stessi gesti richiesti, ma in condizioni diversissime, al punto da rendere impossibile per i più l'identica operazione. Come struttura l'uomo è capace di determinate cose, di cui storicamente ed esistenzialmente diventa incapace.
Il risultato come clima del naturalismo rinascimentale è bene indicato da una frase di Machiavelli che registra con il consueto cinismo l'atmosfera e la mentalità delle corti del '500: "Noi siamo gli uomini più empi e più immorali che si possono immaginare".
Va notato che nel Rinascimento inizia una sottile ma reale ostilità al Dio cristiano, a un Dio che dice "sì o no", che cerca di modulare, di potare gli istinti umani. Un tale Dio può anche porsi in contraddizione con l'impeto della natura, con l'impulso che sembra naturale, e comincia così a diventare un potenziale o attuale nemico.

1 commento:
Inoltre l'umanesimo e il rinascimento tanto celebrati come la rinascita del progresso e della civiltà non danno poi tutto quel gran apporto alla produzione artistica e letteraria: la poesia praticamente scompare e poi si riduce a copia (tranne che per l'Ariosto e il Pulci Che però già di per se ne mostrano la decadenza), la trattatistica è soprattutto traduzione di classici e l'unico a crescere è il genere epistolare
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