mercoledì 11 febbraio 2009

Il fortilizio della carità, un padre e l'ideologia strisciante

Il cristianesimo si ritrova ora solo e vulnerabile

Una ruspa ha abbattuto il fortilizio della carità. Come è accaduto?

Non è la chiesa cattolica che è debole, magari fosse solo questo, è proprio il cristianesimo che non è mai sembrato tanto vulnerabile. La chiesa cattolica perde e vince le sue battaglie, ma l’idea cristiana, l’idea incarnata dico, l’idea-uomo, l’idea personale di una via e verità e vita, quella smotta, oscilla paurosamente, si rarefà, sembra svanire dietro gli ideologismi anonimi imperanti. Cristo e la carità sono una cosa sola, infatti. Deus caritas est, come recita la seconda lettera di Giovanni, come si inizia la prima enciclica di Ratzinger. E invece la carità è finita sotto i piedi del tempo distratto.

Esagero? Forse sì. Ammetto di brancolare nel buio o, nelle ore di maggior lucidità, di tentennare nel crepuscolo. Fino a ieri, nei paraggi del referendum sulla fecondazione assistita, dicevo che in Italia si sperimentava il laboratorio dell’eccezionalismo occidentale, una attiva ed efficace difesa del sacro contro le pretese invalidanti della filosofia post moderna, con Ratzinger e Ruini e gli altri grandi europei dell’offensiva antirelativista (Caffarra, Cañizares, Schoenborn, Scola) sulla scia del lungo e travolgente papato giovanpaolino.

Oggi mi sembra che il paradigma eccezionalista sia rovesciato. Balza in primo piano la vulnerabilità del cristianesimo. Dunque l’omologazione virtuale anche dell’Italia, patria romana del cristianesimo latino, agli effetti di scristianizzazione radicale del secolarismo moderno. Cerco di spiegarmi meglio. Quello che è successo nel caso di Eluana Englaro è estremo. Una storia privata piena di dolore e di furore è emersa in palcoscenico durante il tempo lungo di un quindicennio. Una regia accurata l’ha sviluppata, atto dopo atto, invadendo l’immaginazione collettiva, perforando lo stesso spazio mediatico già bucato dalle immagini di Welby e del suo diritto di morire. Piano piano abbiamo abbassato tutti la guardia. L’enormità del fatto ipotizzato dalla richiesta di “giusta morte” della famiglia Englaro è scivolata dentro le nostre paure conscie e inconscie, dentro l’idea di una malattia come prigione, di una disabilità cognitiva e percettiva come carcere infernale dal quale liberarsi in nome dell’autodeterminazione, del diritto di morire, e perfino, per larghi strati della cattolicità post conciliare, in nome di Dio.

La libertà di coscienza è stata brandita come arma ideologica per colpire al cuore la carità e la cura, l’attenzione vigile e irriducibile alla persona e al suo diritto di vivere. In una lettera disperata alle autorità civili, scritta di recente dalla famiglia Englaro per rivendicare una concezione della vita e della morte comune ai suoi tre componenti (padre, madre e figlia), le cure caritatevoli delle suore sono state trattate come pratiche invasive indesiderate, descritte come insopportabili violazioni dell’intimità. I consiglieri faustiani di papà Beppino plaudono apertamente alla fine dell’equivoco cristiano e ippocratico della vita come dono da conservare, proteggere e restaurare finché possibile. La morte di Eluana Englaro ha questo effetto di liberazione, nelle loro parole, per lei e per tutti. Anche la vita, come la verità, diventa solo una ridda di interpretazioni, un materiale inerte per la ricerca scientifica e il progresso.

E’ infine arrivato un colpo micidiale a tratti pertinenti del nostro mondo e della nostra era bimillenaria. E’ arrivato un devastante attacco alla cura devota e benevolente del malato e del morente, la messa in questione del servizio gratuito alla persona; è ora disprezzata la lavanda dei piedi come massimo insegnamento apostolico sul corpo degli apostoli, vilipeso l’affratellamento del corpo nudo, e le abluzioni e il contatto e il contagio spirituale e materiale, insomma la stoffa di cui sono fatti i leggendari racconti di guarigione cristiana, di cui sono trapunte le storie miracolistiche degli accompagnatori del dolore della croce, i grandi taumaturghi dello spirito e i santi ospitalieri di tutti i secoli.

Se di fronte a quanto è accaduto non si odono suonare le campane per tutta l’aria disponibile ai campanili di tutte le chiese; non si odono prediche e omelie forti, severe, perfino formidabili, dotate di carisma e di potere intimidente, ma invece appelli donabbondieschi al silenzio orante, come nel caso della sfortunata diocesi di Milano; e se non si mobilitano veri e sapidi intellettuali, chierici capaci di parlare con qualche conseguenza; se non si elevano, se non si stagliano come figure non retoriche di contrasto al fanatismo secolarista pulpiti e cattedre, università e scuole, movimenti ed esperienze collettive di gioventù e discepolati; se davanti a ciò che è accaduto non c’è altro che un gracidare di proteste sconnesse e occasionali, una qualche bella e anche bellissima ma isolata parola del Papa, campioni di buon giornalismo e di buona letteratura cattolica nel giornale dei vescovi, e poi solo molta diplomazia e molte preoccupazioni politiche: questo vuol dire indubitabilmenrte che nel cristianesimo europeo, nella sua forma italiana fino a ieri d’avanguardia e di battaglia, si è inserito il morbo della vulnerabilità più estrema, e qualcosa come il vizio della rinuncia, della compiacenza.
Infatti quel che è accaduto è semplicemente tragico ed è tragico che sia potuto accadere senza vere conseguenze, senza una testimonianza che non fosse il povero rosario recitato da piccoli gruppi pro life di acuta sensibilità e scarso carisma nella chiesa e nel mondo cattolico: una povera cristiana è stata strappata a furia di sentenze dalle mani caritatevoli delle suore Misericordine di Lecco, e trasferita da un ambiente di amore manzoniano a una clinica dove un repartino di morte è stato attrezzato e governato da una setta di volontari che hanno rovesciato il significato della carità, e questo con tutte le migliori intenzioni, mostrando l’atroce volto dell’antipersonalismo ateo, il disprezzo pubblico e pedagogico e piagnone verso una vita indegna di essere vissuta.
Se ci si può permettere tutto questo nel cuore di una grande nazione di radici cristiane come l’Italia, sono guai. Se non si avverte una cocciuta e divampante resistenza come parte della tragedia, se i cristiani sono costretti alla parte dello spettatore o consegnati a un florilegio di retoriche o a una presenza orante ma non potente, sono guai.

Io sono uno di fuori, un passante, non conosco bene la forza dell’invisibilità cristiana, l’esemplarità che scava nel tempo, la predicazione che se ne infischia della dimensione etica, del dover essere kantiano, e si immerge nella coscienza individuale e nella colpa per emendarla, non ho rapporti con la cultura catechistica e il governo penitenziale del peccato. Dunque forse sbaglio, e lo dico con vera modestia. Forte il cristianesimo neanche si accorge di quel che è accaduto, e i suoi problemi sono altri, altro il suo respiro, altro il suo eventuale affanno. Ma quella ruspa che si è abbattuta sul fortilizio della carità mi sembra la minacciosa dimostrazione che il cristianesimo è ormai parecchio vulnerabile, nel senso che la vita e la morte cominciano a definirsi non soltanto a prescindere dal suo insegnamento e dalla sua sensibilità, ma contro di essi. Il che, scusatemi, non mi sembra poco.

Giuliano Ferrara





IDEOLOGIA/ Quel linguaggio che trasforma la morte di Eluana in “applicazione del protocollo”

mercoledì 11 febbraio 2009

Nei giorni che hanno preceduto la tragica morte di Eluana Englaro si è fatta sempre più evidente e pesante una distorsione del linguaggio che non può passare sotto silenzio. Invece di descrivere quello che veniva effettivamente fatto a Eluana, e dire quindi che veniva tenuta in vita con una «alimentazione assistita», si è preso a parlare di «accanimento terapeutico»; poi, invece di usare espressioni come «sospensione dell’alimentazione» si sono preferite formule più neutrali e inoffensive come «applicazione del protocollo»; in tutti i modi si è cercato di negare che il decreto che autorizzava a sospendere l’alimentazione fosse nei fatti, se non proprio una condanna a morte, almeno l’autorizzazione a far morire una persona viva.

(...)

Nessuna somiglianza deve ingannarci: le due ideologie totalitarie che hanno segnato il XX secolo sono finite; ma in un certo uso del linguaggio permane la forma vuota dell’ideologia, una concezione tutta ideologica della realtà, che si pone al di sopra di essa e pretende di poterne disporre sino a negarla. Invece, non in nome di qualche ideologia più ricca e migliore di nazismo e comunismo, ma in nome della realtà, la vita è indisponibile.

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni non è uno scontro ideologico tra due partiti (laici contro credenti o cultura della libertà che si autodetermina contro cultura della vita, ecc.), non è lo scontro fra due ideologie, ma fra la realtà irriducibile e indisponibile della persona umana e chi la nega.




ELUANA/ 1. L'appello del padre di Terri Schiavo a Beppino Englaro

lunedì 9 febbraio 2009

Pubblichiamo in esclusiva la lettera aperta che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, ha indirizzato attraverso ilsussidiario.net a Beppino Englaro, il padre di Eluana

Caro Signor Englaro,

Mi presento: sono Bob Schindler, il padre di Terri (Schindler) Schiavo. Malgrado noi veniamo da due continenti diversi con differenti culture, abbiamo molte cose in comune. Entrambi siamo padri ed entrambi abbiamo avuto dallo stesso Dio il dono dei figli. Nel mio caso tre. La nascita di Sua figlia e di mia figlia Terri non sono solo accadute, sono state un atto di Dio. Mi ricordo di quando mia figlia Terri era bambina e di come ero orgoglioso dei commenti della gente su quanto fosse carina. Fui altrettanto orgoglioso quando fece i primi passi e disse le sue prime parole. Lo stesso orgoglio mi ha accompagnato per tutta la sua adolescenza fino a quando è diventata una persona adulta. Entrambi abbiamo una figlia che ha sofferto gravi danni cerebrali e io so molto bene quali profondi effetti questo può causare alla persona colpita e alla sua famiglia. Entrambi abbiamo fatto esperienza della stessa disgrazia e dello stesso dolore. Tuttavia, vi è una differenza. Sua figlia è ancora viva, la mia non più. Lei ha ancora il controllo sul futuro di Eluana, io non ho potuto far nulla per Terri. Quando mia figlia Terri subì il trauma cerebrale, le promisi che le avrei fatto avere le cure appropriate. Ho fallito. Ho combattuto senza successo i tribunali e suo marito per poter intervenire nel suo trattamento e riportarla a casa. Ciò non è accaduto e oggi io sono afflitto per il mio fallimento, perché ha portato alla sua morte. La mia famiglia e io siamo addolorati per la perdita di Terri e io in particolare lo sono per il modo in cui lei è stata messa a morte. È morta per fame e sete. Questo tipo di morte è crudele e barbarico. I sostenitori dell’eutanasia Le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese. Se Lei ha intenzione di fare questo a Sua figlia, Le consiglio di prepararsi a come soffrirà. Verrà ridotta a pelle e ossa. Gli occhi usciranno dalle orbite. I suoi denti diventeranno sporgenti in un modo abnorme e i suoi zigomi si ingrandiranno. Non c’è bisogno che Le dica altro, sua figlia soffrirà in un modo incredibile. Mia figlia sembrava un detenuto di quelli che si vedono nei documentari sui campi di sterminio nazisti. Negli ultimissimi giorni della sua vita, quando chiesi che i media potessero essere testimoni della sua morte, mi fu negato. Non voglio che nessun altro muoia in questo modo. Dio ha dato a Lei e a me la responsabilità di insegnare principi morali ai nostri figli e di tenerli fuori dalla cattiva strada. Far morire di fame e di sete Sua figlia è lontano da ciò che Dio desidera.

Bob Schindler Sr






ELUANA/ Il padre di Terri Schiavo: c’è una speranza più forte del dolore

mercoledì 11 febbraio 2009

Riceviamo e pubblichiamo in esclusiva la lettera che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, saputo della morte di Eluana, ha inviato a ilsussidiario.net, dopo la sua prima lettera di domenica scorsa indirizzata a Beppino Englaro.

Siamo molto addolorati nel sentire di Eluana e pieni di tristezza per lei. Aveva solo 38 anni. Eluana è morta solo quattro giorni dopo che i medici hanno cominciato ad interrompere la sua alimentazione e idratazione, con l’intento di causarne la morte. Tristemente, la morte di Eluana ci ricorda ancora le parole di Papa Giovanni Paolo II. L’averle tolto cibo e acqua, cioè l’assistenza di base, così da farla morire, è una cosa che riguarda tutti noi e il modo in cui ci prenderemo cura di quelli che hanno bisogno del nostro amore e della nostra compassione per continuare a vivere. Per la nostra famiglia non passa giorno che noi non pensiamo alla nostra amata Terri e stiamo ancora soffrendo molto per una perdita così grande. Da quando Terri è morta, abbiamo deciso di portare avanti il suo lascito di vita e di amore, così che il suo sacrificio non sia avvenuto invano e, cosa più importante, che altri possano evitare lo stesso terribile destino. Una cosa che sappiamo è che la questione non muore con Terri o Eluana, perché ci sono decine di migliaia di persone che vivono con lo stesso tipo di infermità. E le loro vite sono estremamente vulnerabili al crescente pregiudizio contro chi soffre di una infermità cognitiva. Dopo la morte di Terri, la nostra famiglia ha dato vita alla Terri’s Foundation, per poter sostenere le persone con gravi danni cerebrali che sono in pericolo di essere uccise, in base a questa crescente tendenza a considerare la loro vita come “non degna di essere vissuta”. Noi siamo profondamente addolorati per l’inutile morte di Eluana, ma siamo pieni di speranza che sempre più persone diventino coscienti di come viene trattato chi soffre di infermità come quelle di Terri ed Eluana, e che il nostro mondo cominci a dare valore alle loro vite, piuttosto che eliminarle. Noi preghiamo perché il padre di Eluana e tutti quelli che hanno preso parte nella sua morte possano un giorno ridare valore alla vita e capire che tutte le persone sono state create con pari dignità e rispetto, non importa quale infermità possano avere. Ciò che dà qualità e valore alla vita è l’amore. Amare ed essere amati è ciò che dà valore alla vita. L’amore è l’arbitro ultimo della vita. L’eutanasia è l’abbandono dell’amore. Dove c’è amore, c’è speranza.

Robert Schindler Sr e la famiglia di Terri


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