Un giudizio su Alessandro VI (1492-1503) Borgia
tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 3 (1484-1513), p. 581-582.
Precisamente dal punto di vista cattolico non si può condannare abbastanza severamente Alessandro VI, come del resto han già fatto un Egidio da Viterbo al tempo di Leone X e più tardi annalisti della Chiesa, Raynald e Mansi. Il compito di un papa di quel tempo era appunto di opporsi alla mondanità; a quella fiumana di corruzione che s'avanzava impetuosa; ma Alessandro VI vide la sua vocazione nel provvedere alla propria famiglia come un principe terreno alla sua dinastia. Anche quando l'assassinio del suo diletto figlio, il duca di Gandia, gli fece rammentare in modo terribile la sua vera vocazione, il pentimento non fu che di breve durata e tosto egli tornò a vivere del tutto alla foggia dei principi scostumati dell'epoca sua. L'infelice cadde sempre più in balìa del terribile Cesare e prese parte ai suoi misfatti.
Così egli, che doveva tener l'occhio vigile al suo tempo, salvando quel che era da salvare, ha contribuito più di qualunque altro a che potentemente crescesse nella Chiesa la corruttela. La vita di questo gaudente d'una sensualità indomita fu in tutto in opposizione alle esigenze di Chi egli doveva rappresentare sulla terra. Con tutta disinvoltura egli si abbandonò finché visse ad una condotta viziosa. Ma, cosa singolare, il modo con cui Alessandro VI amministrò gl'interessi puramente ecclesiastici non ha dato appiglio ad alcun biasimo fondato e nemmeno i suoi più accaniti avversari hanno potuto formulare sotto questo riguardo alcuna accusa speciale. La purezza della dottrina della Chiesa rimase intatta, quasi che la Provvidenza abbia voluto mostrare, che gli uomini possono bensì recar danno alla Chiesa, ma non distruggerla.
In ogni tempo si sono avuti nella Chiesa insieme a cattivi cristiani anche indegni sacerdoti; e affinché nessuno ne avesse a prendere scandalo, Cristo stesso aveva ciò predetto paragonando la sua Chiesa ad un campo, nel quale insieme al buon frumento cresce pure la zizzania, e poi anche ad una rete, entro la quale sono pesci buoni e cattivi pesci: anche Egli poi in mezzo ai suoi apostoli tollerò un Giuda.
Come una cattiva incastonatura non scema il pregio d'una gemma, così la peccabilità d'un sacerdote non può recar scapito essenziale né al sacrificio ch'egli offre, né ai sacramenti che amministra, né all'insegnamento che impartisce. Certo per la vita dei fedeli la dignità personale del sacerdote é di massimo momento già perché egli con essa dà ai membri della Chiesa un esempio vivo da imitare e impone un maggior rispetto a quelli che ne stan fuori; nondimeno la santità o empietà di qualsivoglia persona non può esercitare un'efficacia diretta e decisiva sulla natura, divinità e santità della Chiesa, sulla parola della rivelazione, sulle grazie e sul potere spirituale. E così anche il sommo pontefice non é in grado di togliere alcunché al valore dei tesori celesti che gli sono stati affidati nella loro pienezza e ch'egli amministra e dispensa; il suo ufficio é molto al di sopra della sua persona, e, come l'oro rimane oro sia che lo dispensi una mano pura od impura, così anche il valore intrinseco del papato é affatto indipendente dalla dignità o indegnità della persona che n'é investita. Anche il primo papa, san Pietro, aveva gravemente peccato allorché rinnegò il suo Signore e Maestro, e nondimeno gli fu affidato il supremo ufficio pastorale. Con questo criterio giudicava già a suo tempo Leone Magno: "La dignità di san Pietro non vien meno neanche in un indegno successore".

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