Ecco l'editoriale dell'edizione di ieri de IlSussidiario.net riguardo uno dei santi più (s)conosciuti di sempre.
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| S. Francesco d'Assisi, affresco della Basilica inferiore di Assisi, Cimabue (particolare) |
Quanti "errori" su San Francesco
lunedì 3 ottobre 2011
I
centocinquant’anni dell’Unità d’Italia e l’approssimarsi dell’incontro
interreligioso di Assisi hanno riacceso i riflettori su quello
straordinario personaggio che è stato il figlio di Pietro Bernardone,
quel Francesco d’Assisi che dell’Italia è il patrono e del dialogo
interreligioso un antesignano, per via del suo famoso viaggio dal
Sultano.
A dire il vero, i riflettori non si
sono mai del tutto spenti. Forse nessun altro santo italiano è stato
altrettanto frequentato da storici, teologi, pittori, cineasti,
commediografi eccetera. Ora anche grandi quotidiani gli dedicano intere
paginate, magari per ricordare che Francesco è stato strumentalizzato
ai tempi del fascismo come prototipo di un’italianità aggressiva e poi,
a loro volta, strumentalizzarlo per dire quanto i politici attuali sono
lontani dalla francescana sobrietà e dalla sua esigente povertà e
castità.
In effetti, san Francesco è stato
spesso descritto con parzialità. Così abbiamo dovuto sorbirci - per
limitarci agli ultimi decenni - il contestatore dell’autorità
ecclesiastica, l’ecologista adorante più la madre terra che il suo
Creatore, il pacifista a oltranza, il mite dialogante con l’Islam, lo
spregiatore del nascente capitalismo, il mistico disincarnato.
Evidentemente ognuna di queste immagini
parziali ha dovuto nascondere qualcosa della biografia del santo: la
sua cristallina ubbidienza alla Chiesa gerarchica, pur nella
consapevolezza acuta dei suoi limiti; la coscienza che il creato è
«fratello» perché inserito nel gran disegno della salvezza, fino al
punto di sentire fraternamente anche la cosa più lacerante
dell’esistenza: la morte; la visione cavalleresca e quindi in un certo
senso combattiva della propria vita terrena; il desiderio di convertire
a Cristo, unica via di salvezza, anche i seguaci di Maometto; la
povertà come imitazione di Cristo e non spregio dell’onesta
intraprendenza; la carnalità del rapporto con il Signore crocifisso
fino ad assumerne sul proprio corpo le ferite.
Eppure sarebbe così semplice non essere
parziali e guardare Francesco per quello che è stato. Basterebbe, ad
esempio, osservare uno dei più antichi ritratti, quello del Cimabue
nella basilica inferiore di Assisi. La scena è in gran parte occupata
dalla Vergine col Bambino seduta su un imponente trono circondata da
angeli. Lui, Francesco, è sulla destra, un passo indietro, come non
volesse distrarre l’attenzione da ciò che veramente conta. Mostra la
ferita al costato quasi con timidezza e guarda lo spettatore con la
dolcezza sicura di chi ha un grande e bellissimo segreto.
Deve
essere stato proprio questo sguardo che ha prodotto lo straordinario
movimento di uomini e donne che lo hanno seguito su una strada ardua,
in cui la «perfetta letizia» implica essere maltrattati e irrisi, la
ricchezza coincide con la libertà da ogni possesso, la massima
espressione di sé con la sequela del vangelo «sine glossa».
Nessuno come Dante ha saputo cogliere
quell’attimo in cui un uomo capisce che gli conviene seguire totalmente
un altro uomo e quello che quest’altro sta guardando. È perché hanno
visto i «lieti sembianti» e il «dolce sguardo» di Francesco e della sua
amata Povertà che Bernardo «corse dietro a tanta pace», senza calcolare
il prezzo. È per la scoperta di una «ignota ricchezza» che «scalzasi
Egidio, scalzasi Silvestro».
Tutti i commentatori parziali di san Francesco non si sono mai scalzati di niente.
